C’era una volta il Pci.


Parlare con un vecchio militante di sinistra è un po’ come parlare con un vecchio tifoso del Napoli.
Se il primo vi racconterà di Berlinguer, delle amministrative del 76 o dell’autunno caldo, il secondo inizierà a descrivervi il gol di Maradona alla Juve su punizione, quel primo mitologico scudetto dell’87 o magari del napoletano Ciro Ferrara che regala a Napoli la sua prima coppa europea.
Entrambi hanno in comune quello stesso sorriso amaro, quella luce malinconica negli occhi che si ha quando si vive di ricordi, quando si ha la nostalgica consapevolezza di desiderare un passato che non ritornerà. Oggi Il Napoli lotta per i vertici della serie A, e il centrosinistra nonostante se stesso, ha buone probabilità di vincere le prossime elezioni. Ma vedere il Napoli di Maradona o votare il Pci di Berlinguer, era tutta un’altra storia, una storia fatta di passione e d’amore, nel senso più letterale del termine.
A Bologna dall’8 al 23 Ottobre, nella biblioteca Salaborsa, è stata allestita una mostra per ricordare i novant’anni dalla fondazione del Partito comunista italiano. È un esibizione discreta, sobria, in un piccolo interrato della biblioteca. Uno stile lontano anni luce dalle fanfare e dalle oceaniche bandiere rosse che accompagnavano gli eventi legati al Pci, qui a Bologna. Eppure c’è un che di magnetico in questa piccola mostra che si avverte appena vi si mette piede. Avvolti da un silenzio religioso, quella passione, passa da concetto astratto a qualcosa di percepibile. La respiri, la senti scorrere lungo la schiena mentre lo sguardo iperstimolato, schizza imbizzarrito da una parte all’altra, ansioso di catturare ogni minimo dettaglio. Come quando si è bambini in un museo di dinosauri, l’immaginazione lavora frenetica, inizia a farsi domande, a provare nostalgia per situazioni mai vissute.
Sono nato l’anno esatto in cui le basi, sulle quali questo mondo si reggeva, sono crollate. Due anni dopo il Pci si è sciolto.
La storia aveva decretato il fallimento del comunismo, prenderne atto era doveroso. Si può invece discutere sui modi in cui si sviluppò la svolta del 91. Ciò che fece percepire la nuova classe dirigente ex Pci\Pds, fu la fastidiosa impressione che si cercasse di cancellare in fretta e grossolanamente la propria identità, come un latitante che tenta una plastica facciale per non essere riconosciuto. E ciò che forse ha fatto più male ai milioni di orfani del più grande partito comunista d’occidente, non fu lo strappo in se, quanto il veder considerata una colpa ciò che si era stati con orgoglio per decenni. Ma la storia del Partito comunista italiano va oltre il comunismo, è una storia fatta di resistenza, Repubblica, Costituzione, uguaglianza, giustizia, dignità. Va difesa come una delle pagine politiche più belle e preziose del nostro Paese, cosi come fu dolorosa quanto inevitabile la svolta della Bolognina.
È quello che oggi fa questa mostra, nessun revisionismo. Soltanto il tentativo di rendere giustizia a un passato ingiustamente calpestato.
Un occhiata in Salaborsa vengono a darla in parecchi, tanti ragazzi e ovviamente gli anziani, questa mostra è soprattutto per loro. Passeggiano lentamente tra i padiglioni, ripensando ai tempi in cui si chiamavano compagni, per loro il Pci era una famiglia, una certezza. Mi ricordano mio nonno, un artigiano in pensione con la quinta elementare. Lui era allo stadio San Paolo ad esultare, quando il Napoli vinse il suo primo scudetto contro la Fiorentina. Esattamente tre anni prima, partecipava commosso ai funerali di Berlinguer, in piazza San Giovanni. Una volta gli chiesi, confuso dai noiosi discorsi che ascoltavo in tv, quale fosse la differenza tra destra e sinistra. La sua risposta mi sorprese, fu una risposta da quinta elementare, una risposta da bambino, di quelle tanto ovvie quanto straordinarie. La destra è io, la sinistra è noi.

Beniamino Piscopo

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