Erano le dieci e venticinque

 

Erano le dieci meno venti.

Alessandro da un’occhiata fuori dalla finestra, Bologna è bellissima. E di solito ad Agosto non lo è mai. Di solito è bella in tutte le stagioni, non in estate però. In estate l’aria è cosi calda che l’ossigeno ti infiamma le narici quando lo respiri. La calura crea una cappa torbida e densa, che in lontananza deforma gli oggetti e le case. Come quando si è nel deserto. È proprio cosi. Bologna in estate gioca anche di questi scherzi, e allora riesci persino a farti un’idea di cosa siano le allucinazioni. Di sera poi le cose non migliorano, la notte il caldo ti si incolla addosso, e il sudore si asciuga sulla pelle, entrando nelle ossa. Cosi ogni mattina, capita che ti svegli con la gola che gratta e la voce strozzata. Oggi invece Bologna è da cartolina, si sta bene. E cavolo, pensa Alessandro, questo non aiuta di certo a lasciarla.
Alessandro li odia gli addii, quelli lunghi che ti fanno venir su un groppone da stare male. Lo mettono a disagio, non sa mai cosa dire e come comportarsi. Mamma Stefania non dice niente, sa che ha già parlato abbastanza. Lo abbraccia e gli passa leggermente una mano tra i capelli arruffati e biondi. Alessandro sorride imbarazzato. Dio bono, pensa, a ventidue anni ancora lo imbarazzano le carezze della madre? O è proprio il dettaglio dei ventidue anni il problema? Adesso comunque deve proprio andare. Sta già digrignando i denti per trattenere le lacrime. Si, meglio scappare, prima che sia troppo tardi e le lacrime l’abbiano vinta.
Va via senza voltarsi, trascinando le valigie. Pesano, come un macigno. Ma il macigno più pesante che porta con se, quello non si misura con la bilancia. È il macigno di tutto ciò che sta lasciando. Un macigno che pesa una vita intera. È stato già lontano da casa altre volte. Dopo la maturità, ha girato l’Italia in bici, una pedalata durata sei mesi. Roba da pazzi in effetti, ma fermarsi a pisciare in uno di quei paesaggi che si vedono dall’autostrada, coi prati lunghissimi e i boschi in lontananza, è uno di quei piaceri che rendono giustizia all’esperienza, da molti frettolosamente catalogata come cazzata. Quella volta però, oltre ad essere fissata la data della partenza, lo era anche quella del ritorno. Non stavolta, è questa la fregatura. Quando gli è arrivata da Londra, la lettera in cui gli dicevano che era stato preso, è stato travolto da un euforia strana, uno stato di eccitazione difficile da spiegare. Di solito si prova quando ti accorgi che i tuoi sogni si stanno trasformando in qualcos’altro, qualcosa che puoi toccare. Giocare a calcio è la sua passione. Ok, a ventidue anni non si è più giovanissimi per sfondare. Ma mai dire mai. Poi giocare in Inghilterra, a Londra, cavolo, è tutta un’altra storia. Ma adesso non pensa alla premiership, pensa ai suoi genitori, ai suoi amici, a chissà quando li rivedrà. Pensa che deve essere davvero uno schifo la solitudine, se non sai l’inglese e non hai mai ascoltato i Rolling Stones. Pensa che dove andrà ad abitare c’è poca gente e poca luce, e che anche se non l’ha mai detto a nessuno, il buio gli fa ancora paura. Pensa a Francesca soprattutto, la ragazza della sua vita, l’addio più doloroso. Pensa alla lettera che ieri sera Francesca gli ha lasciato, pensa che era bellissima, e pensa che quando la rileggerà, chiuderà gli occhi, e rifletterà su come sia strano davvero, sentirsi cosi felici quando si è cosi tristi.

Erano le dieci e cinque

Alessandro aspettava Daniele per le nove e mezza. Ma non si è stupito quando l’ha visto arrivare con mezz’ora di ritardo. Conosce i suoi tempi, sa che i loro appuntamenti hanno una sorta di fuso orario sballato, sempre di un ora, minimo. Di solito non sta a lamentarsi, a queste cose non ha mai dato peso. Poi è l’ultimo che potrebbe dare lezioni d’etica kantiana sul rispetto della puntualità. Oggi però Alessandro aveva un treno da prendere. Alle undici meno un quarto partiva l’intercity per Milano, dove c’era un aereo con la croce di San Patrizio sulla coda, ad aspettarlo.
Daniele si scusa per il ritardo, sparando una balla che avrà architettato durante il tragitto. Alessandro lascia perdere e lo invita a rimettere in fretta la macchina in moto. Sa che Daniele è il più fenomenale bugiardo che avesse mai conosciuto, date retta a lui che lo sopporta da una vita. I due hanno fatto le medie e liceo insieme. Daniele, con il suo berretto oliva e la barbetta da leader maximo, già a scuola era il figo carismatico della classe. Ha quell’aria sessantottina d’altri tempi, quando la politica era un gioco e le Brigate rosse e i fascisti non erano ancora passati alle P38. Uno di quelli che in certi discorsi semiseri se ne esce con la parola “compagni”. Avete afferrato il tipo, no? È pure un bel ragazzo e sa sfruttare questa sua dote naturale a dovere. Dovete vederlo, come ammicca alle tipe. E tra una battuta non proprio brillante e citazioni di 1984 di Orwell, ha fatto già bagnare le compagne. Un gioco da ragazzi per lui.
Daniele percorre veloce via Murri, per poi tagliare sui viali. Entrambi gettano uno sguardo veloce ai giardini Margherita, memorabile rifugio nelle giornate di sole, quando si faceva sega al liceo. Si giocava a calcio finche le gambe lo permettevano. Poi al fresco di una quercia, partiva la rollata. Una cannetta alla faccia, di una bruttezza rara tra l’altro, di quella vecchia stalinista della Donati, la professoressa di matematica più stronza del blocco occidentale. Ogni volta, appena entrata in classe, iniziava il giochino sadico dello scorrere l’indice sul registro, mormorando a mezza voce i nomi, man mano che la matita percorreva la lista. Lo faceva apposta. Far calare sulla classe quel silenzio misto di attesa e angoscia, era il suo modo di alimentare la strategia della tensione. Infine pronunciava il nome, scandendo lentamente le sillabe, come una condanna a morte. Non le bastava interrogarli, voleva vederli terrorizzati. Alessandro cosi, aveva preso l’abitudine di scatarrare nel caffè della Donati, correggendolo con una dose quotidiana di muco e saliva. Diciamo come segno di gratitudine e affetto.

“ Sei diventato religioso?” Chiede Daniele, indicando un crocifisso ammaccato e decisamente pacchiano, che Alessandro porta al collo.
“ È un portafortuna. Lo porto solo fino in Inghilterra, mi sto scagando all’idea di prendere un aereo.”
“ Quel coso ammaccato?”
“Lo portava mio nonno in guerra.”
“ E a lui ha portato fortuna?”
“ In Africa mio nonno si è salvato per miracolo. Un colpo di rimbalzo, lo prese diritto nel petto, ma questo crocifisso ne ha attutito l’impatto. Fu ferito e rispedito a casa. Qualche anno fa, prima di morire, l’ha dato a me. Augurandomi che mi avesse portato la stessa fortuna che aveva portato a lui.”
“ Da piccolo le adoravo queste storie. Facevo un sacco di domande al mio nonno partigiano, del tipo quanti crucchi aveva steso. Però con me, non ne ha mai parlato.” Fa Daniele, mentre parcheggia alla cazzo la macchina fuori la stazione.
Invece Alessandro non ha mai fatto molte domande. È stato solo dopo che il nonno è morto, che a quella storia, ci ha ripensato su spesso. Uno crede che ci sia sempre tempo e cosi rinvia e rinvia. Quand’è ormai troppo tardi, poi maledice tutto il tempo perso. E rimpiange tutte le parole non dette.

La stazione di Bologna è piena zeppa. Del resto un Sabato mattina cosi, nessuno ha intenzione di lasciarselo scappare. I regionali per la costiera romagnola sono letteralmente presi d’assalto. La maggior parte delle famiglie bolognesi, deve aver pensato bene che una giornata festiva con un sole d’Agosto tanto invitante, debba essere onorata come si deve. Cosi tutti a Riccione o Rimini, a scappare su un treno per colorare il Sabato di sabbia, suoni, voci, mare, lingue. Scappare e lasciarsi alle spalle la guerra fredda, la crisi petrolifera, il terrorismo, il piombo delle Brigate rosse. Scappare da un Paese che sembra essere tornato quello dei nonni partigiani, riuscire a seminare un’Italia cattiva, in un perenne stato di guerra civile.
Alessandro guarda Daniele ripartire e andarsene, un altro pezzo della sua vita allontanarsi.
Ha ancora qualche minuto. Ha il tempo per un caffè, poi una sigaretta, l’ultima prima di diventare un atleta professionista. Ha anche il tempo per fermarsi al chiosco dell’edicola e prendere la Gazzetta. Sorride, fantasticando sul fatto che magari tra qualche anno, al posto di Platini, sulla prima pagina di quel giornale, possa spuntare a lettere cubitali il suo nome. E forte di questo pensiero felice, si fa coraggio e si dirige verso il tabellone grande delle partenze e degli orari, con un misto di paura, malinconia e speranza nel cuore. Resta fermo a fissarlo, cercando il binario che corrisponda al numero del suo treno. Lo cerca attentamente, mentre quella mattina, d’un tratto la stazione cambiava colore.

Erano le dieci e venticinque.

La pizza, Tex Willer, la musica, le fitte allo stomaco quando lei ti parlava, il profumo alla vaniglia dei suoi capelli, il primo bacio, Italia – Germania 4 a 3, il primo tuffo in mare dopo la maturità, il vento che ti schiaffeggia il viso mentre pedali in discesa…dicono che prima di morire ti passi tutta la vita davanti. Invece il tempo che rimane, di solito non basta.
E poi Alessandro li odiava gli addii, quelli lunghi che ti fanno venir su un groppone da stare male. Odiava soprattutto gli addii a Francesca, non li sopportava. Però stavolta no, stavolta avrebbe tanto voluto rivederla, e magari sentire quel profumo di vaniglia fare capolino, in quella puzza di polvere, plastica liquefatta, lamiere carbonizzate e carne bruciata. Adesso odiava l’idea di non salutarla e odiava le parole non dette e le verità mute. E se non era troppo, desiderava almeno morire alla luce del sole. Non da solo, non al buio, intombato dalle tonnellate di acciaio e cemento che la bomba gli aveva vomitato addosso. Quello proprio no, accidenti. Perché non l’aveva mai detto a nessuno, ma il buio gli faceva ancora paura.

-La mattina del 2 Agosto 1980, terroristi eversivi dell’estrema destra, fecero esplodere una bomba nella stazione di Bologna. Morirono 85 persone.-

Beniamino Piscopo

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