Storia di un uomo onesto: Serafino Famà.

Intervista a Flavia Famà sui recenti avvenimenti di Borgo Sabotino e su suo padre.

“Nella notte tra il 21 ed il 22 ottobre qualcuno è entrato ed ha distrutto tutto, tavoli,  sedie, vetrate, bagni, un vero delirio… significa che stiamo dando fastidio in quel territorio, molto fastidio, e questo vuol dire che ci stiamo muovendo nella giusta direzione”.  Con queste parole Flavia Famà racconta il raid vandalico ai danni del “villaggio della  legalità” di Borgo Sabotino (LT) intitolato a suo padre, l’avvocato Serafino Famà. Il Villaggio, che “vuole essere – continua – un luogo di formazione, informazione, un luogo di incontro  per giovani e meno giovani”, sorge su un terreno di quattro ettari affidato a Libera dopo la confisca avvenuta nell’aprile del 2011 per abusivismo edilizio. I danni alla struttura e alle cose ammontano a migliaia di euro.

“E’ stato colpito un bene confiscato e restituito alla collettività – ha commentato il fondatore di Libera, Don Luigi Ciotti – dove Libera si era resa disponibile, su richiesta del Commissario Prefettizio di Latina, ad accompagnare il percorso di recupero e di valorizzazione del bene con il protagonismo delle realtà associative locali. Nessuno può pensare di vandalizzare e di fermare questo impegno”. Un impegno che da 15 anni passa anche attraverso l’utilizzo dei beni confiscati alle mafie, beni che diventano simbolo di una rinascita e di una volontà di ricostruzione della legalità e del senso civico del paese. “I beni confiscati – continua Flavia Famà – sono la risposta concreta dello Stato, il riutilizzo sociale di questi beni permette di colpire la criminalità su quello che gli è più caro, i soldi e al tempo stesso da a noi la speranza. Pensare che su quei terreni di sangue, di morte possa tornare la vita, il lavoro onesto ci motiva nella nostra lotta”.

Risale al 1996 la consegna alla presidenza della Camera della petizione popolare “La mafia restituisce il maltolto” corredata da un milione di firme di cittadini a sostegno della proposta di legge che si sarebbe poi concretizzata il 7 marzo 1996 nella legge Rognoni-La Torre, 109/96 e trova la sua forza nel colpire proprio il punto debole delle mafie, i capitali economici e immobiliari accumulati nell’illegalità.

“L’avvocato Famà deve essere ricordato per la sua onestà intellettuale, per il coraggio con cui difendeva ogni giorno le sue idee, per la forza e la passione che metteva nell’indossare la toga. Con la sua uccisione, si volle dare un segnale forte a tutta l’avvocatura catanese. Si colpì un uomo corretto in modo così eclatante per mostrare quale fosse il rischio nel non assecondare le richieste dei boss”. È Flavia Famà, a raccontare e ricordare a 16 anni da quel 9 novembre del 1995 in cui venne ucciso per mano mafiosa a Catania, suo padre, l’avvocato Serafino Famà. Avvocato penalista, che “credeva nel diritto alla difesa, credeva che chiunque dovesse ricevere un giusto processo e che la legge dovesse essere rispettata sempre e comunque, da chiunque”.

“Mio padre era nato a Misterbianco il 3 aprile 1938, da una famiglia molto unita. Si laureò alla Facoltà di Giurisprudenza, riuscendo a conciliare lo studio ed il lavoro. La sua famiglia aveva una fornace, per cui ogni contributo era indispensabile e lui non si tirava mai indietro, lavorando di giorno e studiando di notte. Dopo la laurea fece pratica legale presso lo studio di un avvocato di Misterbianco per poi approdare allo studio dell’avvocato Enzo Trantino e dopo qualche anno aprì un suo studio in viale Raffaello Sanzio 60 nel quale avviò un’attività forense di grande successo, diventando uno dei più affermati avvocati penalisti del Foro di Catania”.

Il 9 novembre del 1995, l’avvocato Famà pagò con la vita proprio la dedizione con cui svolgeva il suo lavoro. Come si legge dalla memoria dei PM Ignazio Fonzo e Agata Santonocito del 18 ottobre 1999 e dalle sentenze di condanna nei confronti degli assassini, infatti, “il 9 novembre del 1995, alle ore 21:00, nella città di Catania, nell’area adibita a parcheggio, nell’angolo fra via Raffaello Sanzio e via Oliveto Scammacca un individuo, a viso scoperto, con una pistola Beretta calibro 7,65 serie 80, munita di silenziatore uccideva, con sei pallottole, Serafino Famà, stimato professionista del Foro di Catania, un uomo intransigente quanto generoso per quanto riferiscono coloro che lo hanno conosciuto e che hanno testimoniato nel corso di questo dibattimento”.

Le piste seguite inizialmente dagli inquirenti sono le più disparate. Saranno le dichiarazioni fornite da alcuni collaboratori di giustizia, che hanno direttamente partecipato alla commissione dell’omicidio e che hanno confessato la loro responsabilità pur non esistendo alcun indizio a loro carico, a fare luce finalmente sull’omicidio: “l’avvocato Serafino Famà è stato ucciso per aver deciso di non far testimoniare Stella Corrado, in un processo che vedeva come imputato Giuseppe Maria Di Giacomo, reggente del clan Laudani, affiliato al clan Santapaola”.

Di Giacomo, arrestato mentre si trovava in compagnia di Stella Corrado, moglie di suo cognato Matteo Di Mauro, è convinto che una testimonianza a suo favore di Stella Corrado, possa scagionarlo. La donna, però, chiamata a deporre si avvalse della facoltà, riservata dal codice ai congiunti degli imputati nel dibattimento, di non deporre. Fu subito chiaro che era stata consigliata in tal senso dal suo difensore, l’avvocato Famà. L’ira di Di Giacomo per la mancata deposizione crebbe ulteriormente dopo la condanna. Indipendenza e libertà non potevano essere tollerate. Dal carcere viene dato l’ordine: bisogna vendicarsi e uccidere quell’avvocato. Nelle motivazioni della sentenza di colpevolezza a carico degli imputati, tutti condannati all’ergastolo, pronunciata il 4 novembre 1999, si legge: “Le risultanze processuali pertanto, per come sopra evidenziato, hanno dimostrato che il movente dell’omicidio in esame va individuato esclusivamente nel corretto esercizio dell’attività professionale espletata dall’avvocato Famà”.

“Onestà e coraggio: se ti comporti con onestà e coraggio non devi avere paura di nulla”. Questo l’insegnamento che Serafino Famà ripeteva a Flavia e suo fratello Fabrizio. Questo l’insegnamento che ognuno di noi dovrebbe far proprio giorno dopo giorno.

Valentina Ersilia Matrascia

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