Intervista a Claudio Lolli

di Beniamino Piscopo

bennyy89@hotmail.it

 

Un cliché tipico della musica d’autore è che si tratta di “ poesia” più o meno bella, accompagnata da un arrangiamento semplice e nemmeno poi cosi fondamentale. Lei è uno di quelli che invece cura la parte melodica delle sue canzoni. Anzi era molto “prog” se mi fa passare il termine.

Come nasce una canzone di Claudio Lolli? Trova un giro di accordi che le piace e su di quello ci costruisce un testo, oppure vengono prima le parole e poi la musica fa da contorno?
È vero, per me la ricerca della complessità melodica della canzone ha grande importanza, e l’aggettivo prog me lo tengo volentieri. Riguardo la costruzione della canzone, non c’è una regola, per me almeno. È un gioco a incastro. Ti viene una bella strofa e la tieni, ti viene una bella musica e fai lo stesso. La fortuna sta quando ti accorgi che le due cose possono combaciare.

Che musica ascolta? Le piace la musica di oggi? Qualche preferenza in particolare?

La musica di oggi l’ascolto poco. Ascolto molta musica classica e il rock della mia generazione.

 Oltre a lei, in Italia abbiamo avuto De Andrè, Rino Gaetano, De Gregori, Paolo Conte, Battiato…secondo lei, chi è stato il più grande?

Battiato è avanguardia, un’artista davvero pregevole, anche se a volte troppo post moderno. Rino Gaetano era bravissimo e mi fa piacere vedere come oggi venga riscoperto e rivalutato.
Ma il più grande è stato De Andrè, il migliore a intercettare sentimenti e inquietudini di una generazione e a saperli raccontare in musica.

Una canzone di un suo collega che avrebbe voluto scrivere lei? Che quando l’ha ascoltata ha detto: perché non ci ho pensato io?

“ La storia siamo noi” di De Gregori.

Oggi la musica cantautorale è diventata ormai un genere di nicchia. Conosce cantautori come Dente e Brunori SAS? Secondo lei sono dei validi eredi della sua generazione?

No, non li conosco. Come ho già detto, ascolto poco la musica contemporanea.

La sua canzone più famosa, “Borghesia” l’ha scritta nei primi anni settanta, eppure sembra essere più attuale oggi che allora. Forse perché a differenza della solita canzone politica questa è una canzone sociologica. Cioè, non parla della borghesia intesa come classe sociale antagonista ma della cultura borghese. Ed è a causa di questa cultura, che da venti anni non siamo nemmeno un paese civile normale come lo eravamo quando l’ha scritta, ma siamo qualcosa di molto peggio.

Davvero oggi l’Italia, non si sa “se fa più pena, schifo o malinconia.”
Hai praticamente già detto tutto tu. E il fatto che questa canzone sia cosi attuale, mi dispiace veramente molto. Adesso quando la faccio dal vivo, al verso “il vento un giorno ti spazzerà via” aggiungo la parola “forse”. Arrivato a una certa età, non credo molto in grandi cambiamenti, ma non si sa mai.

Un’altra canzone senza tempo è “Vent’anni”. Cosa ne pensa dei giovani di oggi?
Mi fai piangere. Io ho un figlio di vent’anni, ancora indeciso sul da farsi. È un’età molto difficile, non sai cosa diventerai e se diventerai qualcosa o qualcuno. Oggi poi, l’insicurezza giovanile è diventata quasi patologica.

Lei oggi va a votare? C’è qualcuno da cui si sente rappresentato?

Vendola mi piace, ha più attrattiva di Bersani che pure è una persona che stimo. Con Nichi senti la ragione e anche il cuore. Poi è anche un poeta.

C’è chi dice che con l’arte non si mangia. Che cos’è per lei la musica? Crede ancora nel potere pedagogico della canzone?

Sarò controcorrente ma in effetti è vero, con la cultura non si mangia.

Ma questo non ne svilisce di certo il valore.

Credo molto nel potere “ didattico” della canzone. In qualche modo, se produci qualcosa che fa nascere un dubbio, una riflessione, hai già svolto una funzione pedagogica. Poi perché il parlare di impegno non può essere artisticamente bello? Impegno e bellezza possono perfettamente legarsi.

Una cosa che mi ha sempre colpito di lei, è che nonostante il successo, ha continuato a insegnare lettere, come mai?
Premettendo che, come ho detto prima, con l’arte non si mangia, eccetto rare eccezioni, il lavoro di insegnante l’ho sempre amato. Ho avuto classi bellissime, con le quali è nato un legame prezioso. Avevo un modo di insegnare particolare, cercavo di tirare fuori da ogni ragazzo il suo talento, come una sorta di maieutica socratica.

Oggi emergere nella musica è più difficile che nella sua epoca? Negli anni 70 c’erano le radio libere, oggi che consigli da a un ragazzo che vuole provarci?
Oggi c’è una maggiore facilità da un punto di vista tecnico: un gruppo di ragazzi può con 1000 euro, incidere un disco di qualità. Il problema è semmai, arrivare. Ai miei tempi c’erano le radio libere, i circoli politici, molti più canali di comunicazione. Ora la carriera artistica porta spesso a un vicolo cieco. Trovo ad esempio sbagliato che una vetrina come il “ premio Tenco” quest’anno sia stata assegnata a Ligabue, un artista già affermato e di successo. Dovrebbero invece dare visibilità ai giovani di talento.

Molti ragazzi, anche di talento cercano visibilità attraverso i reality. Crede che i talent show, siano davvero in grado di valorizzarli?

No, e sono programmi che non ho mai seguito. Mi fanno tristezza, non creano artisti ma fenomeni “effimeri”, mode che poi passano. Ai giovani dico di andare in giro a suonare. Magari non si avranno grandi vetrine, ma è il modo migliore per crescere artisticamente e maturare.

Guarda la tv? Qualcosa in particolare?
La tv generalmente non mi piace e la guardo poco: calcio, i Simpson e se capita, qualche film.

 La copertina di “Antipatici antipodi” è stata disegnata da Andrea Pazienza, com’è nata questa collaborazione?

Andrea in quegli anni era ancora a Bologna. Siamo diventati amici, frequentando gli stessi locali.
Volevo fare un disco molto bolognese, legato alle personalità interessanti che offriva questa città.
Cosi gli dissi “ Andrè, mi fai la copertina?” e lui fu subito disponibile. Era un personaggio, un tipo tanto originale quanto geniale. Un giorno è venuto a casa mia, e d’un tratto ha cominciato a parlare di un nazista con l’orecchino. Io lo guardavo spiazzato, senza capirci un cazzo. Mi stava descrivendo la copertina dell’album.

Che farà da grande Claudio Lolli?
Questa è una domanda stronza. Sono stato già grande: ora che non insegno più, ho un solo lavoro invece di due. Ho tempo per leggere, scrivere, occuparmi di musica e di qualche data. Sto scrivendo un libro, non so neanche se pubblicarlo.

Ha qualche rimpianto?

No, sto meglio ora di quando ho scritto “Vent’anni”. La mia carriera è stata ricca di soddisfazioni. Ho avuto ottimi riscontri sia di pubblico che di critica. Sono sereno, consapevole di aver fatto della musica onesta e qualche canzone davvero bella. Non ho rimpianti, perché dovrei?

Curiosità. Perché Luigi Nono è un coglione?
(risata) Nella canzone “ Anna di Francia” descrivo un momento in cui i protagonisti sono all’osteria e “Luigi Nono è un coglione” è uno dei commenti che si sentono in quella cagnara. Ma non è un pensiero mio, ci mancherebbe.

 

 

 

 

 

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