Da elettore sovrano a suddito decisionista

di Danilo Palmeri.

Qualcuno dice sia la più bella del mondo. Altri vorrebbero modificarla, trovandola vetusta. Di sicuro già in sede costituente il dibattito fu inevitabilmente appassionato, avendo come oggetto l’insieme delle leggi fondamentali che regolano uno stato. Per chi è un pò lento, si parla della Costituzione. Ingenuamente convinti che la costituzione fosse una, siamo costretti a ricrederci all’ascolto di parole come “scelta del candidato premier” e “ ribaltone”, che sono lì a sottolineare la presenza di quella che viene comunemente definita costituzione sostanziale, in opposizione a quella formale. Come spiegare il senso della differenza tra costituzione formale (l’insieme di principi, valori, regole e istituzioni fondamentali) e costituzione sostanziale (l’applicazione pratica di questi)? È come se ci trovassimo in presenza di due metodi per raggiungere uno stesso fine. Un bel dualismo, non c’è che dire! I nostri rappresentanti, fornendoci la possibilità (fittizia?) di scegliere il candidato alla guida del governo del Paese, aprono uno scenario ambiguo e deleterio.
Scenario che diventa esiziale nella malaugurata ipotesi in cui il capo del governo non trovi più una maggioranza disposta a sostenerlo in parlamento. Si è quindi costretti a rivolgersi alla costituzione per valutare come procedere. Ed è proprio sulla procedura da applicare che le strade si dividono tra due principali correnti di pensiero che, in fondo, riflettono la convenienza politica del momento. E anche la Costituzione, o meglio la sua applicazione, diventa uno strumento di lotta partitica. Appellandosi alla costituzione formale, c’è chi sostiene che si possa formare un nuovo governo, basta ottenere la maggioranza in Parlamento. A questa prospettiva si oppone chi obietta che la scelta del nuovo premier spetti all’elettore, auspicando un ritorno alle urne. Ci risiamo: due principi discordanti che si propongono uno stesso fine. E se entrambe le tesi hanno un loro fondamento, trovandosi legittimate o dalla forma o dall’applicazione, chi subisce conseguenze disastrose è l’elettore o meglio quei “pochi” elettori che ancora hanno fiducia, o trovano conveniente averla, nella democrazia liberale. Questa apparente piccola frattura, dunque, fa si che l’elettore si trovi profondamente spiazzato, disorientato, per non dire intontito, non riuscendo più a riconoscere il ruolo decisionale da lui giocato nell’odierna democrazia, nella quale, come prevede la Carta, “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E così, in questo gioco perverso tra forma e sostanza, progetto originario ed evoluzione temporale, il ruolo dell’individuo sembra declassare miseramente da quello di “elettore sovrano” a quello di “suddito decisionista”.