Intervista a Pino Maniaci

                                  Foto di Ines Mancuso

da “Siamo tutti Maniaci” (scarica) Febbraio 2012

Intervista a cura di Beniamino Piscopo

bennyy89@hotmail.it

 

Raccontare, per alcuni vuol dire resistere, per altri qualcosa di più, significa esistere. È il caso di tanti giornalisti sottopagati e con le pezze al culo che hanno fatto del loro mestiere una sorta di missione. Uno di questi è Riccardo Orioles, una volta mi ha detto che il giornalista non è un lavoro da fighette, un mestiere di elite. Non ha il prestigio del professore o di uno scrittore, tantomeno quello del giudice o di un qualsiasi intellettuale. Il vero giornalista è come il fabbro, l’idraulico, il metalmeccanico. È un operaio specializzato, un artigiano della parola.
Raccontare, al di la della ricerca estetica della prosa, perche scrivere per un vero giornalista, è meno importante che informare. Raccontare, senza narcisismi, perché i veri giornalisti non hanno nemmeno i pezzi firmati, hanno un contratto a termine e di solito restano per sempre dei precari.
Raccontare per resistere, raccontare per esistere. È quello che da anni fa Pino Maniaci e la sua Telejato, una piccola tv locale privata, una delle tante. Una delle poche a farlo in terra di mafia, a Partinico, dove la vera cronaca equivale a un atto di guerra. Significa andare in redazione con la scorta e avere i carabinieri che ti aspettano sotto casa. Significa paura, per se stessi e i propri cari, paura che diventa rabbia, rabbia che si fa coraggio e ti da la forza ogni giorno di andare avanti.
Raccontare per resistere, raccontare per esistere. Perché esistere equivale a essere protetti dalla propria notorietà. Se arrivi alla gente sei qualcuno. Il tuo pubblico diventa allora la tua scorta e il tuo nome, la tua garanzia.
Con i tagli da 37 milioni, effettuati dal governo Berlusconi alle tv locali private, Telejato chiuderà e Pino Maniaci smetterà di esistere. Eppure lui ne parla senza toni da vittima o arie da sconfitto, con la voce metallica consumata dalle sigarette e quel fatalismo zeppo di sarcasmo, tipico dei meridionali. Ne parla soprattutto a testa alta, fiero, col sorriso sornione, convinto ad andare avanti, che tanto uno in gamba come lui, una soluzione sa sempre di riuscire a trovarla.

 

D: Una piccola televisione locale che raggiunge appena venticinque comuni è diventata una sorta di miracolo. Com’è successo?
R: Per culo. Nel 99 Telejato stava per chiudere a causa del mancato pagamento di numerose tasse arretrate col ministero delle telecomunicazioni. Mi fu chiesto di rilevarla, cosi mi misi d’accordo con il ministero che mi dilazionò il debito. Pagando il doppio, di fatto riuscii a pagare  anche gli arretrati. Poi è successa una cosa strana, non si capisce come, ma facendo il nostro dovere noi siamo diventati un qualcosa di eccezionale, con un’audience spropositato per una tv locale. Sono arrivati persino giornalisti dagli Stati Uniti per saperne di più, e in Francia hanno deciso di fare un film su Telejato. Il caso strano però non sono io, che faccio solo il mio lavoro ma gli altri che non lo fanno.

 

D: Si aspettava quando rilevò Telejato, tutto quello che poi le ha comportato?
R: No, tutto è successo con l’evolversi della faccenda. In sostanza, con la tv abbiamo iniziato a scendere sul territorio, territorio che offriva parecchi spunti di riflessione devo dire. Cosi abbiamo iniziato a denunciare, a fare nomi e cognomi e da li…

 

D: La sua TV mi ricorda a tratti la radio Aut di Peppino Impastato, nel senso che esorcizza il timore del male con lo sberleffo, la presa in giro. Come a dire, se si può ridere della mafia allora non fa cosi paura.
R: Una risata li seppellirà, tanto per dire una fesseria. I mafiosi hanno costruito un immagine di Cosa Nostra, fondata sull’onorabilità, il rispetto e tutte quelle minchiate. Denigrare quell’immagine è il nostro modo di togliere loro la corazza. Far vedere alla gente la merda che c’è dietro l’armatura.
Anche se il paragone con radio Aut, secondo me è inesatto. La radio di Peppino era fortemente politicizzata, noi cerchiamo di fare la nostra parte senza farci mettere il cappello in testa dai partiti.

 

D: La rete è il mezzo di comunicazione delle nuove generazioni, vi permetterebbe di arrivare a un bacino di persone molto più vasto. Come mai non ha ancora deciso di sfruttarla?
R: Noi in rete ci siamo già con un nostro sito. A parte questo, secondo me in Sicilia, o comunque in quella parte di Sicilia che fa riferimento a noi, la rete non è ancore diffusa quanto si crede. Abbiamo ascoltatori che vanno dalla casalinga all’anziano di settant’anni, gene che con il computer non ha dimestichezza. Spostare completamente Telejato in rete li penalizzerebbe, e questo non lo accetto.

 

D: Un decreto legge del precedente governo, ha tagliato 37 milioni alle tv locali. C’è il rischio che una risorsa preziosa dell’impegno civile come Telejato, possa chiudere i battenti. Come pensate di sopravvivere?
R: Stiamo facendo di tutto per far ritirare il decreto. E se questo tutto non basta, allora una legge iniqua va violata. Noi continueremo ad andare in onda violando la legge. A quel punto possono fermarmi o sparandomi o sbattendomi in galera.

 

D: Qual è stata la soddisfazione più grande che le ha dato il suo impegno a Telejato?
R: Di soddisfazioni ne ho avute tante: avere mediamente 130mila telespettatori, avere condotto battaglie importanti e soprattutto averle portate a termine; ad esempio far chiudere le attività mafiose come la distilleria Bartolino, la signora titolare dell’attività, mi ha ringraziato con più di 200 querele.
Soprattutto la vittoria che rivendico con più orgoglio è una vittoria culturale. L’aver convinto i commercianti di venticinque comuni a non pagare il pizzo ne è un esempio tangibile.

 

D: E da giornalista, la notizia che ha dato, di cui lei va più fiero?
R: Anche qui c’è ne sono parecchie. Ricordo la notizia del pentimento di Giusy Vitale, un boss in gonnella: siamo stati noi i primi a darla. Ma la notizia più bella è stata l’arresto di Binnù Provenzano. Anche in quel caso fummo noi, i primi ad arrivare sul posto.

 

D: Allora saprà dirmi come mai Provenzano sorrideva mentre veniva arrestato.
R: Sicuramente perché mentre veniva portato via, ascoltava la mia diretta sul posto nella quale dicevo “Provenzano si nutriva di cicoria per problemi alla prostata e di altri prodotti prelibati delle campagne corleonesi. In galera purtroppo non potrà godere di simili prelibatezze.” Evidentemente zio Binnù sapeva che mi sbagliavo, quello in galera con i soldi dello Stato mangia meglio di prima.

 

D: Che cos’è oggi la mafia?
R: Oggi la mafia in Sicilia si chiama Dell’Utri, se c’hai le palle di scriverlo bene, altrimenti come non detto.

 

D: La cupola, la lupara, il giuramento con il sangue erano elementi folkloristici di una Cosa Nostra che ormai si è definitivamente imborghesita? Oppure anche la mafia in giacca e cravatta di oggi tende a conservare simili rituali?
R: Può sembrare buffo ma ancora lo fanno. Alle soglie del 2012, la mafia dei colletti bianchi pratica la “ punciuta” proprio come una volta, dai banchieri fino agli onorevoli.

 

D: Una volta la mafia imponeva la sua volontà attraverso la paura, facendo percepire la sua presenza sul territorio. Oggi preferisce svolgere le sue attività in maniera sommersa, come a voler dare l’impressione di non esistere. Quel’è più pericolosa, l’omertà o l’indifferenza?
R: Mettiamola cosi, dopo l’arresto di Totò Riina, Provenzano ha inaugurato la strategia della “ sommersione”, una strategia tra l’altro lungimirante. Eppure le direttive del capo non sono state rispettati da tutti. Da noi, a Partinico, ancora si spara, 8 morti in poco tempo. Riguardo l’indifferenza, personalmente la reputo peggiore dell’omertà. In quest’ultimo caso certi comportamenti sono dettati dalla paura, un sentimento legittimo. Gli indifferenti invece non hanno scuse. Ma la Sicilia si è svegliata, ci sono tantissime realtà, associazioni civili che raccolgono sempre un più ampio seguito e non solo tra i giovani. Giù da noi abbiamo le mafie ma abbiamo creato gli anticorpi. Il nord ha le mafie ma non ha gli anticorpi.
D: Una domanda sul rapporto tra cinema e mafia. Alcuni film e fiction di successo, dal Padrino alla serie di Romanzo criminale, hanno riscosso grandissimi riscontri sia di pubblico che di critica. Eppure il rischio di apologia del male, è sempre dietro l’angolo. Sarebbe forse il caso di evitare film del genere? Anche a costo di imporre un limite alla libertà artistica e di espressione?
R: Ho grande rispetto per questi cosiddetti capolavori del cinema. Ma qui non siamo in America, nelle nostre realtà il rischio di emulazione è forte. È molto triste andare in una scuola media a Palermo e vedere ragazzini che recitano a memoria le battute del Capo dei capi. Vedendo scene simili, è forte la tentazione di dire con tutto il rispetto, a Coppola e soci, di andare a cagare loro e la bellezza artistica.

 

D: Ha paura?
R: Minchia se ho paura. Però di solito a questa domanda rispondo che a Telejato abbiamo tre stanze, la più grande è il bagno. Quindi quando abbiamo paura, almeno c’è un posto dove andare a cagare. Scherzi a parte, nel tempo ho ricevuto minacce e attentati anche gravi, che mi hanno imposto la scorta, però ho imparato a convivere con la paura e a convertirla in energia positiva. È normale averne, ma bisogna pur dare un esempio. Quando dicono che voi giovani siete il futuro vi dicono una minchiata. Voi non siete il futuro, siete il presente.

 

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