Nostalgia you are funny

da “Siamo tutti Maniaci” (scarica) Febbraio 2012

di Diego Ottaviano

 

Non sentirsi attore. Non sentirsi cantante. Non correre alla maratona di New York. Non sparare a brucia pelo. Non sentirsi politico. Non esser in grado di cucinare. Non esser pittore. Non esser fotografo. Non essere meteora. Non consumarsi in borsa. Non consumare in borsa. Non portare la camicia. Non investire in trepidazioni. Non lasciarsi andare. Non cadere.

Esser scrittore. Scrivere di racconti, di esperienze, di balconi, di colli, di lune piene e sigarette che si spengono nell’abbraccio dell’aria. Sentirsi umano. Ricco di sbagli, ricco di parole. Vivere la propria moralità. Sfogliare le pagine di un libro. Pretendere che nelle sue pagine vi sia il saggio momento del proprio masticare. Giocare con le proprie emozioni. Incartare quelle degli altri. Scavalcare specchi.  Ritrovarsi davanti ad un titolo e non sapere da dove iniziare. Il mio titolo si chiama Bologna. Il vostro titolo si chiamerà con il nome immaginato dai vostri occhi.
Bologna, dove l’anonimo danzare delle Torri degli Asinelli sposa un puzzle fatto di ombre e di portici. Dove il tempo sembra essersi fermato al ritmo di Bregovich, al vociare del Professore ed al poetare di Fabrizio, unico modello di chi con napoletano ‘festeggiava’ la dura realtà di camorra e omertà italiana. L’unico che voltando una carta riempiva il cielo e le nuvole dei sogni di chi nella “Rossa Fetale” ha mosso i primi passi.
Bologna. Amica di persuasioni e di pioggia. Una paese ombrello. Un paese infossato nell’estremo amore di politiche latenti. Un giro di osterie e di mistici rulli di tamburi da Par Tot. Un punto croce di culture e violenze intellettuali.
Il tempo è volato, e mentre giro le spalle, mentre osservo una comitiva di studenti su ponti e canali, mentre palpeggio il suono dello spoglio di sentimenti e pensieri, il cuore si apre, si distende. Il mio ‘ego’ sorride. E’ credendo nel mito di Ray Charles scaldando il proliferare di archeologie che si ricordano pizze. Oggi è l’ingrassare di una valigia che ti riporta al soprano rumore di cani che abbaiano, di odori da circo e di sguardi aperti alla ricchezza. Bologna, dove la musica ha meritato il maturo teatro in un museo dell’opera d’arte, è vita a San Lazzaro, è silenzio di neve a Pianoro. Bologna è cuore.
Il vino rosso ancora riscalda il caffè alle scuderie dopo quell’esame passato con la lacrima tra le mani che dipinge il sapere di un prossimo lasciare. Bologna colei che mi ha reso studente di curiosità, mi ha regalato Amsterdam. Bologna, mai dimenticata, è oggi come un paio di scarpette appese al chiodo.
Ebano d’Aprile senza bicicletta. Bologna ricorda un acquario affollato di pressioni, affollato di labirinti, affollato di gente che va, gente che viene, gente che alle 10 e 25 ancora osserva l’orologio con la probabilità negli occhi.
I treni in constante ritardo. I capelli da punk. I graffiti da cinema in lingua originale. Bologna è il respiro di chi ha imparato che vita e morte non sono la stessa cosa. Bologna è stato il mio walzer per quattro lunghi anni.
Lei mi ha reso l’attore principale della mia vita; mi ha trasformato in cantante d’ideologie; mi ha regalato maratone di portici e politica.
Bologna mi ha servito il coraggio per fotografare ricordi. Per incorniciare momenti. Questa vecchia signora mi ha portato una battuta olandese che da tre anni vive al mio fianco.
“Bologna ombelico di tutto, mi spingi a un singhiozzo e ad un rutto, rimorso per quel che m’ hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato…”
Bologna vita d’amore e killer di maschere, perchè in fondo come disse Mr. Mystery quando devi uccidere un uomo non ti costa nulla farlo educatamente. Qualcuno aveva ragione: nostalgia you are funny.

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