Hollywood la scuola dei boss

di Beniamino Piscopo

Una luce accennata illumina appena la stanza, mentre un uomo di mezza età, con abito da cocktail racconta di una storia. La storia di sua figlia, di come sia stata violentata e quindi con lei, lo sia stato anche l’onore della famiglia. L’uomo di mezza età chiede vendetta, giustizia, come la chiama lui. E come nell’antica Roma, si rivolge all’unico vero legislatore, l’unico a tirare le fila di una società di pupi. L’imperatore ascolta in silenzio, seduto sul trono, mentre accarezza contropelo un gatto grigio Si vede lontano un miglio che per lui il gatto è più importante delle suppliche che sta ascoltando. E in fondo è uomo di immensa saggezza, unico detentore dell’etica e della morale e il solo dispensatore di legge che abbia valore vincolante. Non ha bisogno di attenzione particolare per emettere una sentenza equa, per fare giustizia, non vendetta, come invece, il plebeo accecato dalla rabbia vorrebbe. Perché l’imperatore sa che la sua autorità, il “rispetto” che tutti gli riconoscono, è sulla giustizia che è fondato, non sulla repressione o la paura. La sua è una monarchia illuminata, assoluta e in effetti criminale, ma indiscutibilmente illuminata.
Cosi si apre Il padrino, il capolavoro di Francis Ford Coppola. Alcuni ritengono sia il suo film più bello, altri che la pellicola per antonomasia del regista italoamericano, sia Apocalipse now, l’agghiacciante affresco psichedelico, dipinto con i colori della guerra del Vietnam. Cambiano i film, non il protagonista, Marlon Brando. In entrambi compare poco, abbastanza per segnare per sempre la storia del cinema.
Ma Il padrino in particolare, ha spianato la strada a tutto un genere di cui ne è di fatto diventato il capostipite: il gangster movie. Genere di cui Coppola ne è stato il pioniere, Scorzese ne ha stabilito i canoni e Tarantino li ha reinventati, dissacrandone e superandone i limiti.
È parecchia la distanza tra Hollywood e Scampia, eppure, come in un rapporto di osmosi, i due mondi si influenzano e si modellano reciprocamente. Ormai sono Al Pacino, Marlon Brando, Robert De Niro, Jack Nicholson, Joe Pesci, Ben Gazzara, i veri boss. Gli altri, quelli che sparano sul serio, quelli che controllano lo spaccio di droga da Secondigliano a Città del Capo, quelli che mangiano ambiente e mercati finanziari, vomitando eroina e cemento e fatturano capitali da multinazionali, quelli sono solo pacchiane imitazioni.
Oggi essere un boss significa soprattutto recitare una parte, sapere che la propria esistenza sarà segnata da tappe forzate, scandita da appuntamenti indeclinabili. Tutti noi sappiamo di averne. Da bambini sappiamo che alla soglia dei dieci anni, ci sarà la prima comunione, che compiuti i diciotto anni si diventa maggiorenni. Sappiamo che ci attende un diploma prima dei venti, poi per molti una laurea, una lavoro, una casa, una famiglia. Se entri nel Sistema o in Cosa Nostra, sai che prima o poi dovrai uccidere, e che spesso la persona che ammazzi è qualcuno a cui puoi avvicinarti, una persona di cui hai la fiducia, un tuo amico. Sai che se giocherai bene le tue carte, avrai la possibilità di scalare l’organizzazione, avrai ricchezza, rispetto, potere. Sai anche che se arrivi troppo in alto, altri vorranno prendere il tuo posto, magari persone di cui ti fidavi, magari tuoi amici, sai di morire.
Sai che se riuscirai a farti un nome nell’organizzazione, quel nome finirà presto tra i fascicoli della magistratura, e allora invece di farti ammazzare, a volte se sei fortunato, ti riescono prima ad arrestare.
Così come uno studente di medicina si immagina la sua prima operazione di bypass riuscita, un boss fantastica sul suo arresto o sulla sua morte. E guardando Scarface, pensa che non ci sia morte migliore di quella di Al Pacino alias Tony Montana o arresto più teatrale di quello di Ben Gazzara ne Il camorrista.

Ricordo quando l’anno scorso, finalmente fu arrestato Antonio Iovine, boss dei casalesi, uno dei criminali più ricercati d’Europa. Lo scovarono non a Sidney o Miami Beach, dove i nasi dell’alta borghesia sniffano la sua coca, ma a Casal di Principe, il cuore del suo regno criminale, nella tradizione dei boss corleonesi, che atteggiandosi a veri capi, non sono mai scappati dal loro territorio. Ricordo che Iovine, alla richiesta dell’agente della squadra mobile di identificarsi, rispose con tono guascone “ Marescià, evitiamo stè pagliacciate, lei sa chi sono io.”
Non ho potuto fare a meno di pensare in quanti film, io abbia sentito una risposta simile, e quindi quanto fosse quella di Iovine, una frase a effetto ponderata e studiata. Del resto lui non era un palo, nu’ gaglione, un criminale da quattro soldi, lui era il capo, era Iovine. A causa della pluridecennale latitanza, il suo controllo sul territorio ormai da tempo non lo esercitava più con la sua presenza, ma con il ricordo del suo mito. E la sua uscita di scena doveva essere da cineteca, all’altezza della sua fama. Cucirsi una personalità precotta che sia subito riconoscibile, rubando la luce riflessa di Michael Corleone. È su questo che feroci organizzazioni criminali, fondano il loro potere.
Benvenuti al sud, benvenuti a Casal di Principe, Secondigliano, Trapani, San Luca, dove i criminali sognano di essere come gli attori che li interpretano. Dove fin da bambini, l’Iliade e l’Odissea, vengono sostituite da una mitologia deviata e si viene svezzati dalle massime di Tony Montana. Dove agli occhi di un ragazzino, un film può apparire come l’unica realtà possibile perché, ironia della sorte, quella è la stessa unica realtà che là fuori, ha imparato a conoscere.
Benvenuti al sud, dove il bene e il male convivono e spesso si confondono, dove la differenza tra giusto e sbagliato non è cosa scontata, dove ciò che da altre parti è una piacevole opera di intrattenimento, qui diventa più pericolosa e dannosa del napalm che divora le foreste in Apocalipse Now.
Ecco che dopo il successo della serie di Romanzo criminale, tra i ragazzi delle borgate romane, il Libanese e il Freddo sono diventati più popolari della Roma o della Lazio, e la frase “ Pijamose Roma” detta da Libano, più celebre del cucchiaio di Totti a Peruzzi, nel derby.
Per Carlo Lucarelli, il cinema e in generale la narrativa che vuole raccontare storie del crimine, deve autoregolarsi, stare attenta a non sforare la linea affatto chiara, che divide il cattivo dal buon gusto. E la prima regola deve essere quella di offrire al pubblico, una narrativa onesta. Lo scrittore fa l’esempio della disonestà di Mario Puzo, autore de Il padrino, nel raccontare di una mafia cavalleresca che rifiuta la droga, o della tendenza di produttori e registi a scegliere per ruoli negativi, attori affascinanti o comunque a caratterizzarli in maniera eccessivamente attraente. Ma il vero problema è a monte, non è la serie di Romanzo criminale, è piuttosto il perché i ragazzi, vedendo Romanzo criminale tendano rovinosamente all’emulazione. È quindi un problema culturale, un problema che per me, nato e cresciuto in Campania, nato è cresciuto con l’amore per il cinema è un pugno allo stomaco.
Mi viene in mente Salvatore, non l’ho mai conosciuto ma il mio cugino più grande, mi ha raccontato spesso di lui. Erano stati compagni di classe alle medie. Uno di quelli che non aveva voglia di studiare ma che con un sorriso sapeva ingraziarsi chiunque, a cominciare dai professori. Era anche uno di quelli che frequentava le amicizie peggiori che dalle mie parti si potessero frequentare. Da noi li distingui già dalle facce, dal viso spigoloso e appuntito, come se quella vita da randagio ti imbruttisca e ti deformi. Salvatore aveva però qualcosa che lo rendeva diverso dagli altri, una sensibilità, e un gusto critico per il cinema da lasciare di stucco. Soprattutto perché la sua era una passione limpida, cristallina. Lui amava il cinema non per darsi un tono, figuriamoci. Lui guardava i film, perché gli piaceva, gli piaceva e basta. In particolare amava Le iene di Tarantino, lo riteneva il film più bello degli ultimi vent’anni.

Dopo le medie, mio cugino l’ha visto sempre più di rado, sapeva che era diventato culo e camicia con un tipo di nome Tonino, niente di più. Poi ha risentito parlare di Salvatore qualche anno dopo, dai giornali, quando ormai aveva quasi finito il liceo. C’era scritto che lui e Tonino avevano tentato una rapina a una gioielleria. Ogni tanto, mi capita ancora di provare a immaginarmi la scena.
Me li vedo Salvatore e Tonino fare irruzione nella gioielleria, volto coperto e la Beretta con il colpo in canna. Avranno fatto paura. Le due commesse e la manciata di clienti presenti, mai avrebbero immaginato che sotto il passamontagna, si celavano due ragazzi: un diciassettenne dai tratti di un bambino, e quel Salvatore, che gli bastava un sorriso per essere benvoluto da tutti. Me li immagino raggiungere le casse con le pistole in pugno, spingere via le commesse e arraffare nervosamente il denaro a manciate. Immagino il panico che li avrà assaliti, alla vista improvvisa dei due carabinieri, il terrore affiorare nei loro occhi. Salvatore magari, avrà fatto pure in tempo a pensare che questa scena l’aveva già vista. Proprio come ne Le iene, il film più bello degli ultimi vent’anni. E allora avrà deciso che quella era la sua parte, e che ormai un duro come lui, doveva recitarla fino alla fine.
Quando arriva l’ambulanza Salvatore è già morto, il colpo gli ha trapassato la trachea, uccidendolo quasi all’istante. Tonino, si è spento agonizzante in ospedale.