Intervista a Ilaria Schirru, presidente dell’associazione “Non si tratta”.

Di Marialaura Amoruso

da \”Avrei voluto un sogno\” marzo 2012

Ilaria Schirru è presidente di NON SI TRATTA, un’associazione nata a Bologna per contrastare la tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale. Ultimamente nella nostra città il tema della prostituzione è tornato a far discutere suscitando diverse reazioni. Ne approfittiamo per capire da chi come Ilaria, opera in questo settore per  approfondire la discussione, rivolgendole qualche domanda.

 

Come nasce l’idea di fondare un’associazione che si occupa del tema della prostituzione?

 

Intanto una precisazione: noi non ci occupiamo di prostituzione ma di tratta. La tratta di persone è una delle più drammatiche forme di violenza e schiavitù che caratterizza l’era dell’economia globale. La cosa più difficile quando si parla di tratta a scopo di sfruttamento sessuale è riuscire a comunicare la complessità del fenomeno, la molteplicità degli aspetti che lo compongono e delle cause che lo determinano.

 

La difficoltà sta purtroppo anche nel rendere evidente che del contesto nel quale la tratta si inserisce e, soprattutto, si produce, facciamo parte anche noi.

 

Ciò che mi preme maggiormente sottolineare è appunto che il fenomeno non riguarda solo le donne trafficate o i criminali che le trafficano, ma riguarda nella totalità i paesi di origine e quelli di destinazione e quindi anche il nostro paese,  che si trova davanti a sfide sempre più faticose,  a livelli di povertà crescenti, a conflitti inarrestabili. Riguarda le persistenti e sempre più problematiche forme di discriminazione di genere che possono spingere le donne a partire, a qualunque costo. Riguarda  gli sfruttatori così come i clienti, così come le comunità di cui fanno parte: i totalmente estranei così come gli indifferenti.

 

Assumere consapevolezza su che tipo di prostituzione  ci sia in strada a Bologna diventa difficile ogni giorno di più, poiché la percezione di pericolo e di accerchiamento ci rende sempre più insensibili a ciò che accade al di là delle nostre pur sempre comode vite.

 

Di cosa si occupa  e come opera la vostra associazione?

 

Non si tratta nasce dalla volontà di raggiungere le donne che si prostituiscono sulle strade di Bologna e provincia: donne giovanissime, la maggior parte ha tra i 20 e i 25 anni. Sono donne che provengono da Romania, Moldavia, Nigeria, Ucraina, Bulgaria, Serbia. Già questo è un dato che dovrebbe spingere le persone a capire quanto possa essere libera la scelta di prostituirsi. Noi siamo un gruppo di volontari con diverse esperienze e competenze, uniti dalla consapevolezza che queste ragazze non hanno un punto di riferimento  imparziale che non sia quello del loro sfruttatore o dei clienti con cui vengono in contatto. Il nostro intento è  mediare tra la strada e le strutture di Bologna che offrono servizi a persone che vivono ai margini della società, fornendo alle ragazze i mezzi per raggiungere le strutture sanitarie, legali e di assistenza generica di cui possono aver bisogno. La nostra idea è quella di reagire ad una situazione sommersa dall’indifferenza e molto spesso fraintesa, di condividere informazioni verosimili sul fenomeno della tratta e sulla condizione reale ed umana  di coloro che la subiscono. Lavoriamo attraverso un’unità mobile  e il nostro strumento principale è un numero di telefono che diamo a tutte, attraverso il quale ci rendiamo disponibili per qualsiasi necessità, anche per reperire informazioni che possano essere loro utili.

 

Ultimamente a Bologna si è aperta una discussione sul tema della prostituzione. Dapprima l’Assessore alla Legalità, Nadia Monti aveva dichiarato di essere favorevole alle case chiuse. Prontamente è intervenuto il Sindaco Merola, frenando la proposta e dichiarandosi vicino alla legge svedese sul tema. Cosa ne pensi: case chiuse si o no?

 

La prostituzione di strada è una forma di prostituzione  al 99 per cento soggetta a racket, non penso che legalizzandola come professione e confinandola all’interno di appartamenti questo racket verrebbe significativamente attaccato. Il racket troverebbe nuove strade e costi minori per fare concorrenza alla prostituzione legalizzata. Bisognerebbe affrontare la questione in maniera meno superficiale di come normalmente si fa, appurando ad esempio perchè un sistema legislativo tra i più avanzati in Europa come quello italiano trovi così tante difficoltà nel contrastare il fenomeno.

 

Personalmente credo che se si volesse realmente regolarizzare la prostituzione come “offerta di servizi sessuali ” – e in questo caso considero prostituzione non quella di strada ma quella che viene esercitata ad esempio nella propria casa privata -  coloro che dovrebbero poter esprimere il loro parere a riguardo sono le attiviste per i diritti civili delle prostitute che ormai da più di 20 anni auspicano la possibilità di dar vita a delle cooperative.

 

E’ notizia di pochi giorni fa che i Carabinieri di Bologna hanno sottoposto un questionario alle donne che si prostituiscono per strada. Hanno chiesto loro come si chiamano, da dove vengono, dove abitano, da quanto tempo si prostituiscono e addirittura quanto guadagnano. E’ stata un’operazione corretta? Hai raccolto testimonianze dalle ragazze sulla loro reazione a tale procedura?

 

Io credo che sia stato scorretto il modo in  cui i giornali hanno reso pubblica questa notizia, mi è sembrata una strumentalizzazione politica  e anche un modo poco serio di trattare un argomento delicato e complesso.

 

Riguardo all’operazione dei carabinieri sapevamo quali erano gli intenti:  scoraggiare la prostituzione e lo sfruttamento che c’è dietro in una zona della città particolarmente visibile come sono i viali.

 

I  carabinieri sanno benissimo che la stragrande maggioranza delle ragazze che si prostituiscono sui viali sono sfruttate e pagano il marciapiede. Per contrastare il fenomeno però e indagare i criminali che gestiscono il racket bisognerebbe ricorrere ad indagini lunghe e dispendiose, utilizzando intercettazioni telefoniche che in un momento di crisi hanno un costo elevato…..

 

Per quanto riguarda le reazioni delle ragazze, ci avevano parlato di controlli, ma nello specifico nessuna ci ha mai detto che le erano state chieste informazioni su quanto  guadagnano.

 

Le ragazze non hanno comunque fiducia nelle forze dell’ordine: provengono da paesi dove la corruzione della polizia è un dato di fatto, spesso attraversano la frontiera proprio con la collaborazione di poliziotti e funzionari corrotti. Nel caso di chi è poi clandestina (nigeriane, ucraine, moldave, albanesi) si sono verificati anche di recente casi nei quali denunciare violenze comporta provvedimenti di espulsione o chiusura nei Cie,  vergognosamente nonostante l’articolo 18, che dovrebbe tutelare a prescindere dai documenti in possesso, chi denuncia sfruttamento e violenze……

 

Com’è la situazione a Bologna?

 

Direi problematica. Al di là dei viali, ci sono molte altre zone dove le ragazze si prostituiscono o vengono fatte prostituire: ad esempio ci sono molte ragazze nigeriane  a Corticella e Castelmaggiore che meriterebbero sicuramente l’attenzione di politici e forze dell’ordine e mi piacerebbe vedere chi avrebbe il coraggio di andare a chiedere loro quanto guadagnano e di parlare di agenzia dell’ entrate e di tasse…..

 

Prima abbiamo citato la legge svedese. La storia svedese è positiva: negli anni 70 la Svezia era il simbolo della liberazione sessuale e destinazione apprezzata del turismo sessuale. I movimenti di donne hanno lottato arrivando nel 1987 a denunciare la prostituzione come forma di schiavitù e nel 1998 è stata approvata la legge “Pace delle donne” secondo cui comprare o cercare di comprare servizi sessuali costituisce un reato punibile con una multa o la reclusione fino a 6 mesi, o fino a due anni nel caso in cui la vittima sia un minore. Le prostitute non incorrono il alcun procedimento penale. I risultati sono positivi: il numero delle prostitute da marciapiede è dimunuito e con esse c’è stata anche una riduzione del numero dei clienti e delle donne che iniziano a prostituirsi. La Svezia però è l’unico Paese in Europa che lotta contro la tratta e la prostituzione. Negli altri Paesi in cui la prostituzione è regolamentata, come la Germania e i Paesi Bassi, sono quelli in cui si sviluppa maggiormente. Il nostro Paese come si colloca in questo quadro?

 

Personalmente io non ho facili soluzioni per un fenomeno che ripeto è molto più complesso di come troppo spesso viene presentato all’opinione pubblica dai media.

 

Ritengo che abbia origine a livello culturale in un modo sessista di considerare la sessualità delle donne e probabilmente è per questo motivo che si tende a negare il fenomeno della tratta nella prostituzione di strada. Io credo che la prostituzione in quanto tale non sia un problema per la società quando è esercitata da donne libere che la scelgono, ma la prostituzione di strada che coinvolge donne provenienti da paesi poveri, giovani e vulnerabili, sia un’altra cosa e per questo motivo vada analizzata in modo molto più serio.

 

 

 

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