Tutti giù, per terra

Tutti giù, per terra
Così in terra Davide Enia Dalai Editore 2012

di Maria Cristina Sarò

C’è una gran differenza tra chi scrive perché ha due mani e chi scrive perché ha una sola mano. Esiste Palermo. È la parola che canta quando è verbo. Un suono che è dolore quando il fiore colpisce una finestra in primavera. Così in terra di Davide Enia (Dalai editore) è un esordio che riapre, eniamente, le tende di un luogo diventato ambiente. Perché Davidù non è Davide, ma è tutto. Dal padre al figlio, in croce e di petto, gli anni più tristi e ballarini della storia palermitana e nazionale. Una storia familiare? La Storia. Esiste una gran diffidenza tra la Letteratura e il Teatro. Una diffidenza che non esiste nella scrittura di Davide Enia. Un narrattore prestato alla narrativa perché schifato dalle logiche teatrali? Una perdita lancinante. Una reazione istintiva chiamata arte. Esistono due modi di legge: il personaggio e la scrittura. Non si può leggere questo romanzo non considerandolo un continuum di coerenza e stile. È necessario riflettere sull’importanza che questo atto di coraggio ha, attraverso dinamiche musicali vettoriali, nella scrittura narrativa. Riflettere sull’operazione linguistica che è l’esperimento riuscito non di un linguaggio, ma di una lingua. Il palermitano non è l’italiano. Ma strutturare il livello sociale, e non linguistico, di una lingua è un atto politico. Un arco temporale ben delineato e circoscritto entro cui si esauriscono i pugni  civili dell’agire umano. La guerra, già presente nel suo Maggio ’43, la fanciullezza matura dei gol umani presente in Italia-Brasile 3-2, la miseria umana che raschia la parola tanto da diventare Scanna, la ricchezza del buio ne I Capitoli dell’Infanzia. Però in questa storia, che è in terra, il forte ego è uno. È l’uno che quantifica la successione di numeri e ring dentro una storia che è solo l’impalcatura del reale. L’elemento più rilevante in questo romanzo è il personaggio, il quale non è ora portavoce, ma voce. I nomi dei personaggi, testimoni e testimonianza,  sono di carne. Non vi è chiusura del riconoscimento affettivo affidato ai pugni, che poi sono le parole del personaggio. E questo rende il lettore non umano,  ma sanctus in nomine. Un’operazione linguistica complessa e rischiosa ma puntuale. Puntuale nella confusione di idiomi e slang all’interno della narrativa italiana contemporanea. Storica nella riflessione linguistica (e sociolinguistica) di una lingua spuria, e locale, che bacia tutto e vive. Reale nella descrizione di luoghi che battezzano la narrazione come fumetto del pensiero agìto. Ci sono personaggi che ritornano. Ritornano per ricordare che l’incontro finale è stato l’inizio. Nina e Davidù esistevano prima di questa storia, prima di un’impalcatura di genere che li rendesse verosimili a noi. Ne i Capitoli dell’Infanzia Nina non parla. Qui invece è un amore costante, ma vero. Davidù è ancora ‘u picciotto delle cose di bombe, il ragazzino tutto calcio e minne che non vede la strada, ma la fà. Però questi personaggi s’aggrappano, uòra,  al tempo. Un tempo che li ha fatti crescere, non d’età ma d’altezza. C’è tutto l’intreccio di rami che guardano l’ombra del proprio albero e decidono di animarsi. Animare è un verbo fanciullo e difficile. E’ la consapevolezza di dare all’anima uno spazio entro cui agire, rifiutando l’atrocità del reale. È la scelta umana di garantire parola al corpo. Garantire la profondità del mare, quando l’orizzonte è una linea di pioggia sopra il ciglio, è vita. In puero, homo. In grazia, Palermo. Una sola mano. Precisa come una lama. Silenziosa come un bonsai. Gemella come un bacio. Eh si, Davidù. C’è gente che ci rende felici come il dolore. Tutti giù, per terra.

Nota. Gli spettacoli citati all’interno dell’articolo sono consultabili in www.davideenia.org e/o www.santoroccoegarrincha.org

 

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