Donna antimafia, la storia di Lea Garofalo

di Valeria Grimaldi

Il 21 Marzo è stata la giornata in memoria delle vittime delle mafie. Lea Garofalo era una di queste. Una vita difficile, una fine tragica, una storia rimasta inascoltata tra le pagine dei giornali per troppo tempo.Nella requisitoria di martedì 27 Marzo, il pm Tatangelo aveva chiesto l’ergastolo all’ex compagno di Lea Carlo Cosco, imputato assieme ai fratelli Giuseppe e Vito, a Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venturino. Sei uomini contro una sola donna: hanno posto fine alla sua vita sciogliendola nell’acido (tipica procedura utilizzata dalla mafia corleonese, anche se in questo processo viene negata l’aggravante mafiosa), per ragioni di onore criminale e fatti personali.

Il 30 Marzo, la Corte D’Assise di Milano ha accolto pienamente le richieste del pm d’accusa, condannando i 6 imputati alla pena dell’ergastolo, con isolamento diurno di due anni per l’ex compagno Carlo Cosco e il fratello Vito Sergio Cosco, e isolamento di un anno per gli altri quattro imputati Giuseppe Cosco, Massimo Sabatino, Rosario Curcio e Carmine Venturino. Poco prima della lettura della sentenza, i Cosco hanno rotto il silenzio che alleggiava in aula rivolgendosi, con insulti e minacce, all’’attore, scrittore e consigliere regionale di Sinistra e Libertà in Lombardia Giulio Cavalli: “Perchè scrivi sui libri che siamo mafiosi?Scrivi perchè sei un cornuto ed un infame”. Cavalli ha risposto sottolineando il fatto che “Quello che importa di questo processo è che da un fatto privato è diventato a un evento pubblico grazie a molti giovani”

 

Lea era nata a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, ed era la sorella del boss ‘ndranghetista Floriano Garofalo: viveva la mafia tutti i giorni, ma nonostante ciò era diventata una testimone di giustizia sottoposta al regime di protezione, raccontando le faide interne che si svolgevano tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco. Nel 2006 viene tolta dal programma di protezione perchè le sue dichiarazioni non erano supportate da alcun riscontro; lo stesso anno però il Consiglio di Stato nega questa decisione, e il regime di protezione dura per Lea fino a quando è lei stessa a volervi rinunciare nell’aprile del 2009. Il 5 maggio avviene un tentato rapimento: Lea viveva con sua figlia Denise a Campobasso e per un guasto alla lavatrice chiama l’ex compagno che le manda a casa Massimo Sabatino;  ques’ultimo tenta di sequestrarla ma la donna riesce a sfuggire all’agguato ed informa i carabinieri dell’accaduto. Nel novembre del 2009 avrebbe dovuto deporre a Firenze come testimone in un processo su diretti coinvolgimenti del suo ex compagno. Ma quest’ultimo, con la scusa di voler parlare con Lea del futuro della loro figlia Denise, la convince a raggiungerlo a Milano. “Lea ha sopravvalutato se stessa quando è andata a Milano con la figlia, ma immaginate voi una madre che non ha soldi per comprare un vestito alla figlia, che è terrorizzata, fragile e che sta cercando di salvarsi a suo modo dall’ex compagno. Ha agito ancora per il bene della figlia”, spiega il pm Tatangelo. Purtroppo Lea da qual viaggio non vi farà più ritorno. E’ il 24 novembre: Massimo Sabatino e Carmine Venturino rapiscono Lea e la consegnano a Vito e Giuseppe Cosco; questi la torturano per ore e poi la uccidono con un colpo di pistola. E in un terreno del comune di San Fruttuoso (Monza), il corpo di Lea viene sciolto in 50 litri di acido.

Nella quarta puntata del suo nuovo programma, Michele Santoro intervista la sorella di Lea, Marisa:  coraggiosa e a tratti straziante, un’interivsta che ha portato alla luce la storia di Lea per i tanti che non la conoscevano. Marisa Garofalo ha denunciato le mancate tutele subite dalla sorella, l’assenza di una risposta da parte delle istituzioni che di fronte a storie di mafia sembrano sempre più conniventi che soccorritori. L’indelicatezza anche di uno Stato che non per sua voce rivela ai familiari la sorte che ha subito un loro caro: Marisa ha appreso da un telegiornale la notizia di come era morta sua sorella, notizia che lo stesso Sabbatino aveva rivelato in carcere ad un compagno di cella, a sua volta collaboratore, che riferì il tutto.

“Perchè è così importante per i familiari ottenere giustizia?” chiede il giornalista; “Perchè mia sorella ha messo a disposizione la sua vita per aiutare un Stato a sconfiggere la mafia. E’ un delitto abbandoare i testimoni di giustizia. E’ il delitto di uno Stato che si arrende sempre più al potere mafioso”.

La storia di Lea ci insegna che una voglia di legalità e giustizia deve appartenere a tutti: le storie dei delitti di mafia possono essere spacciate come storie comuni di tutti i giorni, ma è nostro compito dargli voce e non farle affondare nel mare di silenzio tipico di chi assiste ad un’ingiustizia e si volta dall’altra parte. Non esiste solo la corruzione dilagante, l’evasione che strozza tutti, la malavita organizzata che ci rende impotenti: anzi questi sono i primi mali a dover essere combatutti, per ridare respiro di aria nuova al nostro Paese. Non esiste solo la mafia: esistiamo noi, che siamo l’antimafia. E’ esistita Lea, una donna coraggiosa che ha dato la sua vita per il bene di sua figlia e di tutti noi. E per questo non deve essere dimenticata.

One comment on “Donna antimafia, la storia di Lea Garofalo

  1. […] lampante del fallimento italiano in materia di testimoni di giustizia è probabilmente la storia di Lea Garofalo, uccisa il 24 novembre 2009 dal marito boss ‘ndranghetista che aveva denunciato alle procure […]

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