Quarant’anni di mafia

di Danilo Palmeri

“Quarant’anni di mafia” è una storia che non dovrebbe più essere riscritta. Da vent’anni, invece, Saverio Lodato continua testardo la sua riproposizione. Anni che non concedono tregua.
Parlare di mafia, inevitabilmente, significa ricostruire parte della storia di questo Paese. Una storia oscura, scomoda. La vicenda è raccontata con coraggio da un punto di vista “privilegiato”: la redazione dell’Unità di Palermo.
Il ritmo incalzante del racconto aiuta a ripercorrere quanto accadde in Sicilia, sul versante mafioso, dal 1979 al 2008. Gli eventi diventano chiave di lettura essenziale per comprendere gli snodi di quella stagione. Fotogramma dopo fotogramma emergono vicende di sangue e potere. Di sangue ce n’è tanto. Simbolo del prezzo da pagare in cambio di una terra che possa definirsi “normale”. Di normale, però, nel libro non c’è niente. Perché non è normale una terra infestata da cadaveri mafiosi e omicidi eccellenti.
Tutti narrati i protagonisti della mattanza che vide affibbiarci l’invidiabile qualifica di “Repubblica delle banane”: da Boris Giuliano a Gaetano Costa, da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino.
Se Lodato si fosse fermato alla mafia che uccide, al braccio militare, alla mafia facile da disprezzare sarebbe stata un’opera apprezzabile, ma parziale. Invece no, sa che non esiste Mafia senza collegamenti col potere: Potere Politico. E lo scrive, denunciando su questo fronte una lotta “col freno a mano tirato”.
Un libro da leggere, per precauzione, con distacco. Bello, se fosse un romanzo di fantasia. Invece è reale.

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