Riscrivere

di Beniamino Piscopo

Se vai a studiare all’ ITCS spesso non lo fai per scelta. Il liceo e poi l’università sono un lusso di soldi e tempo che tante famiglie non ti concedono. E un futuro non hai bisogno nemmeno di immaginarlo perché quello è già diventato il tuo presente. I sogni non sono fatti per i figli dei precari e degli immigrati. Non è vero che sognare non costa nulla, perché anche i sogni hanno un prezzo, pure quelli sono un lusso. Così accetti le cose come sono, accetti che è questo il tuo posto, lo stesso della tua famiglia, la stessa etichetta da condannato. Senza nessuna rassegnazione, perché ti rassegni e ti dai per sconfitto solo dopo averci provato. Accettare significa solo essere realisti, come ammettere che la palla è rotonda.
Quando all’ ITCS G. Salvemini di Casalecchio fu invitato un tipo a parlare di legalità e di camorra, potete ben immaginare che i ragazzi non lo presero certo sul serio. Lo squadravano con l’aria di chi la sa lunga, a quel ragazzone alto e lungo e magro e con gli occhiali. Che ne sa uno con quella faccia della camorra? Che c’è ne fotte della camorra a noi che stiamo in Emilia? Vez, sempre meglio farsi attaccare una pippa sulla mafia che stare in classe a fare la matematica, eh.
Il ragazzo si chiama Alessandro Gallo. È stato invitato dal preside dell’istituto a tenere un laboratorio chiamato “ Vi raccontiamo le mafie”. Ora, vi starete chiedendo cosa ci sia di speciale, che nelle scuole queste robe si son sempre fatte. E un po’, già vi vedo, state appoggiando la linea dei ragazzi che all’ingresso in scena del nostro Alessandro, hanno reagito con uno sbadiglio. Potete farlo comunque, cioè qui non si sta ne a condannarvi ne a giudicarvi, che studente medio superiore c’è stato anche il sottoscritto, che credete? Ma datemi retta se vi dico che la storia del nostro Alessandro è speciale, voglio dire, questa speciale lo è davvero, mica come le altre. E quando avrò finito di raccontarvela, ci scommetto che mi darete ragione. E allora il nostro Alessandro, vi verrà pure voglia di conoscerlo, anche solo per dirgli che per i suoi venticinque anni è davvero un tipo in gamba. E magari, i più curiosi di voi, si piglieranno pure la briga di andarsi a comparare il suo libro. Proprio così, perché è uno scrittore il nostro ragazzo, ma uno di quelli veri. Di quelli che vincono premi e onorificenze di alto prestigio e spessore culturale. Di quelli che vengono invitati in televisione a presentare il libro, per intenderci. E che cinque minuti dopo hanno il cellulare crivellato di sms e di telefonate di congratulazioni. La maggior parte vengono dal rione Traiano, un quartiere di Napoli pieno di gente e individui che è meglio perderli che…Ma il nostro giovane scrittore pluridecorato non s’è l’è dimenticata la puzza della strada. Non si è dimenticato di quando da bambino gli spararono un tizio che leggeva il giornale davanti agli occhi. E nemmeno le quattro ore di fila che si faceva fuori al carcere di Poggioreale, quando andava e tenere compagnia al padre che s’era messo con gli scissionisti. Oppure, di quando da ragazzino lo portavano nel reparto dove tengono ingabbiate le donne. In quell’indicibile tugurio riusciva sempre a strappare una risata alla cugina Cristina, una che a colpi di p38, da quelle parti a vent’anni era già una leggenda. Insomma, da questi accenni biografici potete intuire che il nostro Alessandro non è uno scrittore come gli altri. E che se per altri scrivere è un esercizio artistico\creativo\culturale, per lui è un esigenza impellente come andare ai servizi la mattina. Scrivere per lavarsi da dosso una specie di marchio che ti hanno tatuato a fuoco, a tradimento, sotto la pelle. Scrivere perché quella è l’unica medicina, l’unica vera cura che per Alessandro ha un senso. Scrivere per gridare a se stessi e agli altri che si può scegliere, che non è vero che è tutto già scritto, ma che tutto può essere riscritto. Scriverlo e ripeterlo, come un’ossessione, come una punizione. Come quelle che ti danno alle materne quando ti dicono di riempire tre pagine di lettere T. Ed è proprio da una punizione che tutto è partito. Quando alle medie la professoressa di italiano castigò il nostro Alessandro con un progetto di teatro. Un punizione che lui ricorda come una specie di folgorazione. Una punizione che è continuata dopo il liceo, quando si è inscritto al DAMS a Bologna. Una punizione che è diventata la passione di una vita. Veicolare l’arte all’impegno e portarla nelle scuole, insieme alla propria storia, come prova schiacciante di riscatto e speranza, come un lieto fine memorabile. Parlare ai ragazzi per farli diventare più alti, consapevoli di qualche centimetro in più. Usare la parola per cancellare e riscrivere, in quei posti dove altri hanno già scritto, hanno già marchiato provenienza e destinazione.
Alessandro Gallo è cresciuto a Napoli, e la camorra l’ha respirata quando il vento alzava la puzza dolciastra della monnezza bruciata, l’ha sentita quando premeva il grilletto, l’ha vista quando vedeva suo padre tra le sbarre di una gabbia. Oggi ha deciso di raccontarla raccontandosi.
Va nelle scuole leggendo passi di “Scimmie”, il suo racconto di formazione dal sapore di un’autobiografia romanzata. Adesso quei ragazzi che all’inizio l’hanno accolto sbadigliando dovete vederli. Ve li lascio immaginare mentre iniziano a cantare emozionati Albachiara, quando alla fine del romanzo viene citato Vasco. Sarà che il nostro Alessandro coi ragazzi ci sa fare, alla fine del primo anno di corso gli volevano bene già tutti. Poi un volta è pure capitata una scena degna di certi film eccezionali. Il giorno della sua laurea, Alessandro se li ritrovò tutti lì i suoi ragazzi. All’appello non mancava nessuno. Tutti quei pirati chiassosi e brufolosi dell’ITCS fuori la facoltà a festeggiarlo. Stavolta è stato Alessandro a rimanere emozionato, quando si è visto regalare dai suoi ragazzi il completino azzurro del Napoli. E magari avrà pure pensato che c’era riuscito, che oltre al suo, altri finali erano stati riscritti. Scommetto che un po’ ci ragionava, mentre quella mattina rideva colpito dalle pallonate della gioia a occhi socchiusi, che ancora dovevano abituarsi, a raggi di sole cosi generosi.

La recensione di Scimmie su DIECIeVENTICINQUE

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