Wir lieben Berlin

Di Federico Ticchi

In the nighttime, when the world is at its rest, you will find me, in the place I know the best.” Così canta Paolone Kalbrenner nella sua famosissima Sky and Sand. Ormai è passato un anno dal mio ultimo viaggio nella capitale tedesca, ma non per questo si è assottigliata la mia voglia di tornarci. Intendiamoci,  non sono un amante del nord Europa, né tanto meno della Germania. Mi definisco mediterraneo, adoro lo stile di vita di noi terroni europei, il nostro modus vivendi e la capacità di prender le cose con più leggerezza. Certo che abbiamo un sacco di problemi, la nostra pigrizia e negligenza spesso sono deleterie ma non ci scambierei per nessun nordico. La città “libera” di Berlino, però, è qualcosa a parte. Si respira gioventù, si respira storia. Nella divertentissima metro sopraelevata, sugli autobus, per strada, l’età media s’aggira verso i trentacinque anni. Negozietti sperimentali di designers locali, baretti intimistici, polleggiati e quasi bucolici tempestano questa città che porta ancora i segni della divisione tra est e ovest.  Ma questa presenza storica tangibile, così devastante per i berlinesi, è per me un elemento di fascino estremo. Il fatto che il Muro sia caduto solo nel 1989 permette tutt’ora d’immergersi nel passato, di tentare di comprendere un po’ com’era. È sufficiente aver letto qualche pagina della storia della DDR (la repubblica democratica tedesca, ossia i comunisti) o semplicemente sull’Unione Sovietica, e perdersi a camminare per la Berlino Est, che poi ci capiti per caso, come successe a me la prima volta che visitai la città. Non sapevo nulla di dove passasse il muro (oggi ne restano solo pochi metri, e si comprende perché giustamente i berlinesi vollero tirarlo giù). Superata Alexander Platz, dove si trova l’inquietante, ma tremendamente attraente, torre della TV, mi ritrovai a camminare su un viale immenso, la cui imponenza e grandezza dei palazzi mi metteva in soggezione quasi rivivessi il sentimento del Sublime che secoli addietro persone dal calibro di Schopenhauer, Friedrich, Turner, Constable, chi attraverso un saggio filosofico e chi attraverso l’arte, avevano provato a descrivere. Poi, guardando entrambi i lati della strada, mi resi conto che questi palazzoni si ripetevano specularmente: se sul lato sinistro della strada c’era un palazzo, sul lato destro si ritrovava il suo gemello, e così per chilometri e chilometri (non riuscii a percorrerla tutta, tanto era lunga). Ero sicuro di essere nella parte comunista di Berlino, difatti lessi il nome della via: Karl Marx Allee. Non potevo non essere nella parte est! Così iniziai ad immaginare parate, comizi politici, immensi cortei per il primo maggio, bandiere rosse che sventolavano e militari con i loro passi perfettamente cadenzati. Mi ero capultato tutto d’un tratto nella storia, nel passato, ed ero riuscito ad accorgermene da solo, senza alcun bisogno di cartelli esplicativi, depliant o guide. Le mie poche conoscenze erano state sufficienti per capire dove mi trovavo, cosa probabilmente fosse successo in quelle strade, in quegli appartamenti, tutti così grigi ed uguali. Fu un’emozione che non avevo mai provato prima. Non è lo stesso di quando si visitano rovine greche o romane, che se non si vede una ricostruzione non si può ben comprendere cosa ci si ritrova di fronte. E non è neppure come quando si vede un sontuoso palazzo storico in mezzo a nuovi, orribili edifici moderni: qui s’intuisce davanti a cosa ci si trova, ma non il contesto. Invece Berlino non è così. La differente architettura tra est ed ovest è evidente, subito t’immergi con i pensieri nella vita che è stata.  La stessa torre (Fernsehutrm) di Alexander Platz, sulla quale sono finalmente riuscito a salire durante il mio secondo viaggio, con quella sua sfera e punta sottile che sembra finire nel nulla, guardandola dal basso fa paura, incute timore e rispetto, come una montagna innevata durante una bufera, quando la terra candida coperta di neve si mescola indistintamente con il cielo lattiginoso coperto di nubi, e ti perdi, non capisci dove sei, ti disorienti. Ma essere disorientati a Berlino è bello. Può capitare che perdendoti arrivi davanti ad un edificio grandissimo e loschissimo che pompa musica che fa tremare le vetrate colorate dai neon verdi e finisci per ballare in quella che era una fabbrica importantissima della Germania comunista. Ma non ti sembra un locale, non è arredato. Lo vedi che è una fabbrica.

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