Caro Papà…

 di Novella Rosania

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

19.04.2012

 E’ notte. Fuori dal finestrino vedo solo le luci della campagna romagnola. Il treno mi sta portando a casa. È un po’ in ritardo, ma tu me l’hai sempre detto di lasciare perdere questi fatiscenti e arrugginiti elefanti su ruote. Stamattina ho sostenuto il colloquio per il posto da ricercatore di cui ti ho parlato, prima che te ne andassi. I tempi di attesa per le selezioni sono tanto lunghi che ti ho visto finire. Ho presentato la domanda alla commissione, il mio curriculum, le pubblicazioni che ho scritto con il Prof. Garlandi. Ho aspettato quattro ore in un’aula dell’università. C’erano almeno 100 candidati con me, per lo meno quelli che avevano passato la prima selezione. Si parlava di 300 che avevano presentato domanda. Papà non credo, onestamente, di essere fra i tre scelti. Dicono che il bando viene pubblicato solo perché la legge così impone ma in realtà già sanno chi sarà a vincerlo. Non so se crederci, sarebbe molto triste. Parlano tutti di merito, alla Tv, i politici, i giornalisti. Vorrei chieder loro quale tipo di merito richiedono: il merito di essere figli di un professore universitario, o ricco di famiglia, o magari di avere un bel fisico da poter vendere al momento giusto. Ognuno ha i suoi meriti, bisogna vedere qual è quello meglio spendibile. Ogni giorno faccio i conti con una realtà sempre più avversa, ma anche di questo mi avevi avvertita.

In tutta Europa mi chiamano scienziata, in Italia mi chiamano precaria. Per questo sto pensando di partire. Con le mie esperienze e il dottorato potrei trovare un posto a Boston o a Berlino, ti piaceva tanto quella città: ma c’è la mamma e non me la sento di lasciare la mia città. Perché dobbiamo sempre scappare per poter trovare un lavoro dignitoso? Certe volte penso che sia l’Italia a non volere gli italiani. Non vogliono investire su noi giovani, sul nostro cervello, sulle capacità che possiamo mettere a frutto, su quanto di più prezioso ha una nazione: i talenti. La disoccupazione è al 9.6%, al 31% quella giovanile: questo vuol dire che io rientro fra i 2.429.000 persone che non hanno un lavoro. Quasi ci dobbiamo ritenere fortunati, perché la Grecia è al 21% e in Spagna  sono 4 milioni i disoccupati. La situazione non è incoraggiante e la crisi non ci da tregua. Abbiamo rinunciato alle paste da Mario la Domenica. La mamma quando può fa una torta, per farci contenti. Non so perché ma sento di stare sprecando tempo prezioso, i miei anni migliori come dicevi tu. Ho passato gli ultimi a studiare 10 ore al giorno e l’impegno e i sacrifici che ho fatto per mantenermi fuori non capisco perché, o per chi, li ho fatti. Non sono tragica, solo un po’ realista. Sento i miei colleghi che vagano di ufficio in ufficio per il così detto collocamento. Ma dove vorrebbero collocarci se non si creano nuovi posti? Si fanno leggi per tenere incollati a sedie logorate, vecchi e stanchi adulti. Capisco che possano avere molta più esperienza di noi ma pensa a quanto entusiasmo, quanta capacità innovativa, quanta inventiva una mente fresca e ambiziosa può fruttare a un’azienda. Si parla tanto di crescita per il nostro paese: perché non ci permettono di farlo crescere con le nostre idee? Siamo forza lavoro inutilizzata. Siamo menti in pensione ancor prima di essere utilizzate, dietro una cassa a battere scontrini, a mendicare tirocini gratuiti, ad essere sfruttati e mai ricompensati. Ci criticano perché non abbiamo ambizione, a me sembra che l’unica cosa che non abbiamo sono i mezzi per farla concretizzare. Steven Jobs aveva 21 anni quando nel garage dei suoi genitori costruì il primo computer Apple, ma perché la sua idea potesse diventare impresa dovette ricevere un finanziamento di 250.000 dollari da un ricco industriale. Questo vuol dire che noi giovani siamo il seme del cambiamento ma per renderci frutto abbiamo solo bisogno di qualcuno che creda in noi. Se così non è, perché stiamo correndo tanto? Cosa dovrebbe spingermi a restare in questo sentiero spoglio, sempre più disprezzata e mai incoraggiata, senza nessuno che investi su di me? Ho tutta la forza per correre ma mi manca l’entusiasmo e senza di quello, beh, non si cresce. So che ti ho fatto tante domande, perdonami, ho molti dubbi. Vorrei non associare più il “Futuro” alla parola “Minaccia.” Voglio credere ancora di potermi permettere un giorno una famiglia, una casa, magari dare alla mamma dei nipoti e anche farli crescere sereni, in campagna, dove ci hai fatto nascere tu. Voglio che non sentano il peso di una modernità sfribrante, sfruttatrice e opprimente. Voglio che guardino il cielo e pensino “Sarà sempre più blu.” Per adesso, Caro Papà, io continuo a camminare, lotto, cerco, ma presto fuggirò. Forse in Africa, Papà, dove ancora si vede il sole sorgere, i bambini ridere e le speranze mai scivolare via…

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