Strage di via dei Georgofili

Di Giulia Silvestri

A pochi giorni di distanza da ciò che è accaduto a Brindisi, con la rabbia ancora in circolo e lo sconforto che a tratti si affaccia sul mio viso, c’è un’altra storia da raccontare.
Un’altra bomba, questa volta un’autobomba.

A qualche giorno di distanza dal primo anniversario della strage di Capaci, nella notte tra il 26 e il 27 Maggio del 1993, Cosa Nostra ha deciso di far sentire nuovamente la sua voce, distruggendo cinque vite.

L’accademia dei Georgofili promuove, a Firenze, lo studio dell’agronomia, della selvicoltura, dell’economia e della geografia agraria e si trova nella Torre delle Pulci.
Angelamaria Fiume in Nencioni aveva 36 anni, era una donna, una mamma, una moglie, una lavoratrice: era la custode dell’Accademia.
Abitava insieme al marito, Fabrizio Nencioni, di 39 anni, al piano terreno della Torre.
Avevano due figlie: la più grande, Nadia, aveva 9 anni, la più piccola, Caterina, era nata da soli 50 giorni.
Dario Capolicchio era uno studente di 22 anni e come tanti fuori-sede viveva in un appartamento in affitto che si trovava di fronte all’entrata della Torre. Era arrivato da Sarzana, in provincia di La Spezia, per studiare architettura.
Il silenzio, quella notte, non è stato disturbato solo dagli universitari e dai ragazzi che tra un pub e l’altro fanno le ore piccole, ma è stato squarciato da un boato, un boato distruttivo, un boato assassino.
Era l’01:04 e in quel momento, in pochi istanti, sono stati spezzati i sogni di uno studente, le speranze di due genitori per le proprie figlie, l’infanzia di due bambine e il loro stesso futuro.
Sono tutti stati uccisi da un Fiat Fiorino parcheggiato vicino alla Torre.
Di nuovo, come altre volte era già successo, una macchina è stata usata per uccidere; proprio la macchina, che per anni fu il simbolo del progresso, è stata utilizzata per compiere il gesto più meschino e retrogrado che l’essere umano, se davvero si può definire così chi uccide, abbia mai compiuto.

I morti sono stati 5, i feriti 48. Sono stati riscontrati gravi danni a edifici facenti parte del patrimonio artistico, tra cui la Galleria degli Uffizi. Dopo la strage moltissime persone sono rimaste senza una casa, i risparmi di una vita investiti in quelle quattro mura sono stati spazzati via, non da una calamità naturale, ma dalla mano dell’uomo.

A questo punto, come alla fine di ogni racconto che si occupi di omicidi a stampo mafioso, sorge sempre la stessa domanda: giustizia è stata fatta?
Il processo c’è stato: è terminato il 6 Maggio del 2002 con la sentenza definitiva della Cassazione che ha confermato 15 ergastoli condannando mandanti interni a Cosa Nostra, tra cui Totò Riina, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e Bernardo Provenzano, ed esecutori materiali. Nel 2003 è stata riconfermata in Corte d’Assise d’Appello la condanna di Antonino Messana, che fornì la sua abitazione come base, nella quale il Fiat Fiorino fu imbottito di tritolo; la Cassazione nel 2002 lo aveva rimandato a giudizio.
Nel 2011 grazie alle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, la Corte d’Assise di Firenze ha condannato all’ergastolo Francesco Tagliavia, accusato di aver partecipato alla riunione nella quale la strage fu pianificata e di aver collaborato alla realizzazione della stessa.

Ad oggi, come nella maggior parte delle stragi, non si è ancora scoperta tutta la verità. Vi è il fondato sospetto, infatti, che i mandanti della strage non vadano ricercati solo tra le fila di Cosa Nostra.

Nell’attesa di questa verità, non ci resta che ricordare le vittime, leggendo, increduli, la poesia che Nadia scrisse pochi giorni prima di essere brutalmente assassinata:

Il pomeriggio se ne va.
Il tramonto si avvicina
in un momento stupendo.
Il sole sta andando via (a letto).
È già sera, tutto è finito.

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