Terra che scuote i cuori

di Novella Rosania

Le rotaie scorrono. Dritte, stabili, ferme. Diventano l’unico modo possibile per andare via. Lo testimoniano le centinaia di persone davanti alla stazione di Bologna. Valigie stranamente piccole. Buste della spesa, con quello che si aveva in frigo, da portar via per non farlo ammuffire. Telefonate senza risposta. Le linee sono saltate e, piano, vengono ristabilite. C’è un’aria strana a Bologna, alle 15 di un 29 maggio. L’attività è frenetica, mille macchine corrono per i viali, mentre il giorno prima erano posate tranquille, in attesa della fine del turno di lavoro. I bambini sono usciti dalle scuole, nemmeno vi erano entrati. I ragazzi corrono per strada.

È un ritornare indietro costante nella memoria di una giornata strana, fa venire i brividi.

Siamo tutti in Piazza Maggiore, appena la scossa del 5.9 ha turbato il nostro sonno. L’unico rifugio sereno è l’abbraccio della tua coinquilina e un “Forza prendi la tua roba, usciamo di qui.” I vestiti della sera prima addosso, una maglietta messa al contrario, i documenti e una borsa. Tutto provvisorio. “Come stai? Va tutto bene? Scendi, ci vediamo in piazza.” E così sembra tutta una grande festa di paese, con i bambini nei passeggini, le scolaresche in fila per due come in gita, i turisti sotto il Nettuno per le foto di gruppo. Ma dietro tutto questo i volti sono ancora sconvolti, un po’ pallidi. Si tende a raccontare agli sconosciuti quello che si è vissuto, quasi per liberare la memoria, la testa da quel pensiero costante, da quei sospiri misto paura, sollievo, incertezza. Siamo tutti seduti a terra, oggi. Un vigile dice a una ragazza “Signorina non si stenda, rispetto per la piazza!” Proviamo a studiare, anche in queste occasioni. Siamo temerari noi studenti. Gli esami sono l’unica cosa che ci spaventa sul serio, a tal punto che in palazzo Malvezzi, alle ore 10.30, gli esami di procedura civile continuano, le verbalizzazioni di diritto privato vengono ancora registrate, nonostante i telefoni non prendono e il sistema telematico salta. Si, non siamo molto saggi noi ragazzi e la logica imprudente del “Se dobbiamo morire moriremo” impera. Soltanto più tardi arriverà la comunicazione del Direttore Generale di “sospendere tutte le attività didattiche e lasciare i locali dell’Università in tutte le sedi di Bologna e dei campus della Romagna.” Le altre facoltà in via Zamboni sono state evacuate alla stessa ora, ma noi giuristi siamo tenaci, anche contro la forza della natura. Un’imprudenza che per fortuna non è costata cara a un palazzo del ‘500.

Alle 14 Bologna si incontra ai giardini Margherita. Lo spazio è grande, sufficiente per ospitare gli sfollati e le loro paure. Troviamo un posto sull’erba. Il sole è caldo, morbido il calore che si genera, l’odore della pelle abbronzata ti fa venire in mente il mare della Sicilia, della Puglia, della tua terra. Alzi gli occhi verso il cielo limpido, respiri profondamente. Per un attimo ti dimentichi perché sei li. I bambini corrono, oggi per loro è una giornata di festa. Hanno i genitori accanto, una rarità di cui essere felici. Li hanno portati a correre all’aperto insieme a tutti i loro amici con i quali giocare a pallone, nascondino, mosca cieca. I più piccoli si portano a passeggio per il parco, mano nella mano, tenuta stretta, fino alla fine come per apprezzare ogni singolo attimo in cui puoi ancora amare sconfinatamente tuo figlio. I più grandi suonano i bonghi, fanno roteare le bolas con i loro lunghi nastri colorati che attirano sguardi di amanti, ammiratori, grandi e piccini. Eppure si sta sempre in allerta, le mani strette fra l’erba, sentinelle sensibili di qualsiasi movimento sussultorio. Quello che sussulta, però, è il nostro cuore. Ci si domanda cosa si farà nella notte, se si potrà tornare nella propria casa, ora luogo meno sicuro dove poter stare, se i suoi muri, fino a poche ore prima solidi fortini contro la moderna frenesia, terranno ancora e per quanto. Senti il loro scricchiolio ritornarti nelle orecchie e il loro ondeggiare, mentre eri sotto un tavolo, pregando Dio che finisse presto.

Chi può va via. Come me, studente fuori sede, che una casa in Emilia l’ha solo in affitto. Ne conosciamo pochi di “Bolognesi veri”, siamo tutti espatriati. Quelli che ci guardano, invidiosi del nostro poter andar via, ci dicono: “Qui ho la mia casa, ci ho passato 20 anni, se dovessero sfollarci sarebbe un trauma.” Mi domando quando tornerò. Anche se questa non è la mia terra, rimane la mia terra acquisita. Sono anche mie le lacrime del giorno dopo, quando ti rendi conto di cosa è successo fuori dalla propria imminenza. I morti, la gente davanti ai capannoni oramai zollette di zucchero sbriciolate, le tende blu della protezione civile, immagini in ogni telegiornale. Le avevano installate anche per noi a Parco Nord. Ma il pensiero ti va sempre a quegli operai, operaie, artigiani, imprenditori, ingegneri: Mohamad Azaar, Kumar Pawan, Gianni Bignardi, Eddy Borghi, Enea Grilli, Vincenzo Iacono, Iva Contini, Daniela Salvioli, Sergio Cobellini, Enzo Borghi, Paolo Siclari, Hou Hongli, per adesso… Magari questa non era la loro patria, ma penso che amassero l’Emilia Romagna come l’amiamo noi. Questa terra generosa ci ha accolto come figli, fra le distese rigogliose di campi verdi, l’infinita opulenza delle sua vegetazione, i colli, il vino aspro e forte, rosso come le guance dei contadini la sera tornando verso casa, le feste di paese, le sagre, le balere, le piadine calde, le crescentine, i volti gentili della gente comune e quelli delle grandi menti che hanno fatto l’Alma Mater. Noi l’Emilia Romagna la vogliamo ricordare così e anche se l’abbandoniamo per il momento, sarà sempre verso questa terra il nostro pensiero e il nostro ritorno.

Le nostre lacrime, oggi, sono le lacrime di tutti.

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