“Ritmi africani Onlus”: melodie di solidarietà e sviluppo dagli accenti italo senegalesi

di Laura Pergolizzi

Sentir parlare della “questione” in Africa è cosa comune. Sentir parlare della “questione” in Africa per stereotipi, anche.

Risulta complicato  districarsi in un mare di parole così complesso: cooperazione internazionale, progetti di sviluppo, Onlus e associazioni, adozioni a distanza, beneficenza. E’ talmente difficile capire il meccanismo di questa rete, dalle motivazioni di partenza del volontario ai risultati concreti del suo operato, che generalizzare rimane l’ultima strada percorribile.

Confrontarsi con chi ha già vissuto l’esperienza del volontariato internazionale è un buon passo avanti: questa è l’esperienza di Francesco Loiacono, membro della Onlus Ritmi Africani e promotore di una formula rivisitata di microcredito.

Come nasce “Ritmi africani onlus”?

L’associazione nasce nel 2001 a Torino, ma oggi è presente anche a Milano.  L’esigenza di fare un tipo di attività diversa, basata sulla valorizzazione della popolazione locale  e sulla sua autonomia ci ha portati a raggiungere ottimi livelli. Siamo presenti in oltre venti località distribuite tra il Senegal ed il Gambia.  Da un lato ci occupiamo di prevenzione dell’Aids e della malaria, ma anche e soprattutto di costruire biblioteche, centri sanitari nei villaggi attraverso la raccolta di fondi e lo sviluppo di progetti.

Come sei entrato in contatto con l’associazione?

Ero a Milano da poco più di un anno, 19 anni e avevo finalmente deciso di dedicarmi a un progetto concreto, per conoscere e imparare il significato di volontario. Ho contattato su Internet l’associazione Ritmi Africani, così ho avuto la possibilità di prendere un caffè con Marina, studentessa alla specialistica di Filosofia a Milano e di innamorarmi dei progetti e dell’approccio che si discosta totalmente da quello classico dell’aiuto Occidentale.

In cosa consiste l’attività di un volontario?

Quello del volontario è un percorso complesso. Partecipare alle riunioni non è sufficiente. E’ necessario mettere in comune le idee, trovare un accordo su progetto, seguirlo dall’inizio alla fine nel suo sviluppo, fare gruppo. Da non sottovalutare l’aspetto centrale: lavorare sul campo in Senegal collaborando con i ragazzi del luogo. Bisogna trovare un giusto equilibrio tra gli obiettivi prefissati in Italia e ciò che poi può essere realmente realizzato in Africa. La permanenza in Senegal di un volontario alle prime esperienze varia dalle 2 alle 3 settimane, e solitamente l’attività si concentra nel periodo estivo. Poi ci sono i volontari di lungo periodo, come Ileana Prezioso e Marina Imocrante, le quali hanno viaggiato e viaggiano più spesso. Essere volontario è un’esperienza che ti mette alla prova.

Che cosa intendi per collaborare con i ragazzi del luogo?

La specificità della nostra Onlus è quella di non imporre i progetti dall’alto. Il gruppo di volontari è in contatto diretto con delle associazioni di ragazzi senegalesi, ad esempio “ Coeur Action”. Il  legame è tenuto in vita grazie al  prezioso lavoro di Ileana la quale, dividendosi tra l’Africa e l’Italia, riporta a noi i risultati di un dialogo continuo con i ragazzi.  Sono loro a fare da portavoce delle problematiche locali. Ciò comporta che la strada sia più lunga rispetto a quella percorsa da altre associazioni che lavorano diversamente, ma sono molti i vantaggi: così operando noi non rischiamo di disperdere le forze in progetti a senso unico, possibilmente superflui, anzi siamo incentivati dalla certezza di fare qualcosa di realmente utile e concreto.

Un esempio ?

In Casamance, regione meridionale del Senegal, s’era presentata una particolare problematica riguardo la costruzione del centro di maternità, ovvero del centro ostetrico sanitario dedicato alle donne. Non era possibile, per questioni di tipo culturale, che le donne partorissero nello stesso centro in cui vi fosse la presenza di uomini. Dopo vari momenti di confronto siamo riusciti a ricavare uno spazio limitrofo per risolvere il problema. Senza il dialogo non saremmo arrivati a conoscere il vero punto della questione ed avremmo potuto attrezzare un centro che sarebbe rimasto inutilizzato.

Qual è generalmente il primo impatto   del volontario quando raggiunge il territorio Senegalese?

Il Senegal è terra di contrasti. E’ possibile attraversare zone lussuose -come la zona delle ambasciate straniere e delle banche, sede anche della vita amministrativa e governativa del paese- gestite dalle persone più ricche del luogo, e poi ritrovarsi improvvisamente in strade poverissime, come quelle di Thiaroye e HLM Grand Médine, piene di bambini senz’abiti che si avvicinano per chiedere aiuto, forti solo di vecchi barattoli vuoti. E’ un’esperienza molto forte, la gente ha voglia di parlare, di raccontare la propria vita e la propria storia, tra l’altro gli italiani generalmente sono molto amati.

In Italia il quadro politico e sociale del Senegal è sufficientemente chiaro?

Non mancano, ancora oggi quelli che accomunano il Senegal e immagini dei bimbi poveri fornite dalle Ong per le adozioni a distanza .Il Senegal è molto di più, ed il giornalismo non sempre colma certi vuoti. Il reporter spesso tende a concentrarsi su un argomento piuttosto che su un altro. L’anno scorso si sono verificati degli importanti scontri politici nel cuore del territorio. Di questo? Si sa poco. Altra falsa convinzione è quella secondo cui l’Africa, in quanto terra di poveri, sia terra di ignoranti. Ho notato nella zona universitaria una forte presenza di studenti ed un clima culturale acceso e politicamente attento. Iniziano a prodursi belle idee.

A proposito di idee…. Uno dei prossimi obiettivi dell’associazione è quello di promuovere nel territorio una formula di microcredito “ rivisitata”. Di cosa si tratta?

L’idea del microcredito era già stata lanciata da una ragazza di “Coeur Action”. Mancavano però degli elementi. Ho provato a mettere in pratica ciò che ho imparato finora dai miei studi di economia, che mi hanno aiutato a proporre quella che chiamerei la “formula Onlus” di microcredito. In questa variante è assente l’elemento del mutuo. Così cerchiamo di aprire un varco che vada oltre il mero “sopravvivere” e tentiamo di fare sviluppo, un passo avanti che permetterà al soggetto che lavora di camminare sulle proprie gambe senza aver sempre bisogno di fondi esterni.

Su quale tipo di attività inizierete a sperimentare la “formula Onlus”?

Un esempio può essere fatto sulla produzione del sapone artigianale, attività molto comune tra le donne del villaggio di Popenguine, a 70 km dalla capitale Dakar. Fino ad oggi, vengono prodotti saponi artigianali in numero limitato. Aumentando il numero di saponi, e aumentando leggermente il loro prezzo, l’economia del villaggio può realmente mettersi in moto, grazie al microcredito.

Se questa formula fosse applicata, per assurdo, a tutti i territori dell’Africa, potrebbero davvero cambiare le cose?

In teoria le cose dovrebbero muoversi in un senso positivo. Ma, procedendo per brevi passi, vedremo come si svilupperà il nostro “piccolo” esperimento e poi tireremo le somme. In questi progetti possono subentrare numerose variabili idonee a far fallire il tutto oppure, al contrario, sufficienti a far “girare” il mercato dei saponi e, di conseguenza, un frammento di economia locale. Si deve comunque tentare. Se non andrà bene, ci perfezioneremo noi tutti, volontari italiani e senegalesi. L’importante è iniziare a lavorare con entusiasmo e fiducia.

Adotto una frase dell’economista francese, docente di Development Economics all’MIT di Boston: “this is no time for lazy thinking”, occorre alzarsi dal divano delle idee comode, facili e stereotipate. La sveglia dei sensi porta alla costruzione di un avvenire migliore: è alla portata di tutti. Europei, Africani, Americani, Asiatici.

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