Sappiamo ancora viaggiare?

di Ilaria Bianco

Sappiamo ancora viaggiare? Sappiamo ancora dare un senso, il senso più autentico, a questo termine? O forse la domanda da porci è un’altra: sappiamo essere, se lo siamo mai stati, Viaggiatori?

Pensiamo al “Wanderer” proprio del Romanticismo tedesco. Pensiamo a lui, avventuriero dello spirito, un essere alla ricerca di se stesso, un nomade senza terra. Il “viandante” con il quale diamo il corrispettivo italiano a questo termine tedesco è sempre stato (ed è), per noi, colui che transita da un luogo all’altro, che viaggia attraverso un cammino fatto di tappe già scelte, tappe fatte di altre tappe per rendere tutto più facile ed agevole, meno faticoso. Un cammino fatto di un inizio ed una fine, con in mezzo un “mentre” scandito e deciso a tavolino.

Ma il “Wanderer” no. Lui non va verso qualcosa o qualcuno, o forse lo fa, ma non sa dove questo qualcosa sia, né tanto meno chi sia questo qualcuno. Il viandante romantico viaggia perché vuole viaggiare. Viaggia per il gusto di viaggiare, forse andando alla ricerca di se stesso, oppure alla ricerca dell’indefinibile ed intangibile, verso ciò di cui non ha mai fatto esperienza. E se l’infinito è inconoscibile, inconoscibile è la sua meta o, meglio, irraggiungibile.

E allora perché viaggia? Perché lui sì, viaggia comunque. Non sa stare fermo, cittadino del mondo, viaggiatore instancabile. Viaggia, ed il senso del viaggio lo trova solo viaggiando. Né prima né dopo, ma solo durante. Mentre scende e sale da una montagna, magari; e per questo passa la sua vita “viaggiando”: perché un senso a questa vita vuole darlo.

L’estate scorsa tre miei amici, ragazzi del mio vecchio Liceo, hanno realizzato anche loro un viaggio, che sapeva di nuovo e novità, che sapeva di bellezza. Un viaggio non come tutti i nostri (ed i loro coetanei): borsa in spalla, borraccia e tanta forza nelle gambe. Un cammino alla scoperta di un passato in cui i protagonisti erano celati dietro ricordi, luoghi simbolo, lacrime e caduti di guerra. Da Ortona a Montecassino, dal Cimitero Canadese a quello Polacco, dalla Strage di Sant’Agata a quella dei Limmari (e tanto altro che il paesaggio abruzzese custodisce), fino a Cassino, nel Lazio Meridionale: la Linea Gustav, che durante la Seconda Guerra Mondiale divideva in due la nostra Penisola, quell’Italia già fortemente divisa tra gli abitanti su ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.

Su quello stesso sentiero teatro del passato, il silenzioso passo di tre ragazzi. Giovani, stanchi, con lo sguardo acceso. Camminavano, camminavano per ricordare e commemorare, camminavano per loro stessi, camminavano per dare una svolta al significato di quella parola ormai troppo ricorrente … Quale parola? Quella parola tanto usata, talvolta violentata, più volte mistificata con parole differenti ma considerate sinonimi. E ora solo loro, solo loro e i passi e la strada. Tappa dopo tappa, quel percorso lungo una guerra, lungo una storia, lungo un Viaggio.

Il comune viaggiatore che noi intendiamo è un viaggiatore comodo, in cerca della comodità, che non si sorprende né vuole essere sorpreso. Che cerca, anche in viaggio (che in realtà è più giusto definire vacanza), una casa. Una casa intesa nel suo lato comodo, non affettivo.

Ma i giovani ragazzi, i miei tre amici, no. Loro non cercavano una casa, quasi scappavano da quella certezza comoda e scontata. Qualcuno diceva che per l’uomo onesto e virtuoso la patria è il mondo, dopotutto. Avventato definirli virtuosi, presuntuoso pensare a loro come a degli eroi di altri tempi. Bello giudicarli per la loro freschezza e spontaneità, per il loro considerarsi svegli e pronti, per il loro sperare di farcela in quella impresa. “ Impresa”, termine più giusto non ce ne sarebbe. E non solo per il valore storico dato all’idea. Cose come queste insegnano, per chi vuole imparare. Cultura, storia, voglia di conoscere, fatica, gioie, Memoria. Tutto questo e un Viaggio. Tutto questo dovrebbe essere OGNI viaggio. Magari anche con meno impegno e più spensieratezza, certo. Non dobbiamo, per forza, essere “Wanderer” romantici.

E poi tornare e raccontare, raccontare a chi non sa ma tende le orecchie, raccontare a chi è pronto, raccontare a chi ha già raccontato e ora versa lacrime ascoltando. Oppure sorride, perché il viaggio è anche sorridere, siamo seri e sinceri.

Per la stessa ragione del Viaggio, Viaggiare.

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