In culo alla mafia

di Valeria Grimaldi

Da “Testimoni di Giustizia” luglio 2012

Bivona è un piccolo comune di circa 4000 anime nella provincia agrigentina, a 90 km da Palermo. Agricoltura, piccola imprenditoria e commercio locale: un paesino come tanti, si direbbe. Ma Bivona ha un’altra caratteristica: la mafia locale, la cosiddetta “mafia della bassa quisquina”, non meno importante per radicamento e sviluppo di tante altre realtà siciliane, e non solo. E anche qui si presenta l’ossimoro legalità-illegalità/mafia-antimafia che caratterizza anche la storia siciliana: infatti sono originari di Bivona i fratelli Sabella, Alfonso e Marzia, il primo sostituto procuratore del pool antimafia a Palermo di Gian Carlo Caselli nel 1993; la seconda, invece, unica donna del pool di magistrati che nel 2006 coordinò la cattura di Bernarno Provenzano. Ed è a Bivona che si incrocia la storia di Ignazio Cutrò, imprenditore della zona che nel 2006, a seguito di intimidazioni e minacce alla propria persona e alla propria azienda, decide di diventare testimone di giustizia. Per il suo bene e per il bene della propria famiglia; per un senso di responsabilità nel mostrarsi come un uomo che non si piega davanti alle minacce e alle estorsioni ma che vuole portare avanti gli ideali di onestà e legalità come priorità di fronte al potere mafioso. Perchè la mafia ha interesse, soprattutto nelle realtà locali, a diffondere la propria influenza e le proprie scelte, perchè vuole creare consenso, vuole fornire un senso di protezione: la mafia mi ha aiutato a trovare lavoro, la mafia mi aiuta a continuare il mio lavoro. Ma Ignazio non ci sta, e decide di sacrificare tutto per combattere una battaglia nel segno del giusto.

Il 10 ottobre 1999 è il giorno in cui tutto è cominciato. Quella sera Ignazio riceve una telefonata dal nipote che gli dice di recarsi urgentemente in contrada Canfutino perchè era stata incendiata una pala meccanica. Parte la prima denuncia contro ignoti, la prima di molte.

Il 23 maggio del 2006 sembra esserci una svolta nella vita lavorativa di Ignazio: due lavori in corso, ma soprattutto, essersi aggiudicato un lavoro importante. Sarebbe riuscito, di lì a poco, ad iscriversi alla SOA, la certificazione obbligatoria per gli appalti pubblici di lavori. Sarebbe riuscito a realizzare il suo sogno, e il desiderio che gli aveva espresso suo padre: ingrandire l’azienda. Ma quel pomeriggio, i materiali per svolgere l’appalto aggiudicato gli vengono bruciati: e l’ente che gliel’aveva commissionato non poteva risarcire quanto perduto, con il rischio di non poter completare l’opera. Così Ignazio utilizza i fondi del SOA per il risarcimento, pur di portare a termine il lavoro nei tempi prefissati, rinunciando al suo sogno. Si reca nuovamente alla Caserma dei Carabinieri: una seconda denuncia contro ignoti.

Il 23 Novembre dello stesso anno, un altro incendio: altri macchinari bruciati. Ignazio era solito rimanere per tutta la notte a sorvegliarli, per essere sicuro che non accadesse nulla: ma quella sera era venuto giù un acquazzone tremendo, ed era rimasto a casa. Altra denuncia: i pensieri e i timori si affollano nella mente di Ignazio, ma come gli aveva insegnato suo padre bisogna andare avanti “a testa alta e a schiena dritta”. E così fece.

Si susseguirono altre vicende: una tazza nera capovolta trovata sulla cassetta della posta di casa; materiali per eseguire altri lavori che spariscono improvvisamente dai cantieri; contenitori di plastica pieni di olio per ciclomotori lasciati davanti casa; fiammiferi e liquido infiammabile lasciato accanto ai macchinari; cartucce di fucili da caccia trovati sui sedili della macchina. Ignazio altro non può fare che ricorre a denunce su denunce.

Grazie alle sue testimonianze viene avviata la famosa operazione “Face off“, che porta all’arresto di Luigi, Marcello e Maurizio Panepinto, tutti imprenditori edili che, secondo l’accusa, controllavano gli appalti pubblici nella zona di Bivona; gli altri imputati Domenico Parisi, Enzo Quaranta, Giovanni Favara, e Vincenzo Ferranti (quest’ultimo, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, è stato per anni capo mandamento della Quisquina). Il primo grado di giudizio, nel gennaio 2011, ha portato ad una condanna degli imputati (con la sola assoluzione di Vincenzo Ferranti) ad un totale di 76 anni di carcere; nel secondo grado, marzo 2012, è stata parzialmente riformata la sentenza di primo grado, confermando 4 condanne e assolvendo Marcello Panepinto.

Ma la battaglia di Ignazio non è ancora terminata: la verità giudiziale ha fatto il suo corso, ma il suo status di testimone di giustizia non gli ha permesso di lavorare per moltissimo tempo. La burocrazia, la sua unica salvezza, ha tardato a farsi sentire ed è stato l’ultimo ostacolo prima che la famiglia Cutrò potesse tirare un sospiro di sollievo. Nel Dicembre 2010 Ignazio si incatena davanti al Viminale: “Lo Stato italiano mi ha prima usato per istruire un processo al gotha mafioso del bivonese e della bassa quisquina e poi mi ha abbandonato al mio destino. Ora basta, fino a quando non mi sarà restituito il mio lavoro, la mia sicurezza e la mia dignità di imprenditore che ha denunciato cosa nostra, io rimarrò incatenato davanti al Ministero dell’Interno”. Sembra non esserci tregua, nemmeno il riconoscimento dovuto per la sua azione contro la cosca mafiosa e il sacrificio nell’aver stravolto la sua intera vita: un anno dopo, nel dicembre scorso, gli arriva una cartella esattoriale da 85.562,56 euro da pagare entro 30 giorni; pagamento che doveva essere bloccato non solo per il suo status di testimone di giustizia ma anche a causa del paradosso per cui, la lenta burocrazia non gli concedeva la licenza per poter tornare a lavorare e guadagnare i soldi necessari per pagari i suoi debiti. E lo Stato tace: “Inizierò lo sciopero della fame e della sete.” dichiara Ignazio, “la mia non è una minaccia, ma un messaggio di esasperazione. Non mi sento un eroe, ho fatto oltre 28 denunce contro mafiosi ed estorsori, ho subito una trentina di intimidazioni, ma l’ho fatto per coscienza civile”.

Ma finalmente, il 25 maggio scorso arriva il pezzo di carta tanto atteso: il Durc, il documento unico di regolarità contributiva, essenziale per poter partecipare alle gare pubbliche. Il 19 giugno Ignazio è tornato finalmente a lavorare: quel lavoro che già di per se ti rende orgoglioso, ti appaga e ti fa sentire utile per la comunità, per la tua famiglia, per la tua dignità. Ma questa conquista ha un sapore ancora migliore: un sapore di libertà, fatica, sudore, oltre le intimidazioni, le minacce, i timori, l’essere additati come sbirri, vedere la propria vita stravolta, ma vincere sopra qualcosa che è più grande di te.

Un sapore di legalità e giustizia.

 

Ora e sempre, IN CULO ALLA MAFIA. Oggi la mafia ha perso, la legalità ed i siciliani hanno vinto 10 a 0“. Ignazio Cutrò

 

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