ULISSE

Brano tratto da  LA GIUSTA PARTE (clicca), testimoni e storie dell’antimafia.

Caracò editore – www.caracò .it

ULISSE

di Francesca Barra

Da “Testimoni di Giustizia” luglio 2012

Mi chiamo Ulisse.
In realtà è un nome in codice. Ulisse come l’eroe di Omero che desiderava tornare nella sua terra, Itaca. Mi è venuto così, d’istinto, il giorno in cui ho capito che avrei avuto una nuova identità.
La mia vita è cambiata per sempre il 15 ottobre 1990.
Quel giorno mi trovavo con mia moglie a bordo di un furgone, sulla tangenziale all’entrata di Napoli. Ho visto venirmi incontro sulla corsia di emergenza un uomo che cercava di sfuggire, con
fatica, a un inseguimento. Barcollava, forse ferito. Dietro di lui un’altro uomo tentava di raggiungerlo con un’arma puntata. Con un gesto estremo ho pensato di investire l’uomo armato con una brusca
manovra di sterzo a destra. Non sono riuscito ad investirlo. Non ho avuto il coraggio di ucciderlo. Dai finestrini posteriori abbiamo visto il killer sparare e la vittima cadere a terra. Ho cercato di inseguire il killer, ma lui si è dileguato a piedi. Velocemente. In quel momento hai pochi secondi. Puoi chiudere gli occhi eandare via. Oppure seguire il tuo istinto, se ce l’hai, e denunciare. Sono scelte che possono cambiare la tua vita e il corso della giustizia. Accorciarlo. Io gli occhi li ho tenuti aperti e sono andato dai carabinieri rispondendo alle domande fino all’una di notte, in caserma.
Abbiamo scoperto così che il killer aveva ucciso un altro uomo. L’altra vittima era il fratello del ragazzo freddato davanti a noi. Sono arrivati i genitori, avevano perduto due figli così, lo stesso giorno. Hanno avuto giustizia grazie a noi. Quell’immagine, questo pensiero, ci ripagherà sempre. Nel frattempo, dopo alcune settimane di latitanza, il colpevole di quel duplice omicidio, Giovanni Salemme, fu arrestato. E dal 1990 al gennaio del 1994, fino al secondo processo, siamo rimasti senza protezione, conducendo più o meno la vita di prima e ricevendo solo pochi segnali di pericolo. Alla vigilia del processo di secondo grado, gli avvertimenti sono diventati minacce. Qualcuno ha ucciso il nostro cane, l’auto è stata danneggiata e io sono stato seguito. Ho ricevuto intimidazioni perfino attraverso un vigile urbano, poi condannato, ma uscito un mese dopo su patteggiamento.
Il 28 gennaio del 1994, pochi giorni prima dell’appello, ci hanno portati via. Mi hanno dato una pistola e rapidamente il porto d’armi. Nell’albergo dove pensavamo di restare qualche settimana, abbiamo vissuto quattro mesi con due figli piccoli: due anni e mezzo il primo, un anno festeggiato in quella stanza, il secondo. Prima di noi aveva ospitato dei pentiti. Così ci trattavano, senza conoscere la differenza. E ce n’è un’altra di distinzione. Tra testimone e testimone…Noi non eravamo imparentati nè amici di malavitosi e non avevamo subito richieste di pizzo nè chiedevamo giustizia per qualche congiunto ucciso. Insomma, il nostro interesse era esclusivamente dovuto a coscienza civile e all’educazione ricevuta. E allora perché ci trattavano da pentiti?
Prima che mi facciate voi questa domanda vi anticipo. Prima di dimostrare responsabilità nei confronti della giustizia, dovevo tutelare i miei figli, i miei genitori, gli amici. Gli amici sì. Con le nuove conoscenze il passato si è sempre costretti a nasconderlo e vivere senza veri amici è come essere condannati all’isolamento: è una castrazione, è la rinuncia a una parte importante dei sentimenti e della vita di relazione.
Alla luce di tutto questo vi starete chiedendo: lo rifaresti? Sì, lo rifarei.
E il mio gesto è la mia eredità per i miei figli, i miei genitori, i miei amici. Io sono un uomo onesto. Incensurato, se questo serve per confermare il mio stato. Non sono diventato testimone di giustizia
masticando certe terminologie, certi codici, stringendo talvolta o per sbaglio qualche mano collusa. Non avevamo in famiglia nessun mafioso.
Ecco perché quando nel gennaio del 1995 mi han chiesto di sottoscrivere il documento per la richiesta di un protocollo definitivo, sono rimasto senza parole. Anzi, a bocca chiusa. Come quando
non si ha nemmeno più la forza di controbattere. Il documento era lo stesso che usavano i pentiti. Il primo punto richiedeva di impegnarsi a non commettere più reati. Reati, ma quale reati? Li ho denunciati, non commessi. Per non rimanere senza protezione ed essere costretti a tornare a casa con tutti i rischi che ciò avrebbe comportato, fui costretto a firmare, ma con un senso di nausea.
Giuro che questa è stata tra le peggiori cose che mi sono capitate.
La domanda di protezione firmata avrebbe dovuto avere una durata annuale rinnovabile. Tanto stabilisce la legge. Ma l’anno dopo, a marzo, ci è stata revocata. Non ritenevano che fossimo più
in pericolo perché il killer era stato condannato anche in appello all’ergastolo. Le procure di Santa Maria Capua Vetere e di Napoli dichiararono tuttavia che il rischio a cui eravamo sottoposti era rimasto immutato. Il giudice a cui hanno affidato la nostra pratica dichiarò che per noi era sufficiente tenersi lontani da Napoli e Caserta per vivere tranquillamente. Strano modo di ringraziare chi rischia per la giustizia. E la casa, il lavoro, i parenti, gli amici, la vita che silascia non contano nulla? Avevo sempre pensato che si dovevano esiliare i cattivi. Ma allora per lo Stato noi eravamo i cattivi? Ci stavano semplicemente e brutalmente scaricando?
Siamo rimasti nella casa che gli hanno affidato, senza pagare l’affittoma senza lavoro, percependo lo stipendio da dipendente statale garantito dal sistema di protezione. Lontano da casa – che nel frattempo è stata svenduta – dalla mia terra, dagli amici e parenti, dal lavoro. Mia moglie si è ammalata, i figli per anni hanno ignorato la loro vera identità.
Un giorno ci arriva pure la richiesta di lasciare la casa. Ma dove dovevamo andare? Non avevamo più proprietà e ritornare nella nostra città era fuori discussione, altrimenti ci avrebbero ammazzato.
Abbiamo tenuto duro presentando ricorso al TAR, facendo causa al Ministero dell’Interno e inviando valanghe di lettere al direttore del servizio. A fine 1999 abbiamo trovato lavoro in un altro luogo epoi ci siamo trasferiti. Arresi.
A volte ci capita di ingoiare rospi sul nuovo posto di lavoro perché non è opportuno attirare l’attenzione su di noi. Così ci capita di sopportare angherie da colleghi o superiori proprio a noi
che abbiamo infranto il muro dell’omertà in una terra di pericolosi assassini. Io so che non sono solo, ma occorrerebbero giornalisti coraggiosi come Giancarlo Siani, giudici di prima linea, magistrati
incorruttibili. Provate a chiudere gli occhi. A riaprirli in un luogo distante, chesomiglia a una prigionia, a un esilio. Pensate che tutto ciò che avetefatto fino ad ora non lo farete più.
Il nome in codice che ho scelto è la metafora di colui che fa ditutto per tornare nella sua Itaca. Ma io, a differenza di Odisseo, non potrò mai tornare nella mia terra e se mai dovesse avvenire nulla
sarebbe come prima.
Nel 2001 lo status di “testimone” viene scisso da quello di “collaboratore”.
Io continuo ad avere fiducia nelle istituzioni, a rispettarela legge. Non ho potuto festeggiare i successi professionali coni colleghi, i compleanni con amici e vicini di casa, ma anche solo riscattare i miei sacrifici ritornando sicuro in Campania. Non ho offeso la terra, non voglio riconoscimenti o medaglie.
Chiedo di godere del diritto alla vita, che è una declinazione di libertà. È un principio che spesso si nasconde fra dietrologie, paroloni, ma che è alla base della nostra Costituzione. Non è una speranza, è la base di un paese democratico. Non è uno strumentoe nemmeno il fine.
E anche se la legge è migliorata, anche se oggi la differenza fra testimoni e collaboratori è chiara alla maggior parte delle persone, ci sono storie, come la mia, che non possono non scuotere una responsabilità che, prima di essere nei confronti della giustizia e dei nostri cari, è nei confronti di noi stessi.
Io vengo dalla Campania. Sono napoletano. Viviamo in terre disgraziate, in cui Stato e antistato spesso si confondono e i cittadini sanno che possono chiedere tutela ad uno o all’altro. Siamo abituati ad alcuni atteggiamenti che sembrano “normali”. Ognuno di noi è convinto di avere buoni sentimenti e di essere nel giusto se non fai contrabbando di armi, non chiedi il pizzo, non ti droghi. Perché la maggior parte di noi non è coinvolta personalmente. È evidente che quando andiamo a pagare merci più care perché il commerciante è costretto ad alzare i prezzi, noi paghiamo il pizzo. Quando chiediamo le raccomandazioni e lo chiediamo ai politici che spesso vivono in simbiosi con ambienti malavitosi, noi ci affidiamo a una malavita in giacca e cravatta. Io sono un testimone di qualcosa che non conoscevoa danno di qualcuno che non conoscevo.
Ma se capitasse a te, ripeto, che faresti?

Fate delle sane famiglie. I vostri figli saranno picciotti o uomini onesti grazie alla vostra educazione. Io amo questo paese e le istituzioni di questo paese, ma non tutti quelli che le servono. Questi anni mi pesano? Sì, ma sono contento…

Nota

Un funzionario statale, nato a Napoli, nell’ottobre del 1990 assiste, insieme con la moglie, a un omicidio. A seguito della loro testimonianza, il killer è stato arrestato e processato. Dopo l’addio alla sua vecchia vita, a parenti, amici, colleghi, lavoro, casa, Ulisse e sua moglie diventano testimoni
di giustizia fino alla condanna all’ergastolo dell’assassino, il boss campano Giovanni Salemme. Oggi vivono in una lo località segreta, senza più la tutela del sistema centrale di protezione.

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