Gaetano Saffioti la scelta di restare

di Michela Mancini

Da “Testimoni di Giustizia” luglio 2012

Tano Grasso lo ripete come un mantra: denunciare le estorsioni è un modo per garantirsi la fetta di felicità che spetta di diritto ai lavoratori onesti. Denunciare chi impone il pizzo e sottrae ricchezza, non è solo una lotta di principio, significa soprattutto ristabilire la normalità: chi decide di avere un’impresa al Sud, deve avere gli stessi diritti di chi lavora in territori ancora incontaminati dalle mafie.

Gaetano Saffioti, imprenditore di Palmi – che con le sue dichiarazioni ha dato vita all’operazione Tallone D’Achille, determinando l’arresto di numerosi esponenti delle ndrine calabresi – questa normalità la cerca ormai da dieci anni. Il paradosso è che questa ricerca ha trasformato la sua vita in quella di un condannato. Un condannato libero però.

Gaetano è nato e cresciuto a Palmi, cittadina della piana di Gioia Tauro. La sua famiglia era proprietaria di  un frantoio. L’imprenditore calabrese conosce la ndrangheta a soli nove anni. Racconta al quotidiano La Stampa: «Ero andato in una colonia estiva a Sant’Eufemia, in Aspromonte, riservata ai più bravi della classe. Ci tenevo da morire. Dopo due giorni fui richiamato a casa. Torna perché mi manchi, disse mio padre. Anni dopo ho saputo che era stato minacciato e temeva per me. Morto mio padre, la famiglia era diventata più debole: una donna sola con sei figli minorenni. Arrivavano telefonate e mia madre piangeva. Noi chiedevamo: chi è ‘sta ‘ndrangheta?».

La risposta non tarda ad arrivare. Nel 1981, Gaetano, appassionato di mezzi per movimento terra, apre la sua ditta. «Fatturavo 5 milioni e mezzo di lire. Comincio a lavorare per i privati. Nel 1992 aggiungo l’impianto di calcestruzzo e vinco le prime gare d’appalto pubbliche».  Un’impresa così brillante non sfugge all’occhio vigile della ndrangheta. Gaetano continua a raccontare al quotidiano torinese: «Si presentavano a tutte le ore, io preparavo i soldi e li consegnavo a pacchi da dieci milioni. Quando ne arrestavano uno, il giorno stesso si presentava un sostituto. Erano cordiali, sapevano prima di me che mi era arrivato un accredito in banca e venivano a riscuotere la percentuale, dal 3 al 15 per cento. Quando c’era un sequestro dei beni di un boss, automaticamente bisognava “risarcirlo” pagando il doppio. Per arrivare al cantiere al porto di Gioia Tauro dovevo attraversare i territori di tre famiglie. E pagavo per tre. Come i caselli autostradali. Compravo una cava di inerti per fare il calcestruzzo? Non me la facevano usare, imponevano di comprare il materiale da loro. Così per le macchine: le mie restavano ferme e noleggiavo le loro. Pagavo anche se non mi piaceva. Io glielo dicevo: non si può andare avanti così. E loro mi sfidavano: denuncia. Avevo paura: di essere ucciso ma anche di essere considerato un prestanome dei boss e arrestato. Quindi registravo tutto: gli incontri, i colloqui, i pagamenti».

La paura di denunciare, Gaetano la conosceva bene. Suo padre morì a soli 50 anni, lasciando una donna sola con sei figli e un’attività da mandare avanti. Un giorno, l’ennesima richiesta estorsiva spinse la madre di Gaetano a raccontare ai figli la verità. Le continue pressioni della ndrangheta non le davano pace, i soldi non bastavano e lei non sapeva come venirne fuori. I figli  incalzavano: “parliamone alla Polizia”.  La madre di Gaetano non vuole saperne niente. Le regole di quei territori sono chiare: chi parla è un traditore, l’unica scelta possibile è cercare un intermediario, o al massimo andare via. Scappare dalla propria  terra non è nemmeno così semplice come sembra, non è detto che te lo lascino fare. Fu allora che Gaetano comincio a farsi una domanda: sono libero? Una domanda che diventa un tarlo.

Intanto l’azienda dell’imprenditore calabrese cresce, i ricavi aumentano del 20-30 % l’anno. E insieme ai profitti crescono le richieste dei boss e gli atti intimidatori. Poi la goccia: un’autista, sotto minaccia delle armi, fu costretto a incendiare un camion che stava guidando. Il fratello di Gaetano rischia di rimanere ucciso.

L’imprenditore calabrese non ha più dubbi. Rinuncerà ai sogni, alle speranze di crescita, ad una vita tutto sommato “tranquilla” – l’illusione della normalità mafiosa – e porterà tutte le registrazioni che aveva meticolosamente conservato al procuratore Roberto Pennisi. Saffioti diventa testimone di giustizia.

«All’alba del 25 gennaio 2002, all’arrivo in azienda trovo la Finanza: “Siamo qui per lei, se deve uscire l’accompagniamo noi”. Finiva un incubo e ne cominciava un altro. Da allora sono sempre con me e con la mia famiglia. In pochi giorni persi tutte le commesse, 55 dei 60 operai. Il fatturato scese da 15 milioni a 500 mila euro, le banche mi chiudevano i conti attivi, i fornitori mi chiedevano fideiussioni oltre il terzo grado di parentela perché “tu sei un morto che cammina”. Mia moglie piangeva. I clienti sparivano, nemmeno le confraternite venivano più a chiedermi i contributi per le feste patronali».

Nonostante fosse costretto ad una vita blindata, Gaetano decide di restare nella sua Calabria. La sua terra non la lascia, significherebbe ammettere una sconfitta. Sopravvive solo grazie alle commissioni che arrivano dall’estero: Spagna, Francia, Romania. Un parte dell’aeroporto di Parigi è stato costruito con i materiali della sua ditta. Saffioti aveva un piccolo sogno: «Vorrei togliermi la soddisfazione di fare un chilometro della Salerno-Reggio Calabria, ma non mi è consentito. Ho offerto il materiale gratis ma non lo vogliono. In compenso i 48 che ho fatto arrestare, tutti condannati in primo grado, tra patteggiamenti e sconti di pena sono tutti liberi. E qualcuno lavora alla Salerno-Reggio».

Gaetano non si è pentito delle scelte che ha fatto. La sua azienda sembra essersi trasformata in un carcere di massima sicurezza: cancelli blindati, muri in cemento armato, decine di telecamere, filo spinato tutt’intorno. Ma lui si sente libero. Come non lo era stato mai. E se rimane in Calabria è per ricordare a chi non ha ancora il coraggio di scegliere la normalità, che essere liberi è possibile.

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