Enzo Biagi: La tua libertà, la nostra libertà…grazie

Oggi sarebbero stati 92. Forse guardare così malinconicamente questa data da parte di una vent’enne non è proprio la visione più salutare che ci possa essere. Ma non posso farci niente.
Sono passati 5 anni e sento di aver perso la possibilità di avere un nonno in più. Ma un pò di strada l’ho fatta per recuperare: nella Bologna in cui tu sei cresciuto, sto crescendo anche io. E il tuo insegnamento, nonostante la mancanza, è rimasto.
Spesso guardando Piazza Maggiore, percorrendo via Ugo Bassi, leggendo i titoli sulle edicole del “Resto del Carlino”, non posso che pensare che è qui dove tutto è cominciato. Dall’appennino bolognese della tua Pianaccio, al trasferimento a Bologna, alla Resistenza; e poi le prime direzioni, la televisione che ti accoglie come una grande famiglia e che nonostante i torti subiti dall’alto è rimasta nel tuo cuore fino alla fine. Perchè gli italiani identificavano l’informazione, quella vera, nei tuoi programmi, nei tuoi servizi e nelle tue interviste.
Io ho pochissimi ricordi della televisione di quando ero più piccola: in pratica solo due. L’ultima apparizione televisiva di Giorgio Gaber, nel programma di Adriano Celentano “125 milioni di caz..te”, dove il Sig. G e il “molleggiato” si ritrovano sul palcoscenico insieme a  Dario Fo ed Enzo Jannacci (con Antonio Albanese intimorito dalla grandezza dei quattro mostri sacri) a cantare “Ho visto un re”; e poi una scritta gialla, una sagoma scura, e degli occhiali. I tuoi, quelli della sigla de “Il Fatto”, riconosciuto come il miglior programma giornalistico dei primi 50 anni della RAI.
Ma tu avevi già capito tutto, anche perchè ne avevi passate tante. Probabilmente se fossi ancora qui diresti che non è poi cambiato molto!E per questo saresti tacciato di qualunquismo, parola che non capiresti, ma che adesso va molto di moda.

 

 Quanta vita può esistere in un solo uomo, in quei piccoli occhi azzurri sormontati da grandi occhiali che riuscivano a vedere sempre al di là di tutto e a centrare il bersaglio?
A soli 17 anni hai cominciato: il tuo primo articolo, pubblicato sull’Avvenire d’Italia, dedicato al dilemma sorto nella critica dell’epoca se il poeta di Cesenatico Marino Moretti fosse o no crepuscolare. E nel 1940 cominci al Resto del Carlino, come estensore di notizie (e già qui si vedeva il tuo grandissimo talento). E poi la guerra. I Partigiani. La Brigata Giustizia e Libertà, divisione Bologna. Quelli che tu riconoscerai come i mesi più importanti della tua vita. Anche qui l’attività di scrivere non è mai cessata: così scrivevi a quei tempi

 

 “Patrioti – Pubblicazione della Prima Brigata Giustizia e Libertà
1° numero, 22 dicembre 1944

Ciò che hai fatto non sarà dimenticato. Né i giorni, né gli uomini possono cancellare quanto fu scritto con il sangue. Hai lasciato la casa, tua madre, per correre in montagna. Ti han chiamato “bandito”, “ribelle”; la morte e il pericolo accompagnavano i tuoi passi. Scarpe rotte, freddo, fame, e un nemico che non perdona. Sei un semplice, un figlio di questo popolo che ha sofferto e che soffre: contadino o studente, montanaro od operaio. Nessuno ti ha insegnato la strada: l’hai seguita da solo, perchè il cuore ti diceva così. Molti compagni sono rimasti sui monti, non torneranno. Neppure una croce segna la terra dove riposano. La tua guerra è stata la più dura, tanti sacrifici resteranno ignorati. Contadino o studente, montanaro od operaio, ti sei battuto da soldato. E da soldato sono caduti coloro che non torneranno… Giosuè Borsi, poeta e combattente, lottò e cadde per un’Italia più grande, ma soprattutto “per un’Italia più buona”.
Anche tu vuoi che da tanti dolori nasca un mondo più giusto, migliore, che ogni uomo abbia una voce e una dignità. Vuoi che ciascuno sia libero nella sua fede, che un senso di umana solidarietà leghi tutti gli italiani tornati finalmente fratelli. Vuoi che questo popolo di cui sei figlio viva la sua vita, scelga e costruisca il proprio destino. Non avrai ricompense, non le cerchi. Sarai pago di vedere la patria, afflitta da tante sciagure, risollevarsi.
Uno solo è il tuo intento: perchè l’Italia viva.”

 

Nel 1951 Arnoldo Mondadori ti assume come caporedattore nel settimanale Epoca, lasciando Bologna per Milano. Con grande intuizione sul caso di Wilma Montesi, sbattuto in prima pagina e facendo aumetare le copie del giornale, diventi direttore.
Ma eccolo, il grande arrivo: la televisione. Il 1962 è l’anno di RT, “Rotocalco Televisivo”, il primo programma che si occupa esplicitamente di mafia. Nelle case degli italiani, il 31 marzo, per la prima volta, vengono fatti i nomi di Riina, Liggio, Provenzano. Però le pressioni politiche, che da sempre ti hanno accompagnato e ti accompagneranno sempre, cominciano a farsi sentire, e decidi di tornare alla carta stampata, a Milano, come inviato del Corriere, della Stampa, e dell’Europeo.
Direttore del Resto del Carlino nel 1972, per la tua schiena dritta e la tua schiettezza (evidentemente rari nella storia del giornalismo italiano), lasci e torni al Corriere; collabori con Indro alla creazione de “Il Giornale” (adesso vedi come si è ridotto!), e passi a Repubblica fino al 1988.
Ricominci con programmi televisivi: “Spot”, “I dieci comandamenti all’italiana”, “Una storia” dove compare per la prima volta in televisione il pentito Tommaso Buscetta.
Il 1995 è l’anno del Fatto. Qui si possono ritrovare tra le più celebri interviste ai grandi di ieri e di oggi: Montanelli, Benigni, Sophia Loren. I primi 8 anni, anche se movimentati, passano. Ma penso che nemmeno tu ti saresti aspettato quello che poi è successo: e quando ne hai parlato, o ne hai scritto, si percepiva il dolore non solo professionale, ma umano che ti aveva arrecato tutta la faccenda.
L’editto bulgaro, il 18 aprile 2002:

“L’uso che Biagi… Come si chiama quell’altro? Santoro… Ma l’altro? Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga.”

(Silvio Berlusconi, da Sofia)

 

Silurati. Tutti. Un veto inoppugnabile anche per il più grande giornalista italiano. Tu ricordarai soprattutto di questa storia le dimissioni inviate con raccomandata. Un gesto che ti ha fatto sentire come l’ultima ruota del carro quando per quella famiglia, la televisione pubblica, avevi dato il tuo lavoro professionale e tutto il tuo essere. Come se ti avessero sputato in un occhio.
E poi Lucia, Anna che se ne vanno. Il dolore più grande della tua vita. E ci tornerai in televisione, poco prima di lasciarci, forse con soddisfazione, forse no.
Sai qual è la cosa che mi fa più rabbia?Che tutti, nessuno escluso, non ha mantenuto una promessa.
E’ l’alba a Pianaccio. Stai percorrendo per l’ultima volta le tue strade, stai vedendo per l’ultima volta le tue colline, il tuo verde. Tante facce: il giovanissimo Roberto Saviano, Walter Veltroni, il Presidente del Consiglio Prodi. Ma soprattutto ci sono state tante parole volate via e mai più tornate. Il Ministro delle Comunciazioni Gentiloni, all’affermazione del giornalista Sandro Ruotolo “Voi state da due anni al governo, e lì c’è il problema del conflitto di interessi. E non l’avete ancora affrontato, che è il modo migliore per rispondere a quello che temeva Enzo Biagi, il rischio del regime” risponde: “Si non c’è dubbio che dobbiamo onorarlo anche attraverso quelle iniziative legislative che correggono un sistema  che altrimenti rischia di riproporre questi pericoli”.

 

 Il conflitto di interessi?Sta ancora lì. Non solo quello più grande di tutti, ma anche gli altri che continuano a produrre il danno morale peggiore nel nostro Paese.
….parlano di onore. Onore?Io credo che non sappiamo nemmeno cosa voglia dire perchè non ce l’hanno mai avuto e non dovevano difenderlo. Al contrario di come hai sempre fatto tu.
A quel tempo c’era Prodi. Dopo nemmeno tre anni è caduto il suo governo ed è tornato Berlusconi. Ora se n’è andato. O almeno così aveva detto. Invece sembra voler “riscendere in campo” per l’ennesima volta. Abbiamo un governo tecnino che si è messo a rattoppare i buchi causati da una crisi della quale si riesce a vedere solo l’inizio e mai la fine. La lentezza della giustizia continua a rappresentare un macigno insormontabile per il nostro Paese, insieme all’evasione fiscale e alla corruzione. Hai vissuto la prima ondata di Tangentopoli ma, ti assicuro, le cose sembrano addirittura peggiorate. Per non parlare della mafia, dei misteri che continuano a sgretolare, sassolino dopo sassolino, il gracile scheletro della nostra democrazia.
Come disse il tuo caro amico Indro Montanelli “Questi il regime lo fanno davvero, e non so se dolermi o rallegrarmi del fatto che non ne vedrò la fine.” Io spesso provo ad immaginare te ed Indro su una nuvola che vi divertite a commentare e a prendere in giro noi poveri mortali. E mi viene da sorridere, un sorriso forse un pò amaro, nel pensare che due grandi come voi forse nella nosta storia non li ritroveremo mai. Come tanti altri. E allora non posso che farmi carico di tutto e credere che per raggiungere il tuo livello forse 60 milioni di italiani potranno bastare.
Pochi giorni prima di morire hai recitato ad un infermiera “Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie..” di Ungaretti, aggiungendo “ma tira un forte vento”. Io una promessa posso fartela e sono sicura di poterla mantenere: ogni volta che sentirò spirare il vento, inspirerò a pieni polmoni tutto l’ossigeno e la vita che mi regalerà. Saprò in quel momento che un pezzetto di libertà in più è entrato a far parte di me, la stessa per la quale hai lottato per tutta la vita, prima come partigiano sugli appennini e poi come partigiano per un’informazione libera.
Perchè l’Italia viva.

 

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