La verità, quella giudiziaria

Di Valeria Grimaldi

Da “2 agosto 1980″, strage di Bologna

L’iter giudiziario della Strage alla stazione di Bologna fu tutt’altro che fluido e lineare.
La condotta delle indagini si mosse su tre filoni: il primo riguardante l’evento bolognese, la bomba esplosa alle 10:25 di sabato 2 agosto 1980, provocando 85 vittime e 200 feriti; il secondo riguardante il depistaggio che ha coinvolto le indagini; il terzo riguardante l’accertamento di una strategia eversivo-terroristica dispiegatasi nel corso di più anni. Sin dalle prime fasi subito dopo la tragedia, si cercano di raggirare sul vero movente e sui soggetti che l’avevano messo in atto. Si era cominciata ad avvallare l’ipotesi di un caso fortuito, lo scoppio di una caldaia, ma a seguito delle dovute ispezioni e rilievi effettuati, la natura dolosa dell’atto prende corpo palesando la natura terroristica. Le indagini si indirizzano verso l’area del terrorismo nero: il lavoro svolto dalla Procura della Repubblica di Bologna aveva portato, già a fine Agosto, ad un quadro accusatorio verso ideatori e depistatori; ma l’indagine viene trasferita all’ufficio istruzioni e da lì spezzata, con una parte dell’inchiesta (quella relativa all’indagine sull’associazione eversiva) inviata per competenza a Roma. Si cercò di depistare ulteriormente le indagini seminando l’ipotesi, ripresa anche dalla stampa nazionale, della pista internazionale: il più grave atto di depistaggio fu quello messo in atto dai vertici del SISMI che fecero porre in un treno a Bologna una borsa contentente lo stesso esplosivo utilizzato per la strage del 2 agosto e oggetti personali di due estremisti di destra, uno francese e uno tedesco.
Il 19 gennaio 1987 comincia il processo di primo grado: i maggiori imputati dell’intero processo sono Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, neofascisti dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari); Licio Gelli, ex capo della P2; Francesco Pazienza, ex capo del Sismi; gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte; Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, esponenti di spicco del movimento eversivo “Ordine Nuovo”;  Roberto Rinani e Giovanni Melioli , anche’essi parte del movimento “Ordine Nuovo”; Sergio Picciafuoco, un pregiudicato per delitti comuni, da più anni latitante, legato ai movimenti di destra eversiva, in particolare al movimento dei NAR e all’organizzazione denominata “terza posizione”.
Il primo grado, con sentenza dell’11 luglio 1988 porta alla formula dubitativa dei maggiori imputati in relazione ai delitti di costituzione, organizzazione e partecipazione relativa ad un’associazione con fine di terrorismo ed eversione (art. 270 bis c.p.); alla condanna degli imputati Fachini, Fioravanti, Mambro, Signorelli, Cavallini e Giuliani, Picciafuoco e Rinani in relazione ai delitti di costituzione, organizzazione e partecipazione relativi a una banda armata (art. 306 c.p.); all’assoluzione con formula dubitativa gli imputati Signorelli e Rinani e alla condanna di Fachini, Fioravanti, Mambro e Picciafuoco in relazione al reato di strage;  alla condanna di Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte in relazione al delitto di calunnia, con l’aggravante della finalità di eversione e terrorismo.

 

Però, davanti alla Corte d’Assise di Bologna, il quadro dell’esito cambia: vengono assolti tutti gli imputati dal reato di costituzione, organizzazione e partecipazione ad un’associazione con fine di terrorismo ed eversione; assolti per il delitto di banda armata gli imputati Signorelli, Picciafuoco, Melioli, Rinani e Fachini; assolti per il reato di strage per non aver commesso il fatto tutti gli imputati; assolti con stessa formula dal reato di calunnia gli imputati Gelli e Pazienza, ed invece vengono confermate le responsabilità degli imputati Musumeci e Belmonte, escludendo però l’aggravante della finalità terroristico-eversiva.

 

La Cortedi Cassazione, ultimo grado di giudizio, respinge l’esito del processo d’appello: con sentenza del 12 febbraio 1992 annulla e rinvia gli imputati per i reati di strage e loro connessi, per il reato di banda armata e per il reato di calunnia, compresa l’aggravante della finalità terrosistico-eversiva. La Cortedefinisce la sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Bologna quale “illogica, priva di coerenza, non ha valutato in termini corretti prove e indizi, non ha tenuto conto dei fatti che precedettero e seguirono l’evento, immotivata o scarsamente motivata, in alcune parti i giudici hanno sostenuto tesi inverosimili che nemmeno la difesa aveva sostenuto”.
Il nuovo processo d’appello, con sentenza del 16 maggio 1994, conferma l’impianto accusatorio ricostruito nel processo di primo grado, salvo l’assoluzione degli imputati Massimiliano Fachini e Roberto Rinani per il reato di banda armata e strage.
La Cassazione, con sentenza del 23 novembre 1995, chiude il difficile ed altalenante iter giudiziario riguardante la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, confermando il quadro costruito nel processo di primo grado e confermato dal processo di rinvio della Corte d’Assise di Bologna.

 

Nonostante questa vittoria (se così possiamo definirla), della giustizia contro uno dei momenti più bui della nostra storia, purtroppo il processo della Strage di Bologna costituisce uno dei rari spiragli di luce all’interno del quadro che ha caratterizzato quegli anni. Insieme a questo, sono state pronunciate condanne definitive solo per la strage alla Questura di Milano e per la strage del rapido 904.
Le stragi che hanno caratterizzato la cosidetta strategia della tensione, rimarranno senza colpevoli?

 

“Una delle cause, per cui i processi nelle altre stragi si sono chiusi con un nulla di fatto, è da ascriversi ai depistaggi che hanno avuto successo e ai collegi di difesa che si sono divisi affermando, molte volte, convinzioni di singoli avvocati. I depistaggi arrivarono a volte a provocare perfino la divisione all’interno dei collegi di difesa delle parti civili.”

 

Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1990

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