Omaggio al Tacheles

Foto di Federico Zavanella
Articolo di Federico Ticchi

Quando vidi per la prima volta la parete del Tacheles, mi trovai di fronte ad uno spettacolo post conflitto atomico stile Mad Max oppure uno degli altri centomila films catastrofistici. Entrando, l’aria sufficientemente irrespirabile e i miliardi di cocci di vetro di bottiglie di superalcolici che fungevano da pavimento crearono in me una sorta di ansia paurosa che appesantiva i miei passi. Mano a mano che salivo le rampe di scale, venivo contornato da pareti impreziosite dai peggio murales. E mentre continuavo eroicamente la mia scalata, m’incrociavo con teutonici crestoni pankettoni borchiati. Credevo di essere capitato nei luoghi descritti dal libro di Christiane F. “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”. Ed iniziai a guardare il pavimento, per controllare di non incappare in qualche ago di siringa beccandomi così aids e chissà quali mille altre malattie.  Io a Bologna mi consideravo un alternativo che frequentava posti alternativi mica fighettate come il Ruvido o il Matis o la Capannina. Ma la verità è che non avevo mai conosciuto un vero posto alternativo, respirato vera aria alternativa. Non avevo mai sentito parlare del fenomeno dello squatter. Comunque, questa prima volta, non riuscii ad andare oltre al primo piano, mi ero fatto un gran viaggione che i piani più in alto fossero dominati da comunità di drogati punkabbestia che mi avrebbero menato appena mi avessero visto io turista con la fotocamera falso alternativo. E quindi discesi ed andai nel bar interno del Tacheles, anche questo pura arte. Un prato di sabbia (evidentemente trasportata li) con ai margini un paio di vecchi furgoncini Volkswagen riadattati a bar, un’altalena fatta con i sedili di un camion e la gente svaccata a bere. Se ci si addentrava per il sabbioso stradino, si raggiungeva un minuscolo villaggio di capanne tipo palafitte abitato da giovani nudisti genitori di bambini anche loro nudisti che giocavano nella sabbia. Un’oasi hippy circondata da immensi palazzoni sovietici distrutti e graffitati. Natura versus orribile imponente architettura umana. Impatto fortissimamente contrastante.

Ci tornai una seconda volta, più grande e con gli amici di una vita. Più sbarazzini, e rinforzati dalle boccette di Jager tascabile, guardammo ogni lato del Tacheles, entrammo in uno pseudo-bar che invece della porta aveva un telo di plastica da magazzino di bricolage. Vedemmo atelier di giovani artisti e vecchi hippy. Riuscimmo a sentire l’aria di libertà, entri qui e fai un po’ quello che ti pare, riesci ad esternare tutta la tua arte. E ci è rimasto nel cuore, questo palazzo barcollante, che al primo smottamento è destinato a crollare, ma che viene tenuto in piedi dalla voglia di giovani, artisti e non, che si sono impossessati di questo luogo per farne il centro delle loro espressioni, di qualsiasi genere possano essere.

Ovviamente, come tutte le cose “strane” non conformi al pensiero comune e fuori dalle logiche di mercato, pure il Tacheles è stato svuotato, in questi giorni i suoi “abitanti” sono stati sfrattati. Sembra che vogliano restaurare il palazzo, per poi farci un bel centro commerciale. Un vecchio anonimo insulso centro commerciale, privo di una qualsiasi umanità. E vai così.

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