Contro la mafia, un diritto di tutti

Da i racconti finalisti del concorso Una storia ancora da raccontare: Mauro Rostagno.

Di Valeria Grimaldi

Nessuna luce illuminava contrada Lenzi, la sera del 26 settembre 1988. Ma otto colpi di pistola ruppero il silenzio. E alcune mani, complici del buio, sottraevano un’audiocassetta dagli studi dell’emittente televisiva Rtc, e una presunta videocassetta dalla borsa ancora calda dal suono degli spari. Altre agende rosse, altri segreti e depistaggi sul suolo siciliano.

Mauro Rostagno era un uomo dalle mille vite, dalle mille facce: ogni periodo della sua vita è stato contraddistinto da una netta presa di posizione, ma che non era mai la stessa. “Non ho cercato di rimanere fedele. Io credo di essere stato molte volte infedele alle mie idee, per fortuna…insomma, di essere rimasto coerente con me stesso, non alle mie idee, devo dire. Queste le ho cambiate molto spesso.” diceva. La Trapani di quegli anni rappresentava il coagulo degli interessi fra Cosa Nostra, massoneria deviata e politica corrotta: e Mauro difendeva gli interessi opposti, quelli della giustizia, della trasparenza, della legalità. Un personaggio tutto d’un pezzo che non si faceva scalfire dalla bramosia del potere e della ricchezza, ma che anzi cercava di piantare in quel terreno arido un seme che potesse far germogliare in ogni persona un senso di appartenenza e partecipazione a ciò che è giusto, a ciò che è diritto di tutti. Condivisione: è forse questo uno dei messaggi più importanti che scaturisce dalla persona di Mauro Rostagno, nei confronti di coloro che accoglieva nella comunità di Saman, o di quelli verso i quali si rivolgeva dagli schermi di Rtc. Costruire un tessuto sociale attraverso il quale ciascun individuo prende coscienza che tutti, sostenendo anche i più deboli e fragili, possono aspirare ad una vita piena e contribuire al raggiungimento del bene comune. Negli anni della giovinezza, con il movimento studentesco a Trento, città dove consegue la laurea in Sociologia, considera lo Stato lo specchio della strage di piazza Fontana. Dopo essere stato uno degli esponenti principali di Lotta Continua, aver vissuto in India nell’ashram di Bhagwan Rajneesh, ritorna nella sua amata Sicilia. Ed è qui, nella terra del perenne ossimoro tra la più intensa e coraggiosa legalità, quella di Falcone e Borsellino, e la più marcia illegalità, Cosa Nostra, che non vede altro rimedio a quel cancro maligno se non percorrere la prima strada, e soprattutto credere fortemente in essa. Credere in una parte di quello stesso Stato che sin dai primi istanti dopo l’uccisione ha volutamente depistato e raggirato le indagini, i moventi, gli assassini, arrivando persino ad accusare la compagna Chicca, nel 1996. In quella Sicilia dove “la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”, come diceva Giovanni Falcone. Una giustizia che arriva giusto in tempo per riprendersi un pò di credibilità: il processo per l’omicidio di Mauro Rostagno comincia solo il 2 febbraio 2011, a quasi 23 anni dall’uccisione. Vede imputati due mafiosi: il boss della mafia trapanese Vincenzo Virga, come mandante dell’omicidio, e il killer Vito Mazzara, come uno degli esecutori materiali.

“Quello con la barba”, “un rompiscatole”, “ce lo siamo tolto dai piedi”: questi gli appellativi diretti a sminuire la figura di Mauro che emergono dalle dichiarazioni di pentiti nel processo, diretti a impedire che questo assassinio non avesse eco locale e nazionale nella stampa, tra la gente, in parte riuscendoci. Una memoria storica che fatica ancora oggi a trovare il peso che merita una vicenda così distrattamente presa sotto gamba, complice incosapevolmente della volontà mafiosa di coprirla con un velo di omertà.

La squadra mobile di Trapani che sostiene sin da subito la matrice mafiosa, mentre i carabinieri sostengono l’ipotesi della pista interna; sullo sfondo lo scenario di un traffico d’armi che lo stesso Rostagno avrebbe scoperto registrando nei pressi della pista d’atterraggio di Kinisia (che allora si riteneva abbandonata) il carico e lo scarico di armi al posto di aiuti umanitari su un C-130 diretto in Somalia (scoperta che porterà Rostagno ad un incontro con Giovanni Falcone); una perizia balistica sui proiettili mai effettuata sino a quando il procuratore aggiunto Antonio Ingroia della procura distrettuale antimafia di Palermo (dove era stato trasferito il caso) la richiede con l’ultima proroga prima dell’archiviazione tombale. Ed è a questo punto che viene trovata la prova mancante, vengono rinviati a giudizio i due imputati ed aperto il processo. La verità dei fatti che restituisce dignità agli uomini, a Mauro, alla compagna Chicca e alla figlia Maddalena, e a tutti gli amici, le diecimila firme raccolte dall’associazione trapanese Ciao Mauro e coloro che credono ancora nella giustizia e nel conseguimento della verità.

Mauro Rostagno non era un giornalista, nè un sociologo, nè un militante politico: impossibile delegarlo ad una sola delle sue molteplicità. E’ una storia ancora da raccontare? Si. Perchè non è il silenzio a far scomparire la mafia, ma anzi esso la nutre e la rende ancora più fertile. Non è con la testa calata che ci si oppone al potere mafioso, anzi si diventa complici e collusi con questo. Non è in solitudine che si può sperare di vincere, ma anzi risulta più facile colpirne uno per educarne cento. E’ con le parole: raccontare storie che sembrano lontane ma che devono diventare storie di tutti. Guardare sempre dritto davanti a se, sfidando le minacce e gli ostacoli che vogliono impedirti di continuare. Insieme: la consapevolezza che costruire una città e un Paese dove contrastare il fenomeno mafioso sia la regola e non l’eccezione, che compiere un gesto per il bene di tutti e non per un proprio tornaconto personale sia più forte e più importante della paura di morire per mano di un potere che non abbiamo contribuito ad alimentare.

Una sola mela buona per rendere buone tutte le altre. Il no alla mafia per restituire dignità all’uomo.

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