Intervista a Paolo Bolognesi, Presidente dell’associazione della strage di bologna

Di Beniamino Piscopo e Salvo Ognibene

Da “2 agosto 1980″, strage di Bologna

 

D: La domanda che credo tutti si siano fatti ripensando al 2 Agosto è “perché?”. Tutti gli atti, anche i più brutali, hanno uno scopo o una logica seppur orribile. Qual è il senso di quella bomba?

R: Creare una situazione di tensione, affinché l’opinione pubblica fosse orientata verso un blocco moderato. Noi abbiamo avuto un periodo piuttosto lungo in cui il regolare corso democratico del nostro paese è stato condizionato da stragi e terrorismo. Prima c’è stata la strategia della guerra rivoluzionaria promossa dall’istituto Pollio, quella che considerava qualsiasi metodo, anche il più riprovevole, lecito e giusto purché il partito comunista non andasse al governo . Poi c’è stata la strategia della loggia P2 che prevedeva lo svuotamento dall’interno delle istituzioni attraverso il controllo di quest’ultime: il cosiddetto “ piano di rinascita”. Non è un caso che nel periodo della strage di Bologna, tutti i vertici dei servizi fossero iscritti alla P2.

 

D: Chi è stato?

R: Facciamo un discordo molto chiaro. In Italia ci sono state tredici stragi, escluse quelle di mafia. In tutte non si è arrivati ai mandanti, in tutte abbiamo avuto i servizi segreti che hanno cercato di depistare, proteggendo gli esecutori materiali. In alcuni casi si è arrivati a trovare gli autori materiali attraverso i collaboratori di giustizia. Una sola volta per via giudiziaria: nel caso della strage di Bologna. Ora, i vertici dei servizi sono nominati dalla presidenza del consiglio, quindi è lì che bisogna cercare i mandanti, quelli che hanno la responsabilità politica delle stragi. Una prova che non si sta parlando di fantapolitica ne è la trattativa tra Stato e mafia nei primi anni novanta, che oggi è ormai un fatto indiscutibile.

 

D: Da allora la fiducia nello Stato nel corso degli anni è diminuita o aumentata?

R: Per quanto riguarda noi, senza fiducia nelle istituzioni non avremmo nemmeno un senso da dare a quest’associazione. Con la nostra presenza e la nostra ricerca noi vogliamo dare una mano alle istituzioni. Un conto è lo Stato, fare valutazioni su chi ne ricopre le cariche è un altro.

 

D: Qualcuno dice cinicamente che lo Stato non può condannare se stesso. Lei è d’accordo con questa affermazione?

R: Questa è un’affermazione generica che semplifica troppo le cose. Ricollegandomi al discorso di prima, io credo nelle istituzioni, la valutazione su chi ricopre le cariche è un altro conto.

 

D: Crede che un periodo difficile, pieno di tensioni sociali come questo, possa ricreare le condizioni che portarono alle stragi? Oggi sarebbe possibile un nuovo 2 Agosto?

R: È un momento che può portare a rivivere situazioni molto tragiche. Ovviamente il quadro è molto diverso da allora, tuttavia oggi c’è un movimento tra i partiti e un rimescolamento che può scombussolare le carte, creare dei vuoti di potere a cui bisogna stare molto attenti. Inoltre oggi con la rete è molto più semplice organizzarsi.

 

D: Qual è lo scopo dell’associazione?

R: Avere giustizia, che per noi significa sapere la verità. Conoscere gli esecutori materiali è importante ma il cerchio si chiuderà quando e se si arriverà ai mandanti. O arrivi a svelare e punire determinate azioni in via giudiziaria, oppure sei condannato a riviverle costantemente, senza arrivare alla parola fine su questa strategia che ha frenato lo sviluppo democratico del nostro paese.

 

D: Dopo dieci anni è arrivata la sentenza definitiva della cassazione sui fatti della Diaz, che ha decapitato i vertici della polizia. È un segnale positivo? Può fare da caso apripista per avere in Italia una giustizia vera e terza?

R: Certo, secondo me si. È solo un fatto positivo che ci sia stato un riconoscimento delle responsabilità di alti vertici delle istituzioni. Anche qui però mancano i politici.

 

D: Crede sul serio che potrà mai venire a galla la verità sulle stragi?

R: Perché no? Noi ci proviamo. Ci impegneremo affinché si rendano pubblici i documenti dei tribunali e continueremo a portare avanti la nostra battaglia per l’abolizione del segreto di Stato. Sono sfide proibitive ma se non ci provi non potrai mai vincerle.

 

D: Qual è la soddisfazione più grande che le ha dato il suo impegno nell’associazione?

R: Vedere che l’associazione è diventata un punto di riferimento a livello internazionale, anche per studiosi esterni. A volte capita che le ambasciate che hanno visto i propri concittadini coinvolti in incidenti qui in Italia, chiamino prima noi e poi il ministero degli interni.

 

D: Questo giornale si chiama Diecieventicinque perché crediamo che il modo migliore per evitare che simili fatti si ripetano sia conservarne la memoria. Lei vede questa consapevolezza nelle nuove generazioni?

R: Si, la vedo. Facciamo molta attività nelle scuole ed è bello vedere i ragazzi reagire con partecipazione alle nostre iniziative. Penso anche alle commemorazioni che ogni anno celebriamo il 2 Agosto qui a Bologna in ricordo della strage. Ogni anno di giovani ne vedo sempre di più e sempre più consapevoli. Lo considero un segnale importante: vuol dire voler esserci.

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