La Storia è fatta di testimonianze

Di Ilaria Bianco

La Storia è fatta di testimonianze.

Le testimonianze sono documenti, oggetti, fotografie, video. Le testimonianze sono voci. Tante le voci, che raccontano, che ricordano. Tante le voci, troppo poche in certe occasioni. Le voci che raccontano, anche a distanza di anni, sono lo specchio di qualcosa che è stato. Vibra la voce del narratore, quando la storia che racconta lo ha visto protagonista; vibrano gli animi di chi ascolta, se non si ha paura di prender freddo, come quando si esce di casa è fuori è ormai inverno. Fuori fa freddo comunque, ma io lo so e mi copro: soffro di meno.
Vibrano i cuori, lo spazio fra ieri e oggi si azzera. Si è pronti ad ascoltare, seppure talvolta al freddo invernale si aggiunge il senso di colpa: perché non si era lì; perché noi no. Si ascolta, la sedia si fa più scomoda.
Le voci sono testimonianze. Testimonianze importanti, pilastri di una Storia che si deve conoscere (e che si deve voler conoscere).
Una Storia (fatta di tante storie concatenate) tante volte letta, vista nei film. Una Storia che tanti insegnano da professori, una Storia dura, che ti lascia in bocca lo stesso non-sapore del mattino appena sveglio. Una Storia che ti fa capire cosa non si deve più fare, che ti fa chiedere però il perché, in realtà, qualcuno l’abbia fatto. Perché quella Storia non è inventata. Non la si racconta ai bambini per far loro prendere sonno, ma per formarli, per tracciare i contorni della loro coscienza, per riempire di colori pastello la loro sensibilità.
La si racconta perché “questo è stato”.
Le testimonianze “vive”, che si ascoltano con le orecchie tese e la schiena dritta, servono a questa Storia. Ma non sono eterne, non possono chiudersi in un museo impedendo di fare foto per non deturparne l’autenticità. Le testimonianze vive, quelle a cui mi riferisco, sono dominate dal tempo, beffardo. Le testimonianze vive, un giorno, non ci saranno più, almeno per questa Storia.
Ho paura.
(E’ semplice, a volte, parlare di Seconda Guerra Mondiale. Dire cosa è accaduto, parlare di sterminio. Di Shoa. Sensibilizzare utilizzando parole che, spesso, appaiono superflue e scontate, inutili seppur sentite. Sarebbe facile- forse potrei anch’io- scrivere pagine e pagine. Allora a volte si evita di farlo, si scrive poco. Soprattutto se si è stato ad Auschwitz, si è cercato di raccontare, ma le parole rimangono in bocca, a galla. Perché non sempre si ha la forza, il coraggio, il modo giusto. Perché non sempre si può).
Io ho paura. Paura di quello che sarà quando anche l’ultima voce smetterà di parlarci di quei giorni.
Ho paura che tra coloro che dicono che questa Storia è solo pura fantasia, i consensi si facciano numerosi e le Voci di chi ha vissuto, purtroppo, non potranno più sovrapporsi alle loro. Tutti dovremmo aver paura.
Anche a te, ciao Shlomo.

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