Pane e ammoniaca

Da “terra tossica” novembre 2012 (scarica)

di Novella Rosania

 “L’Enichem di Manfredonia, storia poco conosciuta. Una ferita ancora aperta e ingiustizia da anni vissuta. Cosa accadde quel 26 Settembre 1976? Dopo 36 anni cosa è cambiato?”

 

Da «L’Espresso» del 3 dicembre del 1967
“ENI A MANFREDONIA: UNA GHIGLIOTTINA PER IL GARGANO”
di Bruno Zevi
Se l’on. Aldo Moro non interviene immediatamente per bloccare l’iniziativa efferata, sono facilmente prevedibili queste conseguenze:
1. Sarà distrutta ogni possibilità di valorizzare in senso turistico il comprensorio garganico, l’unico in Italia miracolosamente integro nello splendore dei paesaggi rocciosi e delle fasce costiere.
2. Manfredonia col suo abitato compatto, cinto dalle mura aragonesi, Siponto con la cattedrale romanica, e i sui siti archeologici, il convento di San Leonardo, Monte Sant’Angelo con il suo santuario, il castello federiciano, il borgo medievale e le catene dei preziosi insediamenti che sorgono lungo la Via Sacra Longobardorum animando le pendici del Gargano, non avranno più alcuna prospettiva di sviluppo
3. Quanto al decantato “coordinamento degli intervento pubblici” nel Mezzogiorno, assisteremo ad un clamoroso paradosso: piani contro piani, la Cassa riconosce la vocazione turistica del territorio e lo vincola, L’Eni subito l’oltraggia con un enorme impianto industriale.
4. Infine, la gente sussurrerà che, per caso, i trenta miliardi sono stati spesi in una zona compresa nel collegio elettorale dell’on. Moro, e in quello dell’o. Vincenzo Russo, esponente dc ed insieme alto funzionario dell’Eni. Malignità, naturalmente; ma la coincidenza è singolare e tale da poter generare sospetti.

 

Questa storia inizia con un uomo e, come in ogni storia, c’è un cattivo, un buono e una morale.
Il protagonista, o meglio uno dei, è  Nicola Lovecchio. Egli morì il 9 aprile del 1997, all’età di 49 anni. Ventinove anni prima, l’azienda petrolchimica ENI colloca un impianto di produzione di urea, da cui far derivare ammoniaca da vendere sul mercato, in una piccola e, ritenuta tale, accondiscendente cittadina garganica: Manfredonia. La zona di Manfredonia, Mattinata e Monte S. Angelo (n.b. ora Città patrimonio dell’Unesco) era stata segnalata come area a rilevante sviluppo turistico. Nonostante l’approvazione ottenuta dal Comitato  interministeriale per la programmazione economica, molti membri esprimono le loro perplessità quali: la considerevole offerta di urea già presente sul mercato, il costo più basso al quale si poteva produrre il fertilizzante in uno degli stabilimenti già attivi dell’ENI, la scelta della zona, destinata allo sviluppo turistico, in contraddizione con il programma economico del governo, gli alti costi che lo Stato e la Cassa per il Mezzogiorno avrebbero dovuto sostenere per costruire le infrastrutture necessarie alla realizzazione del progetto. Gli organi pubblici e la stessa popolazione locale, ammaliata dalla possibilità di nuovi posti di lavoro in una terra di per sé molto povera, soprassiedono sulle titubanze mostrate.
Il 26 Settembre del 1976, nell’impianto di produzione di ammoniaca, la colonna di lavaggio dell’anidride carbonica scoppia. L’esplosione sprigiona nell’atmosfera 32 tonnellate di arsenico. Una fanghiglia giallastra cosparge, nel raggio di 30 Km, l’intera città, i campi coltivati, gli animali, i bambini e i loro genitori.  “Gli ortaggi sono simili a foglie di tabacco secco; tutti gli oggetti esistenti sono punteggiati di una sostanza di colore bronzeo.” Mentre i piccoli giocano con la “sabbia speciale”, i loro padri la raccolgono con le mani in tutto l’impianto, senza alcun tipo di protezione o accortezza.  “A terra in fabbrica c’era un tappeto di un centimetro di polvere gialla e nessuno ci pensava più di tanto. Ricordo che mangiavamo il panino tra la polvere senza alcuna misura di sicurezza”, afferma un operaio. Quando si iniziano a scoprire i primi animali morti, i contaminati sono centinaia. Il sindaco Magno divide le zone pericolose in due aree, disponendo l’abbattimento di tutti gli animali da cortile presenti nella zona B (circa 1000) e il loro trasporto all’interno dello stabilimento, dove vengono interrati e sigillati in una vasca di cemento armato. Viene ordinato anche il divieto di pesca entro un miglio dalla costa. I giorni seguenti le strade, le case, i balconi della città vengono lavati con ipoclorito di calce e solfato di ferro, per ottenere l’ossidazione e l’insolubilizzazione dell’arsenico, unico modo per evitare l’ulteriore contaminazione delle falde acquifere. Il panico dilaga, gli abitanti in allarme richiedono immediatamente le analisi delle urine: si raccolgono centinaia di campioni “che verranno nella maggior parte versati nei gabinetti”, come affermerà Magno in un convegno tenutosi l’anno seguente all’università di Bari, “per mancanza di idonee attrezzature.” Gli esami avrebbero segnalato concentrazioni di arsenico comprese tra 2000 e 5000 gamma/litro, contro un limite di tollerabilità fissato in 100 gamma/litro. Il 60 % della produzione agricola e il 30 % di quella zootecnica viene distrutta. I braccianti perdono dalle 10.000 alle 12.000 giornate lavorative, mentre il pesce del golfo per intere settimane è respinto dai mercati.
Nicola Lovecchio, capoturno del Magazzino Insacco dello stabilimento Enichem, ha 44 anni quando scopre una neoplasia polmonare. La giovane età, la vita regolare senza eccessi, l’essere non fumatore insospettisce il medico, Lorenzo Portaluri. Da quel momento in poi una questione di salute diventa una battaglia politica e ideologica: i due iniziano insieme ad analizzare i cicli di produzione dell’Enichem; stilano un elenco delle sostanze tossiche con cui i lavoratori entravano in contatto: ad ogni mansione corrisponde una diversa intensità di esposizione. Coinvolgono i compagni di lavoro: numerose sono le cartelle cliniche di operai malati o già deceduti. In seguito si interessano delle vicende aziendali: incidenti, controlli medici periodici, misure di protezione personali. Pretendono dall’azienda le vecchie radiografie di Nicola. Essa cerca di negarle, ma sotto minaccia di un’ingiunzione legale, le ottengono. Si scopre così che la lesione polmonare era già presente nel 1991 e i medici dell’istituto di medicina del lavoro l’avevano diagnosticata. “Quel maledetto giorno  facevo il turno 14-22. Entrammo nello stabilimento senza che nessuno ci avesse avvisato del pericolo.” Nicola muore 6 anni dopo la diagnosi.
Nel 1998 la Corte Europea si pronuncia sull’accaduto: 10 anni prima, 40 donne dell’associazione “Bianca lancia” avevano proposto un esposto per i danni subiti. Riescono ad ottenere 10 milioni di lire per danni morali. Sconcertante è la diversità di visioni con la Corte di Cassazione italiana: il 17 Marzo del 2012 assolve i dieci ex dirigenti dello stabilimento e due esperti di medicina del lavoro accusati, a vario titolo, di disastro colposo, 17 omicidi colposi, 5 casi di lesioni colpose e omissioni di controllo. La società succeduta all’Enichem, la Syndial, alla fine del 2005 ha avviato una transazione con le parti civili, per ottenere l’uscita dal processo in cambio di denaro. E’ stato fissato  un tariffario: 70.000 euro alle mogli, 35.000 euro ai genitori e 20.000 euro ai fratelli e ai figli delle vittime. Un atto “solidaristico che la società sente di attivare non per avere riconosciuto la responsabilità penale di alcuno degli imputati, ma per venire incontro alle esigenze famigliari delle parti coinvolte a vario titolo, come persone offese.”
Ciò che rimane a queste famiglie, come possiamo vedere, sono solo numeri: numeri di tonnellate di arsenico sprigionate nell’aria, numeri di neoplasie polmonari, numeri di morti di cancro, numeri per il risarcimento dei danni, numeri di legali. Ma nessun numero potrà mai rappresentare l’ingiustizia subita, la perdita dell’uomo che si è amato, della famiglia che si è faticosamente costruito, del diritto di NON SCEGLIERE MAI FRA SALUTE O LAVORO.

 

Le informazioni sono tratte da “1976-2006: trent’anni di arsenico all’Enichem di Manfredonia” di Francesco Tomaiulo. Si ringrazia per il contributo.

 

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