La fine, o l’inizio….la strage del Rapido 904

Di Valeria Grimaldi

 

Era una domenica, ed era il 23 dicembre. Come oggi.

Il treno in partenza da Napoli e diretto a Milano trasportava con se gli i viaggiatori stanchi desiderosi delle festività imminenti: giovani, famiglie e anziani che ritornavano dalle proprie famiglie.

Ma il treno non arrivò mai a Milano: il suo cammino venne interrotto all’altezza di San Benedetto val di Sambro, nella Grande Galleria dell’Appennino, a circa 40 km da Bologna. In quello stesso luogo che dieci anni prima aveva visto la fine della corsa del collega Italicus.

Una bomba squarciò la nona carrozza della II classe: un boato, in penombra perchè in piena galleria, e saltò tutto in aria. Questa volta gli attentatori studiarono bene il piano per raggiungere gli effetti più devastanti che potevano realizzarsi: la Galleria venne utilizzata come scatola di amplificazione dell’esplosione. L’onda d’urto spazzò via i finestrini e le porte. Fumo, odore di polvere da sparo, il freddo appenninico che ti piomba addosso.

17 le vittime totali e quasi 300 feriti. Una bomba così non si vedeva dalla Strage alla Stazione di Bologna del 02 agosto 1980, e infatti in questa occasione si sperimentò per la prima volta il piano di emergenza predisposto dal sistema centralizzato di gestione delle emergenze costituito dal comune emiliano.

Le indagini, come molte in quegli ultimi 15 anni di stragismo, rimbalzarono da una Procura ad un’ altra: a Bologna venne richiesta una perizia chimico-balistica per accertare il materiale utilizzato e le dinamiche dell’esplosione; durante le indagini saltò fuori un testimone che aveva visto una persona sistemare proprio nella nona carrozza detonata due borsoni, alla fermana della Stazione Santa Maria Novella di Firenze. Così il corpus delle indagini viene trasferito nel capoluogo toscano. A poco a poco il quadro si infittisce, e una trama fittissima di nomi e organizzazioni criminali balza agli occhi degli investigatori.

Tre mesi dopo a Roma vennero arrestati, per altri reati, Guido Cercola e il pregiudicato Pippo Calò, famoso per i suoi rapporti con la criminlità organizzata siciliana: in un loro covo venne scovato un esplosivo compatibile chimicamente con quello utilizzato nella strage di Natale.

Mafia, Camorra, Banda della Magliana, Loggia P2, terrorismo eversivo di destra: la mano invisibile che spinse il bottone della detonazione per l’ennesima volta, e che a partire da quegli anni si cercò di dispiegare e portare alla luce tramite deposizioni di esponenti di questi ambienti che confluirono tutte nel maxiprocesso alla mafia costruito dal giudice istruttore Giovanni Falcone.

Il processo per la strage del rapido 904 si svolse a Firenze: in primo grado, il 25 febbraio 1989, venne commutata la pena dell’ergastolo a Giuseppe “Pippo” Calò, per Giuseppe Cercola e altri personaggi a loro legati; il secondo grado, con sentenza del 15 marzo 1990, confermo le pene per i principali imputati.

Un ulteriore ostacolo fermò moralmente la spinta verso la conclusione del processo: la prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò la sentenza d’appello e dispose un nuovo processo. Un secondo processo d’appello confermò nuovamente le condanne, ed infine, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, il 24 novembre 1992, concluse l’iter giudiziario imprimendo la matrice “terroristico-mafiosa” all’attentato dell’antevigilia di Natale.

La strage del Rapido 904 potrebbe essere ricondotta come la fine dello stragismo nero che imperversò in Italia a partire dal 1969, con la strage di Piazza Fontana, e fino alla strage alla Stazione di Bologna. In realtà, come ben scrisse il magistrato che si occupò delle indagini nel capo di imputazione a Calò&Co, futuro Procuratore Nazionale Antimafia, PierLuigi Vigna, “la strage fu compiuta con lo scopo pratico di distogliere l’attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura per rilanciare l’immagine del terrorismo come l’unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato”. Per questo, la strage del rapido viene considerata come l’inizio dello stragismo che tornò a manifestarsi 8 anni dopo con le stragi di Capaci e Via D’Amelio, e le stragi del continente di Roma, Firenze e Milano. Infatti, da non sottovalutare, è proprio il fatto che allo stesso tempo dello stragismo nero del Nord Italia, nel capoluogo siciliano, tra il 1979 e il 1984 (e anche successivamente) vengono uccisi gli esponenti politici, capi dell’opposizione, magistrati e generali che più di tutti in quel momento stavano cercando di constrastare la potenza della mafia (Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Pio La Torre, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella). La Palermo-Beirut, come venne definita in quegli inizi di anni ’80.

Un ultimo, e non per questo meno rilevante, filone di indagine è stato aperto dalla DDA di Napoli, che il 27 aprile del 2011 ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare per il Capo del capi Totò Riina, imputandolo di essere il mandante della strage. Su decisione della Cassazione le indagini vengono trasferite alla Procura di Firenze che a inizio dicembre di quest’anno ha concluso le indagini: movente della strage, una prima risposta della mafia all’arresto della Cupola per il maxi-processo che si stava istruendo a Palermo.

Un filo rosso che lega la Sicilia all’Italia del Nord; movimenti eversivi e organizzazioni criminali che potrebbero non avere niente da spartire tra loro; stragi di innocenti e di uomini che volevano restituire ciò di cui l’Italia ha più bisogno: la verità.

Alla luce di quanto è emerso, una domanda sorge spontanea: ma questa verità, veramente nessuno la sa?

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