L’accoglienza dei richiedenti asilo in Emilia-Romagna

sud africa donne

 Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

di Lorenzo Pedretti

 

L’Hub regionale, situato all’interno dell’ex CIE di via Mattei a Bolona, è un centro di prima accoglienza per tutti i migranti trasferiti in Emilia-Romagna in base a quanto stabilito dal Ministero degli Interni. Il 21 ottobre scorso risultavano presenti in Emilia-Romagna 2839 cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale, dei quali 588 nella provincia di Bologna.

Nell’Hub si svolge la prima fase dell’accoglienza: l’Ausl effettua lo screening sanitario, che valuta le condizioni di salute e le eventuali patologie di ogni persona; la Questura effettua l’identificazione e la fotosegnalazione (quest’ultima è necessaria per poter rimanere sul territorio), e tutti i migranti ricevono vitto e alloggio.

La loro permanenza nell’Hub, che al massimo può accogliere 270 persone, dura tre settimane in media. Dopo, la maggior parte di queste persone lascia la struttura volontariamente o viene trasferita in altre strutture situate nelle province emiliano-romagnole, aperte dalle Prefetture in collaborazione con gli enti locali. Tra di esse ci sono Villa Aldini a Bologna e Villa Angeli a Pontecchio Marconi. Qui si svolge la seconda fase dell’accoglienza alla quale partecipano alcune cooperative sociali della provincia di Bologna, tra cui quelle del Consorzio L’Arcolaio, impegnate nei progetti della rete SPRAR (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati), alla quale i comuni partecipano volontariamente. L’accoglienza è rivolta esclusivamente ai richiedenti asilo: persone che non possono o non vogliono tornare nel paese di residenza per il timore di essere perseguitate per motivi etnici, religiosi, di nazionalità, di appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche. Possono richiedere asilo in Italia presentando una domanda di riconoscimento dello status di rifugiato; pertanto, i rifugiati sono coloro la cui domanda è stata accolta.

Le cooperative svolgono un lavoro di mediazione linguistica e culturale con i richiedenti asilo, tenendo corsi d’italiano, fornendo loro informazioni legali, orientandoli ai servizi presenti sul territorio, e accompagnandoli nel percorso di richiesta di asilo, che va presentata alla Questura (è il cosiddetto modulo C3). In base al regolamento di Dublino, uno degli atti del diritto dell’Ue, la richiesta va fatta nel primo paese di transito. A stabilire chi ha diritto a questa protezione internazionale è una commissione territoriale composta da membri della Prefettura, della Questura e dai Comuni. Commissioni di questo tipo sono presenti in tutta Italia e sono coordinate dalla commissione centrale, che ha sede a Roma e dipende dal Ministero degli Interni. In base alle loro valutazioni, non sempre viene accolta la domanda di protezione internazionale. Pertanto, ad alcune persone può essere rilasciato, sempre su decisione della commissione, un permesso umanitario della durata di un anno.

I richiedenti asilo più numerosi sono nigeriani, senegalesi, ivoriani, maliani, eritrei, somali, siriani, palestinesi, pakistani, bengalesi. Per ogni persona ospitata vengono spesi 30 euro al giorno, dei quali 2,50 euro come pocket money e 15 di schede telefoniche. Il resto deve coprire vitto, alloggio, prodotti per l’igiene personale, indumenti, e la remunerazione degli operatori del settore dell’accoglienza, che però può fare affidamento anche al volontariato. Al termine dell’accoglienza, che dura dai quattro ai sette mesi circa, questi soldi non vengono più stanziati, perché ci si aspetta che chi ha ottenuto la protezione internazionale e intende rimanere nel territorio regionale abbia acquisito un certo grado di autonomia e d’indipendenza dalle politiche sociali regionali.

Comments are closed.