Io Ho Votato Lo Stesso

Di Diego Ottaviano

Non molto tempo fa dicevo, Si scriva e magari si dica. Si parlava di studenti, ricordate? Si parlava di momenti di delirio italiano, quello violento che non sta né da una parte, né tanto meno dall’altra. Si parlava di ciò che oggi è definibile allegorico quotidiano. Non molto fa, sfociavo il mio rammarico alla ricerca di un binomio democratico. Non molto fa, un pugno allo stomaco raggiunge migliaia di studenti italiani, ancora una volta violenti, disobbedienti, e materiale ‘mediatico’ da share televisivo.Quel giorno si raccontavano traiettorie di fumogeni, celerini ‘incazzati’ e studenti in trincea. Quel giorno telecamere, giornali, Santoro, Vespa, Gruber, Mentana erano li e raccontavano il vuoto. Il sistema dell’educazione italiana era messo da parte, sconfitto, umiliato mentre il contingente profumo di elezioni entrava nelle cucine italiane.

Lo chef elettorale allora si divertì offrendo un menù intrigante. Minetti, Guzzanti e Mignottocrazia, antipasto; Monte dei Paschi, IMU, Mussari, prima portata; Maroni, Lega, secondo piatto; Giannino e la festa di Laurea mancata, dolce e caffè. Certo non possono esser dimenticati i tentativi di Berlusconi di imitare il clownismo futurista italiano di Grillo, il cane adottato di Monti, il ghepardo regalato da Prodi a Bersani, il tedesco indecifrabile di La Russa, la Costituzione dell’offesa Italiana riscritta da due atti demenziali del partito Fratelli d’Italia e il movimento conclavista del Papa entrato di prepotenza nel campo politico, in ritardo.

Gli scandali continuano, si moltiplicano, si impregnano nella pelle del disfattismo italiano.
Un gossip dopo un altro ‘finanziano’ le campagne elettorali, che in silenzio e quasi di comune accordo, lasciano in panchina un quesito importante: quello di chi all’estero per studio, o per un lavoro non offerto da dalle gesta della Prima, della Seconda e della quasi Terza Repubblica Italiana, non possono votare poiché non iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (A.I.R.E.). Iscrizione per altro possibile solo per coloro da più di un anno fuori dallo Stivale.

Ecco allora nascere un movimento pacifico, autogestito, internazionale. Un movimento dove la politica è la scusa per alzare la voce. Nasce il movimento di chi crede che l’articolo 48 sia sinonimo d’Italia. Quello di chi crede che l’articolo 48 sia un diritto e un dovere. Quello di migliaia di persone che sono all’estero ma ‘Hanno Votato Lo Stesso’ il 22 e 23 di Febbraio.

Amsterdam, Berlino, Bratislava, Bruxells, Casablanca, Cork, Dublino, Edimburgo, Innsbruck, Lisbona, Londra, Madrid, Madrid, Marsiglia, Monaco, Parigi, Porto, Rio, Salamanca, Maastricht, Siviglia, Tarragona, Tubinga, Valencia, Valladolid, Varsavia, Vigo, York.

In queste città il voto è stato possibile, grazie alla stima, al rispetto e alla collaborazione di una piccola ma importante fetta d’Italia, che ha ancora voglia di parlare e dimostrare il proprio valore.

Un iniziativa senza minigonna e scandali. Un iniziativa non seguita dai sorrisi ipocritici di Berlusconi, impegnato nella lotta al giornalismo, alla magistratura e alla sua vecchia amica IMU. Un movimento non accolto dal signor Bersani, che ha concentrato le sue forze sul ‘dico qualcosa o non dico nulla, forse e meglio stare zitti’’. Voti non considerati neppure dal populista Grillo, avvolto tra i suoi applausi e ‘vaffanculo’ di piazza. Un progetto di voto all’estero, che non neppure un improvvisato politico Monti ha saputo accogliere tra una tassa e un altra.

Ma soprattuto, ciò che più fa pensare è che, LaStampa a parte, IOVOTOLOSTESSO non ha avuto voce nel panorama giornalistico nazionale italiano, che hanno dato più importanza e spazio ai Balotelli Italiani, alle meteoriti russe, e omicidi Sudafricani.

Purtroppo o per fortuna, IOVOTOLOSTESSO ha trovato solo gli interessi del mondo del marketing di qualche azienda, per giunta non italiana, che ha cercato di trasformare il sentimento verso la nostra patria in un ottima occasione economica.

Voglio quindi ricordare con malizia e fastidio alla nostra classe dirigente, che l’Italia non è solo pizza, mafia e mandolino, ma anche tanta voglia di crescere prendendo per mano un testo che non io per primo definisco poesia: la Costituzione Italiana.

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