Un corso di laurea incompreso: l’utopia e la realtà del modello Dams di Bologna.

Di Laura Pergolizzi

Da “Piazza Grande” (il mensile di marzo) clicca

Sperimentazione: questa la parola d’ordine di chi, negli anni ‘70,si immatricolava come studente del corso di Laurea in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Alma Mater di Bologna: “il primo ed unico in Italia”, il nuovo, il famoso, anzi famosissimo, Dams “ di Eco”.
Marchio di fabbrica dell’Università di Bologna, era il vanto di chi aveva spinto affinchè l’essere esperto di Arti, Musica, Spettacolo non fosse cosa aleatoria, ma un titolo concreto, una voce definita del curriculum vitae e garanzia di qualità. Andrea Pazienza, Stefano Bartezzaghi, Carlo Mazzacurati sono solo pochi esempi di quello che diventerà negli anni ottanta e novanta il Dams, fenomeno d’attrazione per un gran numero di giovani.

Quello sì che era il luogo giusto perché le penne della critica d’arte potessero essere esercitate,  perché gli intellettuali, e aspiranti tali, potessero confrontarsi tra l’esclusività dei programmi e degli strumenti didattici e l’eccellenza del corpo docenti. Il tutto nel cuore della Bologna dei cantautori, del teatro, dei dibattiti politici, della cultura senza sconti.

Non sarà certo la nascita dei “fratelli gemelli ”  a Torino, Roma Tre, Padova, Firenze e Palermo, a cambiare il volto del titolo di studi. Ci penserà, piuttosto, la Riforma Universitaria del 2000, introduttiva della nuova classe di laurea ministeriale in Scienze e Tecnologie delle Arti, della Musica, dello Spettacolo e della Moda. Accolta con entusiasmo da molti Atenei, non hainvece convinto chi oggi parla di inflazione del modello bolognese.

Pur mantenendo il primato per qualità e numero di studenti, circa settemila, il Dams, e non solo quello dell’Alma Mater, non gode più della stessa attenzione di un tempo, e non è certo colpa della legittima ‘concorrenza’ .

In via Zamboni è possibile raccogliere bigliettini del tipo ‘cerco coinquilino/a, no animali, no fumatori, no Dams ‘ , e spesso studenti di Facolta’ come Medicina o Giurisprudenza si sentono legittimati  a storcere il naso di fronte allo stravagante materiale di studio dei colleghi del Dams. Per loro (grandi pensatori) la didattica pratica equivale a ‘ far nulla’.

Questo ‘ snobismo’ universitario non rimane realtà isolata. Le Facoltà di Lettere sono a rischio, e gli aspiranti architetti si trovano continuamente a giustificare perché non hanno scelto l’Ingegneria dai piu’ sbocchi. Gli ultimi porti sicuri sembrano gli Atenei privati, quelli che garantiscono stage su stage nelle più importanti redazioni dall’altra parte del mondo, che ti fanno conoscere grandi personalità inserendoti nell’ambiente. Se paghi, ovviamente.

‘In un Paese in cui i primi tagli sono sempre quelli alla cultura egli unici teatri a vivere sembrano essere gli occupati, le piccole librerie svendono, i cinema a pagamento sono vuoti e i cineforum gratuiti pure, non c’è da meravigliarsi’: così esordisce con amarezza un ex ‘damsiano’, oggi studente in Chimica : ‘ Mi ero iscritto per passione, non avevo altro sogno che quello. Dopo sei mesi e’ arrivata la paura per il futuro, il terrore di far pagare alla mia famiglia anni di tasse senza sapere se un giorno sarei stato in grado di restituire loro qualche soddisfazione. Oggi faccio qualcosa che nonostante tutto inizia a piacermi. Non era il mio piùgrande sogno, ma mi fa dormire la notte ‘.

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