Una vita scomoda: Pio La Torre

Di Giulia Silvestri

Da “Cosa Pubblica” (il mensile di aprile sui beni confiscati) clicca

“Omicidi come quello di Pio la Torre sono fondamentalmente da ritenere di natura mafiosa, ma al contempo sono delitti che trascendono le finalità tipiche di un’organizzazione criminale, anche se del calibro di Cosa Nostra. Qui si parla di omicidi politici, di omicidi, cioè, in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica: fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti ed inquietanti collegamenti”. Così Giovanni Falcone vedeva l’omicidio di La Torre.

Ma Pio La Torre chi era? Spesso di lui si conosce solo la proposta, poi legge, che lo ha condannato a morte.

Tra gli anni ’40 e gli anni ’50 lottò per l’applicazione dei decreti Gullo, che garantivano ai braccianti più diritti e più terre da coltivare, e che non venivano riconosciuti dai proprietari terrieri siciliani. Fu, prima, funzionario della Federterra, poi responsabile giovanile della Cgil e in seguito responsabile della commissione giovanile del Pci.

Erano gli anni di Placido Rizzotto, rapito e ucciso, e di Epifanio Li Puma, anch’egli assassinato: gli anni in cui i soprusi dei latifondisti non erano più accettati in silenzio. Poco dopo anche Salvatore Carnevale, che si batteva per gli stessi diritti, fu ammazzato.

Erano gli anni delle reazioni dei contadini, che guidati dai sindacalisti occupavano le terre non coltivate. Pio La Torre, nel frattempo, era diventato membro del Consiglio federale del Pci, che diede il via all’occupazione delle terre stesse.

Durante una di queste operazioni, a Bisacquino, i contadini, e con loro La Torre, furono arrestati: ci fu uno scontro tra le forze dell’ordine che spararono sui braccianti, e i contadini che in risposta lanciarono sassi sui poliziotti; La Torre fu accusato di aver colpito un tenente con un bastone. Era innocente, ma rimase in carcere per un anno e mezzo, prima che la verità venisse a galla.

Uscito dal carcere ricoprì vari ruoli tra la camera confederale del lavoro e la regione siciliana, poi arrivò il periodo da parlamentare a Roma.

Qui, Pio La Torre, continuò la sua lotta per i contadini siciliani, con la partecipazione alla Commissione bilancio e programmazione agricoltura e foreste, e a quella per l’esercizio dei poteri di controllo sulla programmazione e sull’attuazione degli interventi ordinari e straordinari nel Mezzogiorno.

In seguito fece parte della Commissione antimafia, luogo in cui combatté la sua più grande battaglia. Collaborando con Cesare Terranova redasse la relazione di minoranza della Commissione, che spiegava i legami tra Cosa Nostra e uomini politici.

Grazie alla sua esperienza, accresciutasi tra sindacati e politica, La Torre propose, insieme a Virginio Rognoni, la punibilità del fenomeno mafioso e la confisca dei beni per i condannati a quello stesso reato.

L’innovazione che questa proposta di legge avrebbe portato, colpì il cuore della criminalità organizzata di quegli anni, tanto che il 30 Aprile del 1982, dei killer uccisero Pio La Torre e Rosario Di Salvo, col quale stava andando alla sede del Pci.

Fu solo dopo l’omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro, avvenuta i primi giorni di settembre, che il Parlamento, spinto dalle proteste e dall’indignazione dei cittadini, adottò questa scomoda legge.

La legge Rognoni-La Torre entrò in vigore il 13 settembre di quello stesso anno.

Nasce l’art. 416 bis.

Nasce giuridicamente per la prima volta l’associazione di tipo mafioso, ne sono descritte le caratteristiche comuni agli ambienti in cui tutte le mafie operano: la forza di intimidazione, e la condizione di assoggettamento e di omertà che da questa derivano.

Chi viene condannato, quindi riconosciuto come mafioso, subisce la confisca dei beni che sono serviti per commettere il reato e di quei beni che ne sono il risultato o che sono il reimpiego degli introiti illeciti.

La legge prevede anche il divieto di subappalto o di cottimo di opere riguardanti la pubblica amministrazione, senza autorizzazione della stessa: divieto voluto a causa delle infiltrazioni mafiose negli appalti, una delle attività più redditizie delle mafie.

Pio La Torre aveva avuto una grande intuizione, perché aveva vissuto il cambiamento della mafia siciliana di quegli anni, aveva imparato a conoscerla combattendola prima dal basso, faccia a faccia, e solo dopo all’interno delle istituzioni.

Un’intuizione, la sua, il cui testimone è stato raccolto da Libera, che con la raccolta di un milione di firme ha portato in Parlamento, nel 1995, una proposta di legge in cui si chiedeva il passo successivo alla confisca dei beni ai mafiosi: il loro riutilizzo sociale, la loro restituzione alla società.

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