Portella della Ginestra e lo sterminio della banda Giuliano

di Giulia Silvestri

Salvatore Giuliano e la sua banda sono gli unici colpevoli per la strage di Portella della Ginestra. Era la loro personale lotta al comunismo che li portò a uccidere il giorno della festa dei lavoratori, nel 1947.

Aveva ragione il Ministro Scelba, della DC, che minimizzò l’avvenimento adducendone come causa l’arretratezza della zona. Aveva torto Girolamo Li Causi, del PCI, che il 2 Maggio, in Parlamento, urlò i nomi di quelli che riteneva fossero i veri mandanti: i latifondisti, i capi mafia e gli esponenti del Partito Monarchico.

Portella è stato un episodio a sé stante, e lo dimostrano episodi precedenti e successivi a quel giorno: è, infatti, proprio in quegli anni che cominciano a essere uccisi uno dopo l’altro i sindacalisti che lottano per le terre agricole insieme ai contadini; ed è dopo l’eccidio che in una notte, tra il 22 e il 23 Giugno del 1947, vengono colpite dalla banda Giuliano, varie sedi del PCI, del PSI e della CGIL a Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi.

Questa immensa opera di depistaggio, che vuole Salvatore Giuliano come il grande e unico colpevole, fa acqua da tutte le parti.

I cadaveri furono spostati senza che venisse registrata la loro esatta posizione, le prove furono sparse tra i vari Comuni perché non ci fu un’azione di coordinamento tra le varie forze di polizia e carabinieri dei Paesi confinanti, non venne tenuta in considerazione una postazione di tiro nonostante fosse stata notata da vari testimoni.

Nonostante queste scorrettezze nelle indagini, ci sono testimoni oculari, reperti medici e documenti, che aiutano a capire come in quell’occasione fu orchestrata una delle più grandi messe in scena di questi anni di stragi, connivenze e segreti di stato.

Il 27 Aprile del 1947 viene recapitata a Giuliano una lettera. Le versioni sono contrastanti. La prima persona che ne parlò, un uomo della banda di nome Giovanni Genovese, raccontò che dopo aver letto la lettera, Giuliano la bruciò e annunciò che il 1° Maggio sarebbero andati a sparare a Portella. La madre di Salvatore Giuliano rivelò di aver recapitato la lettera di amici americani, al figlio, ma dopo l’eccidio. Un altro uomo della banda, il più fidato amico di Giuliano, nonché suo traditore, Gaspare Pisciotta, disse di aver visto la firma di Mario Scelba in fondo alla lettera; secondo lui nella stessa vi era la conferma della presenza di Li Causi a Portella: avrebbero dovuto sequestrarlo e giustiziarlo davanti alla folla. L’unica certezza su questa lettera è che Giuliano, qualche giorno dopo, non ha agito unicamente di sua iniziativa.

Il 1° Maggio Giuliano organizzò l’attacco dividendo la banda in due postazioni differenti, la prima guidata da lui, la seconda guidata da Fra’ Diavolo; vi era anche una terza postazione, nella quale si erano sistemati i mafiosi. Avrebbero dovuto sparare per spaventare, non sparare per uccidere: questo era il piano del capo banda, eppure ad uccidere fu proprio Fra’ Diavolo. Chi era questo bandito?

Salvatore Ferreri, detto Fra’ Diavolo, con un mandato di cattura sulle spalle, ricomparve all’inizio del 1947, dopo un periodo di latitanza. Diventò confidente dell’Ispettore Generale di Polizia Ettore Messana e si fece reintegrare nella banda Giuliano. Non era l’unico a fare il doppio gioco: anche Giuseppe e Fedele Pianello erano confidenti dell’Ispettore, nonché del Colonnello dei Carabinieri Paolantonio. Se carabinieri e polizia avevano tre infiltrati nella banda, è davvero possibile che fossero all’oscuro di quello che sarebbe accaduto a Portella?

Grazie alle testimonianze, oggi si sa che c’era una quarta postazione, quella sul Cozzo Dxuhait. Chi vi stazionava? Perché non vennero fatti sopralluoghi? Alcune persone ferite, data la posizione in cui si trovavano, potevano essere state colpite solo dal Cozzo Dxuhait. In più, furono ferite da schegge di bombe leggere. La banda di Giuliano riceveva le proprie munizioni ed armi dall’OSS (il predecessore della CIA), tuttavia non aveva ricevuto in dotazione delle bombe leggere. Chi poteva procurarsele e quindi utilizzarle il giorno della strage?

Ad avvalorare il fatto che dietro le morti di quel giorno c’era qualcuno che stava usando Giuliano, ci sono gli avvenimenti posteriori al 1° Maggio.

La maggior parte dei componenti della banda fu uccisa negli anni successivi. Quest’opera di pulizia è cominciata il 26 Giugno del 1947: vengono uccisi Fra’ Diavolo, in circostanze tutt’altro che chiare, e i fratelli Pianello, i più vicini alla polizia e ai carabinieri.

Nel 1948, il nuovo prefetto di Palermo, Angelo Vicari, per mettere alle strette i componenti della banda, arrestò senza reali motivi i parenti più stretti di Salvatore Giuliano, Pasquale Sciortino, Gaspare Pisciotta e Frank Mannino.

Il 1950 fu l’anno in cui si consumò il grande accordo tra mafia, carabinieri e polizia per arrivare alla cattura del resto della banda e soprattutto a quella di Giuliano. Il maresciallo Lo Bianco contattò il suo confidente e mafioso Benedetto Minasola, don Nittu, per mettere in atto questo piano. Don Nittu riuscì ad ingannare Salvatore Pecoraro, che fu ucciso da Lo Bianco e Paolantonio; poi attirò in trappola Rosario Candela, anch’egli ucciso, e Frank Mannino, catturato. Fu la volta di Gaspare Pisciotta: per lui i piani erano diversi, infatti fu convinto a collaborare per la cattura di Giuliano, con la promessa di essere espatriato al più presto. Anche altri due componenti della banda, Madonia e Badalamenti, furono incarcerati grazie a Minasola.

Nella notte tra il 4 e il 5 Luglio del 1950 Salvatore Giuliano fu ammazzato. È stato ucciso dal capitano dei carabinieri Perenze in un conflitto a fuoco, come lui stesso ha riferito? Questa versione non è credibile perché nessuno ha sentito una sparatoria quella notte, in più il mitra posizionato accanto al cadavere risultò non avere sparato neanche un colpo. Giuliano è stato ucciso da Pisciotta in casa dell’uomo che li stava ospitando? Oppure è stato ucciso da Nunzio Badalamenti, componente della banda, dopo essere stato addormentato con un sonnifero nel vino, perché si era risvegliato troppo presto? E in quest’ultimo caso erano davvero presenti i boss Miceli e Minasola, oltre al traditore Gaspare Pisciotta?

Questa parte della storia sulla prima strage di Stato si conclude nel 1954, quando in carcere, Pisciotta viene ucciso con della stricnina inserita in un medicinale. La banda Giuliano non esiste più. Coloro che sapevano più di quello che noi sappiamo oggi, sono stati tutti uccisi.

Ciò che possiamo dire a più di sessant’anni di distanza è che quell’eccidio, compiuto in un disegno di cui intuiamo solo la lotta alle sinistre e al comunismo, vede non solo la complicità di mafie e banditismo, ma anche la complicità dei servizi segreti americani e italiani.

Non resta che concludere con le parole che il bandito Antonino Terranova Cacaova rilasciò a un giornalista durante il processo sulla strage: “In questo caso ci sono state persone che hanno avuto interesse a schiantare il banditismo senza distruggere la mafia”. Perché, aggiungo io, anche in quel caso, la mafia divenne un’alleata.

Fonte: “Portella della Ginestra. La strage che ha cambiato la storia d’Italia.”

 Angelo La Bella – Rosa Mecarolo

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