Torniamo a respirare

Di Valeria Grimaldi

 

Un lungo corridoio. Buio. Ad ogni passo, un faro si accende: una statua di vetro viene illuminata. Luccicante, trasparente: la si attraversa con lo sguardo. Vuota. Il gioco di ombre e luci provoca confusione, smarrimento, angoscia. Una targa sul piedistallo. Solo quella chiarisce tutto.

Un altro passo, un’altra luce, un’altra statua. E così fino all’infinito.

Questa è per il 12 dicembre 1969. Quest’altra per il 2 agosto 1980.

Questa. Questa è per il 28 maggio.

E prima?

Rimane quella data: quel lampo di luce improvviso, quell’esplosione, quello sparo.

E tutto il resto?Trentatrè anni di vita possono dissolversi in un solo attimo di morte?

Diventa tutto così trasparente. Tranne quel luccichio. Che racchiude tutto il resto. Come rendersi conto di poter cambiare il sistema, dal suo interno: con l’apertura e non la difesa a oltranza delle istituzioni (dalla politica, alla magistratura, alla stampa); rispondere alla domanda di un mondo che cerca di esprimersi, coi mezzi sbagliati, ma che grida il proprio bisogno di essere ascoltato.

Questo voleva Walter Tobagi. Un uomo aperto e comprensivo, prima di tutto. Non ha mai utilizzato la sua posizione o le sue conquiste professionali per ergersi dall’alto di una scrivania ad incidere parole di saccenza. La parola per lui era il mezzo migliore per confrontarsi con la realtà, per distenderne le pieghe e andare a guardare, una ad una, cosa ci fosse nascosto dentro: senza pretese, con l’analisi, la logica e soprattutto la storia.

“Socialista e cattolico” i termini più ricorrenti nel ricordarlo. Direi il contrario: laico e politico. Nel senso più largo e puro del termine. Davanti ai suoi bisogni di persona credente, anteponeva quelli più consoni all’intera collettività; e nonostante l’adesione ad un partito, non si è mai risparmiato nei dubbi e nelle critiche, e non vi è mai stata confusione con il suo lavoro. Incarnava il senso della politica più alto: l’impegno civile giorno dopo giorno, la fatica, il sudore nel conquistare il proprio posto nella società. Procedere lentamente, perchè ogni singolo comportamento quotidiano schiarisce l’orizzonte del futuro.

Di fronte ai tumulti e al periodo di grande incertezza che stava attraversando il nostro paese, di fronte a scenari violenti che imponevano la rapidità del pensiero e dei giudizi, delle azioni politiche o morali, Tobagi si poneva allo stesso livello di tutti e apriva il dialogo, il confronto, senza mai rinunciare alla denuncia della cronaca, di quello che osservava ogni giorno in giro per il Paese.

Quella bramosia di rapidità tipica del popolo italiano, del “tutto e subito”, della ribellione istantanea senza controllo, che utilizza lo strumento più facile e pronto all’uso dell’animo umano: la violenza, generatrice degli anni più bui della nostra storia.

“E’ il tragico paradosso dei terroristi: uccidono per dimostrare che sono vivi”, scriveva. Dalle mobilitazioni studentesche del ’68, alla lotta quotidiana del sindacato: tutto l’arco degli anni settanta è stato impregnato di grande spirito riformista, ed è proprio questo che si voleva impedire, e nel caso di successo, eliminare. La grande cerchia costituita da Loggia P2, mafia, terrorismo eversivo, servizi segreti nazionali e non, ha contribuito fortemente a tracciare la storia del nostro paese: un lungo filo rosso passa da Milano, arriva a Bologna, Roma, giù giù fino in Sicilia; lega saldamente fra loro storie di uomini che probabilmente mai si incontrarono, ma i cui volti si consumano e svaniscono, diventando tutti un semplice obiettivo necessario da scavalcare per la realizzazione di un disegno comune.

“Quando un sistema di informazione nel suo complesso concentra il proprio impegno nel ripetere dei messaggi che sono carichi di pregiudizi, cioè di giudizi dati sulla base di valutazioni politiche precostituite, allora si rischia di non capire realmente la dimensione e lo spessore che i fenomeni sociali cominciano, hanno assunto e continuano ad avere, e si brancola nel buio”, dichiara due mesi prima di morire, di fronte alla Federazione Nazionale della Stampa.

L’informazione, che ruolo ricopre nel processo di comprensione ed elaborazione della realtà?Tobagi, da grande firma del Corriere della Sera, e dal suo ruolo come Presidente dell’Associazione Lombarda Giornalisti, non si è mai tirato indietro nel cercare di creare un vero e proprio sistema di dialogo tra giornalisti e magistrati, guarda caso le due professioni più colpite dal terrorismo e dalla mafia. La creazione dei comitati “Giustizia e Informazione”, i fori di dibattiti permanenti, le conferenze: tutto questo per costruire un canale che unisse due strette esigenze, la verità di cronaca e il segreto istruttorio. Per evitare facili strumentalizzazioni, e assicurare la correttezza di ciò che accade, per essere compresa da tutti, e riutilizzata. Temi che oggi ci troviamo spesso ad affrontare, senza mai arrivare ad un equo bilanciamento.

Non abbiamo bisogno solo di musei della memoria: necessari, certamente, ma non sufficienti. Corridoi gonfi di effigi che trasportano l’immagine, troppo spesso ridimensionata, della caratura ed elevatezza degli uomini. Non torniamo nel buio cieco dove tutto si offusca, è opaco. Bisogna andare oltre. E l’unico modo per farlo è ripercorrendo all’indietro, partire da quelle date e distendere tutto. Come faceva Walter Tobagi: partire dalla storia, dal passato, per analizzare e capire il presente. Il ruolo della storia come fonte primaria di sapere politico e morale, in un paese che troppe volte chiude gli occhi di fronte alla realtà; che preferisce soffocare nell’aria contagiata da silenzio e complicità, piuttosto che aprire tutte le finestre e le porte rimaste chiuse per troppo tempo.

Per dare spazio ad un po’ più di luce. Per respirare, finalmente.

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