Agli albori dell’antimafia: la strage di Ciaculli

Di Valeria Grimaldi

 

Un’auto, del tritolo, un’esplosione.

 

Un’equazione che oggi nel 2013 risulta facile da risolvere, perché vista fin troppe volte.

Ma esattamente 50 anni fa, il 30 giugno 1963, era impensabile, o quantomeno imprevedibile, che la mafia potesse usare mezzi così efferati e sofisticati non solo per imporre il suo dominio in terra siciliana, ma per lanciare un avvertimento allo Stato come per dire “se lasciate in pace la mafia, la mafia lascerà in pace voi”.

A quel tempo di mafia non se ne parlava: la sola parola era impronunciabile. Era la tipica mafia pittoresca agricola e rurale, da coppola e lupara, quella dei grandi capi nei piccoli paesi che al loro passaggio la gente levava il cappello e chinava la testa in segno di rispetto. Una mafia del “nenti sacciu” dove chi sapeva della sua esistenza erano i soli che regolarmente cercavano di contrastarla sul territorio, come le forze dell’ordine.

E non a caso proprio la strage di Ciaculli, la prima di quell’equazione che vedrà ripetersi nell’arco di decenni, vede come vittime 7 uomini delle forze dell’ordine: il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare Mario Farbelli, il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci.

 

Il contesto nel quale si svolge la strage è quello della prima guerra di mafia, quando il potere di Cosa Nostra era impegnato soprattutto nel traffico di stupefacenti: è proprio da una partita di eroina che, dal dicembre 1962, si consumarono una serie di omicidi per le strade di Palermo (a partire dal corriere della partita inviato in America Calcedonio di Pisa), e che ha visto contrapporsi i fratelli Angelo e Salvatore la Barbera (capi della famiglia mafiosa di Palermo Centro) da un lato, e Salvatore Greco detto “Ciaschiteddu” (capo della cosca mafiosa di Ciaculli) dall’altro.

 

La mattina del 30 giugno 1963, una telefonata anonima alla questura di Palermo, avverte la presenza di una Alfa Romeo Giulietta sospetta lungo la statale Gibilrossa-Villabate, nei pressi di Ciaculli. La squadra di carabinieri mandata sul posto, all’arrivo, trova sul sedile posteriore una bombola di gas agganciata ad una miccia semibruciata. La bombola è riconosciuta come non pericolosa, e viene quindi dissinnescata.

Ma, nell’ispezionare l’abitacolo, il tenente Mario Malausa apre il portabagagli dell’auto: innesca così l’esplosione del tritolo contenuto al suo interno, dilandiando sul colpo i sette carabinieri presenti.

 

Le indagini portarono a sospettare come autori della strage i mafiosi Pietro Torretta, Michele Cavataino, Tommaso Buscetta e Gerlando Alberti, quali esecutori mandati contro Salvatore Ciaschiteddu Greco (che nel febbraio dello stesso anno aveva visto farsi esplodere la propria abitazione a Ciaculli da un’altra autobomba). Nessuno dei sospettati però, nei tempi a ridosso della strage, verrà rinviato a giudizio. Sarà Tommaso Buscetta, divenuto collaboratore di giustizia nel 1984, a dichiarare Cavataino come unico responsabile della strage. Cavataino, detto “Il Cobra”, secondo le dichiarazioni di Buscetta, sarebbe stato mandato a eseguire l’attentato contro Greco per far ricadere la responsabilità sui La Barbera. Dietro Cavataino, ci sarebbe stato un consorzio di famiglie mafiose della zona nord-ovest di Palermo che volevano opporsi al potere della prima Commissione (cioè la cupola mafiosa costituitasi nel 1957 tra mafiosi americani e siciliani) e a figure come quelle di Greco. In realtà nessuna di queste circostanze verrà mai pienamente accertata.

 

Il concetto di antimafia comincia a costruirsi nel corso di questi anni. A seguito dei continui omicidi dovuti alla prima guerra di mafia, e all’indignazione scaturita dalla Strage di Ciaculli, si assiste non solo ad un sollevamento a livello sociale (negli anni precedenti in pochi avevano cercato di rompere l’omertà mafiosa, primo fra tutti il quotidiano “L’Ora” di Palermo), ma ad una presa di posizione dello Stato. Una settimana dopo la strage si costituisce infatti la prima Commissione Parlamentare Antimafia.

 

A 50 anni di distanza non si può fare altro che prendere atto che spesso, troppo spesso, le Commissioni Antimafia non hanno esperito a pieno quanto era in loro potere nel cercare di porre il timbro di verità sulle tante stragi che hanno caratterizzato la giovane storia del nostro Paese. Questo perché nel corso del tempo fin troppi ambienti politici hanno tessuto legami ed interessi con gli esponenti della criminalità organizzata, facendole acquistare una forza difficilmente estirpabile al giorno d’oggi. Esiste al tempo stesso un’antimafia sociale che proprio sull’onda di queste stragi sta cercando di porre l’attenzione sulla necessità di fare chiarezza una volta per tutte.

Sono proprio le forze dell’ordine che negli anni hanno visto dimmezzarsi le proprie risorse contro una battaglia nella quale si sentono quasi sempre abbandonati e della quale sono prima di tutti le vittime, insieme ai magistrati che spesso accompagnano come scorta o che aiutano nelle indagini.

 

Quindi non si può fare altro, a distanza di 50 anni, che auspicare un riconoscimento vero a chi ogni giorno sul territorio mette in campo le proprie competenze e la propria voglia di sconfiggere la mafia in veste di poliziotto o carabiniere. E il modo migliore per farlo è ricordare questi primi caduti di mafia: il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare Mario Farbelli, il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccioe il soldato Giorgio Ciacci.

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