Storia di un processo mai nato…

Dal nostro mensile “Ustica…Stato disperso”

di Valeria Grimaldi

Mi chiamo “Procedimento penale n. 527/84″…e sono un processo mai nato.

Una sentenza-ordinanza di più di cinquemila pagine. Carta, inchiostro, cartelle: le mie braccia, le mie ossa, la mia pelle. Sono tutto questo, esisto…ma non sono nato.

Tutto è cominciato quella sera del 27 giugno 1980.

Nell’etere immenso che sovrasta il mar Tirreno: lì sono stato concepito.

Un bagliore e poi un tuffo in mare. Un liquido amniotico che mi accoglie: freddo, salato. Non ha niente a che fare con la vita, anzi puzza di morte. Tutte le 81 persone, io le ho viste, me le porto dentro: 81 persone che fra l’etere immenso e l’acqua del mare, hanno perso la loro vita. Proprio lì, dove io sono stato concepito.

Una gestazione lunga vent’anni. Interrogatori, perizie, sopralluoghi, commissioni. Vent’anni di dolore, menzogne, urla soffocate, verità mancate. Un muro di gomma sul quale tutto rimbalza e torna indietro, senza lasciar traccia, come se non fosse mai esistito.

Il giudice Rosario Priore, negli ultimi dieci anni di attività istruttoria (prima compiuta dal giudice Vittorio Bucarelli), mi ha costruito pezzo dopo pezzo. Secondo Priore, le cause più probabili del disastro di quella sera sono da ricercarsi nell’onda d’urto di un missile o di una quasi collisione con un altro velivolo militare che sfiora il DC-9 Itavia.

Molte furono le tesi portate avanti sul disastro: un cedimento strutturale, una bomba a bordo, una collisione, un missile. Da periti di parte a politici, letteralmente divisi, ognuno con una propria verità.

Il 29 giugno 1989 la Commissione Stragi presieduta dal senatore Libero Gualtieri apre il fascicolo su Ustica. In particolare al collegio Blasi viene chiesto di rispondere al quesito essenziale: missile, o bomba a bordo?Il collegio si ritroverà sempre spaccato a metà, fino alla fine dei lavori della Commissione. In ogni caso, nelle sue conclusioni, il presidente Gualtieri ribadisce le profonde responsabilità e connivenze degli apparati militari coinvolti nella vicenda:

“I vertici dell’Aeronautica hanno sempre saputo che l’inchiesta giudiziaria su Ustica è rimasta aperta dal giorno della sciagura ad oggi, e che pertanto permaneva il dovere di preservare tutti gli elementi di prova e di documentazione, dovunque essi fossero depositati, a disposizione di tutte le eventuali esigenze del magistrato. La massiccia distruzione di prove di ogni tipo, giustificata con il fatto che regolamenti interni, passato un certo lasso di tempo, la prevedevano come normale consuetutine burocratica, ha costituito da parte dell’Areonautica un comportamento inammissibile, al limite della censura penale”

 

Numerose spaccature anche tra periti, dicevamo. Il collegio internazionale Misiti, seguendo rigorosamente gli schemi raccomandati dalla International Civil Aviation Organization, supportano la tesi della bomba a bordo, esplosa all’interno della toilette posteriore. Nessuna traccia di altri velivoli, nessuna traccia di missili: l’I-Tigi, quella notte, era solo nel cielo. Ma all’interno dello stesso collegio, i professori Casarosa ed Held ipotizzano invece l’idea della quasi collisione, accolta dai magistrati che respingono quella ufficiale dell’intero collegio Misiti, apparsa nella sua quasi totalità, piena di contraddizioni immotivate.

Arriva la perizia dei consulenti di parte Itavia, Di Stefano e Cinti: essi sostengono che l’aereo è stato abbattuto da corpi inerti di due missili che, proseguendo nella loro corsa avrebbero oltrepassato la parte anteriore della fusoliera dell’aereo causandone la caduta.

Ma le conferme sulla tesi finale del giudice Priore provengono dalla perizia radaristica effettuata dagli esperti Dalle Mese, Tiberio e Donali:

“secondo l’analisi compiuta i dati registrati rendono plausibile l’ipotesi di un velivolo nascosto nella scia del DC-9”

 

La principale novità di questa perizia radaristica è una: la sera del disastro è stato impartito l’ordine, a tutti gli aerei militari che si muovevano nello spazio percorso dal DC-9, di spegnere i transponder che consente la loro identificazione.

Secondo Priore dunque, quella sera, il DC-9 si è trovato coinvolto all’interno di “un’azione militare di intercettamento” innescata nei confronti di un aereo nascosto sotto la pancia dell’aereo civile italiano. In volo aerei americani, francesci, inglesi, libici e italiani.

 

Io, mai nato, ho un fratello che invece ha visto la luce in un aula di tribunale. Su Ustica si è svolto un processo sui possibili depistaggi compiuti dall’Aeronautica militare per i comportamenti successivi al disastro. Falso ideologico, abuso d’ufficio, falsa testimonianza, favoreggiamento, falso, dispersione di documenti. E alto tradimenti, per aver impedito, tramite comunicazioni errate, lo svolgimento delle indagini. Imputati i generali Bartolucci, Ferri, Melillo e Tascio.

Il processo iniziò il 18 settembre 2000, e si concluse in Cassazione il 10 gennaio 2007: in primo grado assolti per alto tradimento Melillo e Tascio “per non aver commesso il fatto”, mentre Bartolucci e Ferri sono ritenuti colpevoli, ma il reato è ormai caduto in prescrizione. Parti civili e imputati non sono soddisfatti e ricorrono all’appello, con decisione poi ripresa in Cassazione, dove vengono confermate le assoluzioni, salvo il cambio di formula perché “il fatto contestato non è più previsto dalla legge come reato” (l’alto tradimento viene modificato con decreto riguardante i reati d’opinione).

 

Ma responsabilità dell’Aeronautica ce ne sono. Sono state rilevate all’interno della Commissione Stragi, rilevate dalle indagini, rilevate anche dall’ultimo procedimento, questa volta in sede civile, che ha visto una condanna nei confronti dello Stato.

Il 28 gennaio 2013 la Corte di Cassazione conferma la condanna del tribunale civile di Palermo nei confronti dei ministeri italiani della Difesa e dei Trasporti ad un risarcimento dei danni ai familiari delle 81 vittime della strage. Motivo: non aver fatto abbastanza per prevenire la tragedia.

“Tutti gli elementi considerati consentono di ritenere provato che l’incidente occorso al Dc9 si sia verificato a causa di un intercettamento realizzato da parte di due caccia, che nella parte finale della rotta del Dc9 viaggiavano parallelamente ad esso, di un velivolo militare precedentemente nascostosi nella scia del Dc9 al fine di non essere rilevato dai radar, quale diretta conseguenza dell’esplosione di un missile lanciato dagli aerei inseguitori contro l’aereo nascosto oppure di una quasi collisione verificatasi tra l’aereo nascosto ed il Dc9

Il giudizio civile fornisce dunque una sua visione dei fatti: conferma la tesi di Priore su un velivolo nascosto in prossimità del DC-9 per non essere rilevato dai radar; conferma come più probabili ipotesi quella del missile o della quasi collisione con un altro velivolo; conferma avvenuti depistaggi da parte dell’Aeronautica per omissione e mancata collaborazione nel fornire documenti e prove per le indagini, costituendo un favoreggiamento in favore degli autori della strage.

 

L’incidente al DC9è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti.

 

Queste le ultime parole scolpite su di me dal giudice Rosario Priore. Il processo mai nato. Un’azione di guerra, 81 vite spezzate: volti che io conservo, che io ricordo. I volti dei responsabili, invece, rimangono ignoti.

Mamma Italia fa fatica a darmi alla luce, ha sempre fatto fatica: ci sono tanti embrioni di verità custoditi nel suo grembo, che graffiano e scalciano per uscire. Il tunnel verso la luce sembra sempre troppo buio e infinito, e quando uno di noi tenta con tutte le sue forze di uscire fuori, c’è sempre qualche mano che ci ricaccia dentro con violenza e connivenza.

Mamma Italia non ha il coraggio di dare uno schiaffo per la verità, per sentire i miei vagiti, di far crescere un figlio che a pieni polmoni può respirare aria pulita di giustizia.

Come sostiene l’Associazione dei familiari delle vittime: “la verità è un prezzo che vogliamo pagare”. Il prezzo è alto, ma qualcuno lo vuole.

Perché la verità esiste, ed è dentro di me.

Anche se non sono mai nato.

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