Il giudice umile: Antonino Scopelliti

di Valeria Grimaldi

 

Se mi affacciassi dalla finestra di casa, rivolta in direzione Sud-Est, idealmente una linea mi congiugerebbe, alla distanza di circa 4 km l’uno e 6 l’altro, a Piale e Campo Calabro. I luoghi di fine e inizio della storia di un uomo: Antonino Scopelliti.

La vita di Antonino Scopelliti, per gli amici “Nunuccio”, è stata costellata da una grandissima carriera: entra in magistratura a soli 24 anni, pm a Bergamo, Roma e Milano, e infine Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Si è occupato di alcuni dei processi più importanti della nostra storia recente, sempre su quel filo che collega attentati di mafia e di terrorismo: il primo processo Moro, il sequestro dell’Achille Lauro, l’omicidio di Rocco Chinnici, la Strage di Piazza Fontana, la Strage del Rapido 904, e anche quelli riguardanti la Nuova Camorra Organizzata.

Viene ucciso il 9 Agosto 1991, all’apice della carriera, a Piale, frazione di Villa S. Giovanni, a poca distanza dal suo luogo di nascita, Campo Calabro. Era in vacanza, e con la sua vettura stava rientrando dal mare. I soliti due uomini in motocicletta lo raggiungono, gli sparano in testa, e si dileguano. L’auto del giudice sbanda in un terrapieno.

Quest’altissimo magistrato, ennesimo servitore di uno Stato che prima riconosce la bravura di un uomo e poi lo lascia morire da solo, è la continuazione di una scia di sangue che macchia e collega la storia dei grandi eventi e dei grandi uomini che hanno cercato, nel loro piccolo e quotidianamente, di fare semplicemente il proprio dovere e la propria parte all’interno della società.

 

Nel marzo del 1991, Scopelliti aveva chiesto le condanne definitive per Pippo Calò e Guido Cercola, i responsabili della Strage del Rapido 904 che il 23 dicembre 1984 aveva fatto saltare in aria la Grande Galleria dell’Appenino a San Benedetto Val di Sambro, provocando la morte di 17 persone e più di 200 feriti. Ma Corrado Carnevale, presidente della Prima Sezione penale della Cassazione, rigettò le richieste della pubblica accusa, e rinviò ad un nuovo giudizio di appello.

Nomi e avvenimenti che ritornano, in circolo, senza fermarsi mai…

A settembre, ed è questa probabilmente la motivazione della sua condanna a morte, si stava preparando a rigettare i ricorsi presentati dalle difese dei grandi mafiosi condannati al maxi-processo per Cosa Nostra. Nel maggio del ’91, infatti, Scopelliti aveva accettato di rivestire la pubblica accusa nel maxi-processo in sede di Cassazione.

E’ a questo punto che Cosa Nostra chiama in soccorso la forza in crescita al di là dello Stretto per scongiurare la possibile conferma delle condanne di Falcone e Borsellino. Un ponte immaginario lega, negli ultimi mesi della vita del magistrato, la mafia siciliana e quella calabrese: la ‘ndrangheta. Sembra che Scopelliti, prima di essere ucciso, avesse ricevuto, e ovviamente rifiutato, ingenti somme di denaro per cambiare rotta sulle decisioni prese in relazione al maxi-processo. In cambio del favore ricevuto, secondo i pentiti ‘ndranghetisti Giacomo Lauro e Filippo Barreca, Cosa Nostra si sarebbe impegnata per far cessare la seconda guerra di mafia che mieteva vittime a Reggio Calabria dal 1985, anno dell’uccisione del boss Paolo Di Stefano.

I due processi celebrati al Tribunale di Reggio Calabria, rispettivamente uno nei confronti di Salvatore Riina e un altro nei confronti di Bernardo Provenzano, non portarono ad alcuna verità giudiziaria sull’uccisione di Scopelliti, perché in appello le dichiarazioni dei diciassette collaboratori di giustizia ascoltati furono dichiarate incogruenti fra loro.

 

Nel luglio dello scorso anno, Antonino Fiume, pentito della cosca De Stefano ed ex cognato di quest’ultimo, dichiara all’interno del processo “Meta” che ad uccidere il giudice sarebbero stati due reggini su richiesta di Cosa Nostra. Fiume ha stilato un memoriale di centinaia di pagine sulla morte del giudice, sulle modalità interne delle cosche reggine, poi dimenticato negli archivi della procura di Reggio Calabria, ma ripresi dal sostituto procuratore Giuseppe Lombardo.

Le indagini che si sono riaperte sulla morte di Antonino Scopelliti lasciano aperto un varco devastante sui possibili scenari che si svolsero tra il ’91 e il ’93 da Palermo a Milano: sembra possibile infatti che gli interessi delle mafie, siciliana e calabrese, si intrecciarono così tanto da far figurare l’uccisione di Scopelliti come il primo atto della strategia stragista che colpì il nostro paese nei primi anni ’90.

 

A 22 anni di distanza, rimane soprattutto la grande statura di un magistrato, riservato e a tratti schivo, che conosceva perfettamente il confine e l’impatto che poteva avere il suo lavoro nei confronti degli altri. Alla trasmissione “Bontà Loro”, condotta da Maurizio Costanzo, dichiara “Spesso mi sono accorto che la strada che seguivo non era quella giusta; il buon giudice è quello che lavora in assoluta umiltà, pronto ad ascoltare gli altri. Spesso succede che nei processi io porto a giudizio una determinata persona e m’accorgo poi, in dibattimento, nella coralità del contraddittorio, che la mia tesi non è quella giusta, e sono felicissimo di cambiarla, perché penso che questo atto di umiltà è un atto di estrema cultura e di estrema responsabilità”. Era sempre attento a chi si trovava davanti, e qualunque imputato avesse, ne aveva un gran rispetto. “Non ho mai temuto l’imputato. Non l’ho mai temuto perché ho sempre cercato di instaurare con l’imputato un rapporto umano, perché sono convinto che il criminale più protervo, il delinquente più incallito è sempre sorretto da una fiaccola di ragione. Si tratta di scavare dentro questo fenomeno tipicamente umano per trovare in ogni comportamento di ogni persona, una fiaccola di verità”, diceva.

E forse sapeva, con suo enorme dispiacere, quanto lo Stato di cui faceva integralmente parte non sembrasse accorgersi di quanto fosse indispensabile una presa di posizione netta, per aggiustare i piccoli difetti che avrebbero fatto grandi differenze nei confronti della criminalità organizzata, e del crimine in generale.

 

Per rispondere a queste inefficienze e lacune, però, Scopelliti non alzava accuse contro nessuno, o difendeva a spada tratta la propria posizione e propria categoria. Effettuava continuamente un’autoanalisi su quello che poteva e non poteva fare come magistrato.

Ma prima di tutto come uomo.

 

 Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso.” Antonino Scopelliti

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