Francesco Pirini: il riscatto di Monte Sole

di Giulia Silvestri

A La Spezia, nel 2006, in un’aula del Tribunale miliare, si svolse un importante processo contro diciassette militari coinvolti nell’eccidio di Monte Sole, più conosciuto come Strage di Marzabotto.

Quell’aula fu protagonista di un fatto eccezionale: un sopravvissuto, dopo aver raccontato ciò che vide e ciò che visse in quei tragici giorni a cavallo tra il settembre e l’ottobre del 1944, perdonò i componenti della sedicesima divisione delle SS, esecutori del massacro.

Francesco Pirini, all’epoca dei fatti diciassettenne, ha perso tutta la sua famiglia: il padre morì il 18 maggio del 1944 quando gli Alleati con l’intenzione di bombardare il ponte di Vado, per bloccare le vie di comunicazione e di conseguenza le possibilità di rifornirsi delle truppe tedesche, uccisero anche dei civili.

Tra il 29 e il 30 settembre dello stesso anno, perse la madre, i fratelli e le sorelle, la zia e i cugini. Si erano recati insiemi ad altri abitanti della zona, all’oratorio di Cerpiano: le SS bloccarono le uscite e gettarono una bomba al suo interno, poi aspettarono tutta la notte e fucilarono i superstiti. Nonostante l’impegno per non lasciare testimoni, una donna (la maestra e suora Antonietta Benni) e due bambini sopravvissero.

La sorella Lidia e il cugino Giorgio il 29 settembre si trovavano nella Chiesa di Casaglia, poco lontano da Cerpiano: furono portati insieme agli altri civili nel cimitero di San Martino, e vennero trucidati. Lidia si salvò: fu colpita al fianco da un proiettile, ma un soldato la curò perché gli ricordava la sorella.

Francesco e lo zio Filippo, l’altro superstite della famiglia, in quei giorni si erano rifugiati entrambi nel bosco, ma non erano insieme. Francesco fuggì alla notizia dell’arrivo delle SS perché precedentemente era già stato fermato da loro due volte: vide morire la sua famiglia mentre si nascondeva tra le colline che circondavano i paesini della zona, diventate la prigione dei contadini bolognesi.

In seguito, non potendo tornare a casa, perché ancora assediata dai tedeschi, si diresse, insieme ad un amico, verso Monzuno: lì c’erano di stanza gli americani che interrogarono i due ragazzi e li fecero restare da alcuni coltivatori per sette lunghi mesi.

Nel frattempo a Cerpiano, in una delle poche case rimaste intatte, si nascosero i sopravvissuti all’eccidio. Purtroppo però, c’era un solo motivo per il quale quelle case non furono bruciate: il maggiore Reder aveva deciso di installare lì il proprio comando. Quando i tedeschi si insediarono, dopo aver portato i civili in cantina, stuprarono una ad una tutte le donne: Lidia, che era lì, riuscì a nascondersi e quest’ultimo sfregio le fu risparmiato.

Solo nel 1945 i tre componenti della famiglia Pirini ancora in vita, riuscirono a ritrovarsi.

Più di trent’anni dopo venne fatto un referendum tra i sopravvissuti perché il maggiore Reder, che aveva scontato la maggior parte della pena, si disse pentito: Francesco Pirini racconta che suo zio e la Benni lo perdonarono, ma lui non fece altrettanto. Ricorda ogni giorno della sua vita che la sua vecchia maestra, il giorno del referendum, gli puntò un dito contro e gli disse “Vergognati! Un cristiano che non perdona, non è un cristiano”.

Da quel momento Pirini ha continuato a pensare a quella frase, l’ha capita e l’ha fatta sua, ed è così che arrivò a perdonare, quel giorno del 2006, gli esecutori della Strage.

Oggi, Francesco incontra tante persone che voglio sapere, che vogliono conoscere: parla di sé, della sua famiglia e di quei giorni che sembrano così lontani. Lo fa con un sorriso che può solo disarmare chi lo ascolta, con una serenità che ha maturato piano piano negli anni e ha raggiunto perdonando, con degli occhi che lasciano trasparire la speranza.

Comments are closed.