Goodbye Zamboni 22

laurea

Da Dolori post-lauream”, il nostro nuovo mensile

di Beniamino Piscopo

Gli antichi popoli etruschi celebravano periodicamente la primavera sacra, che vedeva i membri più giovani lasciare la tribù, per andare a colonizzare nuove terre. A Bologna, al contrario, vige l’autunno sacro, che arriva puntuale con i primi bagliori dorati delle foglie sugli alberi: anziché far partire i suoi giovani, Bologna ogni anno ne accoglie di nuovi, migliaia. Nell’estate del 2009, tra questi stuoli di sbarbatelli euforici c’ero anch’io. In qualità di matricola dell’Alma mater, mi apprestavo a seguire le lezioni della facoltà di giurisprudenza che fu di Irnerio e Accursio. L’impatto con la mitologica università di Bologna era stato tranquillizzante. Lo stile amabile dei professori, era distante anni luce dalla figura ancien regime di molti insegnanti liceali che avevo conosciuto. ( cordialità dovuta al contributo in tasse universitarie da elargire a questi colti e educati signori?) Metteteci che approdato all’Alma mater, fui accolto da un tripudio di bellezza femminile, con colleghe carine ovunque mi girassi, e capite con quale roseo ottimismo mi sia dedicato alla mia novella vita universitaria. L’iter standard è questo di solito. Le matricole più previdenti si organizzano già da metà Luglio: le aspetta un posto in doppia con un vecchio compagno di liceo a trecento euro. Per tutti gli altri, si prevede un concitato mese di Settembre, scandito dal tradizionale vagare, scortati da un genitore o a coppie di amici, fra le bacheche fitte di messaggi. Seguiranno chiamate convulse al cellulare, appuntamenti con potenziali padroni di casa o, spesso, con studenti più anziani impegnati a subaffittare porzioni di appartamento. Tutti prima o poi, trovano la loro tana, il proprio ritmo, una consuetudine inattesa nel muoversi tra il nuovo alloggio e la zona universitaria. E così, Bologna ti tiene la mano, mentre attraversi la strada che ti porta sul marciapiede dei grandi, col privilegio però, di dover fare ancora i compiti a casa, come quando si è piccoli. Sono uno studente da sempre, da ventiquattro anni la mia copertina di linus è sapere che studiare in cambio di voti e promozioni, significa aver concorso con onore, al progresso materiale e spirituale della società. Queste vecchie certezze che mi hanno cullato nei miei tanti anni da pischello con lo zaino, stanno però sgusciando via, man mano che vengono sostituite da domande nuove. La consapevolezza del carnaio che aspetta al varco i laureandi italiani, attenua parecchio l’entusiasmo della corona d’alloro adagiata al capo, e contribuisce a rendere la laurea una vittoria agrodolce. Chi come me, si appresta a staccare il traguardo, può ben comprendere questo conflitto interiore. Finire e lasciare per rimpiangere quello che si sta lasciando. Dire addio a quel magico limbo che è la vita universitaria, per essere sbattuti in prima linea e senza addestramento, nella vita reale. Ho ventiquattro anni, e dicono che sia normale sentirsi inadeguati, dicono che il cervello di un venticinquenne sia più o meno lo stesso di quello di un’adolescente. Posso confermarlo: se do un’occhiata al mio guardaroba, vedo ancora felpe da liceale e converse consumate. Di giacche, colletti bianchi e cravatte, neanche l’ombra. A pensarci però, rifondare un intero guardaroba non ha senso, è un cambiamento finto, forzato, non spontaneo. I guardaroba si evolvono un poco alla volta, così come, solo un po’ per volta, cambiamo anche noi.

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