Mafia: i ‘miei’ pentiti di Cosa nostra

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di Pippo Giordano

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)


Non smetterò mai di ringraziare gli uomini d’onore che hanno avuto il coraggio di cambiare e che hanno avuto il coraggio, seppure con mille sofferenze, di ritornare ad essere Uomini, mettendosi a disposizione della Giustizia. Non parlo de relato, ma di vita professionale vissuta accanto ad uomini che hanno offerto un notevole contributo alla lotta a Cosa nostra, con risultati eccellenti altrimenti non raggiungibili. Alcuni di loro hanno dissipato i tanti miei dubbi su alcuni omicidi rimasti insoluti, facendoci scoprire gli autori. Hanno raccontato un attentato a mio danno, a cui sfuggii per una circostanza favorevole. Mi hanno fatto scoprire i colleghi al libro paga di Cosa nostra e che tra loro si nascondeva il “giuda” di Cassarà il quale contribuì a far assassinare un mio confidente: diede anche la “dritta” per far uccidere un mio collega della omicidi. Evento che per fortuna non si verificò (tutto questo fu verbalizzato in un interrogatorio che feci insieme al magistrato Giovanni Falcone).
In sostanza, Giovanni Falcone aveva visto giusto sulla necessità dei collaboratori di Giustizia. Ed ecco come iniziai i rapporti col pentitismo degli uomini di Cosa nostra e che amo definire “i miei pentiti”.

Agli inizi degli anni 80, Ninni Cassarà mi “consegnò” Totuccio Contorno (nella foto, ndr), uomo d’onore che conoscevo bene e che i “corleonesi” cercavano di uccidere. Non potendolo rintracciare e quindi stanarlo, gli uccisero decine e decine di parenti e amici. Io stesso salvai un suo parente facendolo fuggire nel Nord Europa. Contorno, dopo aver subito un attentato a colpi di mitra, riuscì a rispondere al fuoco e si salvò. Poi si convinse e si consegnò alla Squadra mobile di Palermo. Lo nascondemmo nel Commissariato di Mondello, dove veniva interrogato quasi ogni giorno da Giovanni Falcone. Gli uomini d’onore scoprirono il luogo e decisero di compiere un attacco in forze. Avevano progettato d’impiegare una cinquantina di uomini d’onore, capitanati da Giuseppe Giacomo Gambino “U tignusu”, ma rinunciarono al loro intento per paura d’essere sopraffatti dalla nostra reazione. Fuggimmo da Mondello e ci nascondemmo in una struttura della Questura, allestita per la bisogna e solo pochissimi fidati potevano accedervi.

Nel 1983, una sera un tale Stefano Calzetta si presentò alla Mobile e nonostante non fosse un uomo d’onore, ci raccontò alcuni misteri di Cosa nostra. Per convincerci della sua attendibilità, la notte stessa ci accompagnò in un appartamento dove rintracciamo Pietro Senape, killer ricercato. Io, Ninni Cassarà e Giovanni Falcone raccogliemmo le sue dichiarazioni che ci permisero di arrestare due mafiosi latitanti proprio nei pressi della pescheria di Ciccio Tagliavia,condannato all’ergastolo per la strage di via Dei Georgofili a Firenze. Senape ci fece anche recuperare alcune armi e munizioni.
Nel 1989 Giovanni Falcone doveva interrogare Francesco Marino Mannoia, che si era appena pentito ed io fui incaricato di assisterlo negli interrogatori, che avvennero a Roma. Durante l’assenza di Falcone, avevo anche l’incarico di “tradurre” le conversazione telefoniche di numerose utenze di Palermo in quel momento intercettate. Nel mese di giugno del 1992 ero già operativo alla Dia, mi venne letteralmente “consegnato” Gaspare Mutolo e lo nascosi in un appartamento della Capitale. Uscì da quella casa soltanto il primo luglio, quando Mutolo doveva essere interrogato da Paolo Borsellino. Interrogatori che continuarono anche il 16 e 17 luglio (quindi qualcuno se ne faccia una ragione, io c’ero, punto). Mentre proseguivano gli interrogatori di Mutolo, segnatamente da parte dei magistrati Lo Forte e Natoli, si pentì Pino Marchese, uomo d’onore che personalmente conoscevo per averlo visto a Palermo nel giorno del suo arresto per la strage di Natale avvenuta a Bagheria. Marchese era il cognato di Leoluca Bagarella e figlioccio di Totò Riina ed era destinato a divenire uno dei capi di Cosa nostra. Dopo un breve lasso tempo, anche il cugino di Pino Marchese, Drago Giovanni, si pentì venendo ad infoltire la schiera di pentiti della Dia, che aveva anche un pentito della ‘ndrangheta che non ebbi modo d’incontrare. Nel frattempo Tommaso Buscetta rientrò in Italia dagli Stati Uniti e De Gennaro mi affidò l’incarico di assisterlo anche negli interrogatori condotti dai vari magistrati. Anche Buscetta venne nascosto in un’anonima villetta, dove in pochi potevamo recarci. Ma non è finita qui. Dopo alcuni mesi ecco che due autori della strage di Capaci decisero di pentirsi e quindi li prendemmo in consegna noi della DIA: furono Gino La Barbera e Santino Di Matteo, arrestati nel noto covo di via “Ughetti” a Palermo, insieme a Antonino Gioè morto suicida (o “suicidato?”). Ecco tutti questi uomini di Cosa nostra m’aiutarono nel mio lavoro d’investigatore. Però ho un rammarico, ossia quello che non riuscii, per mancanza di tempo, a far pentire un uomo d’onore che avevamo appena arrestato (si pentì dopo). L’uomo, Giovan Battista Ferrante, era un importante uomo d’onore che ebbe un ruolo determinante nelle stragi del 92/93. Avevo capito sin dal momento del suo arresto che potevo farlo “pentire”. Purtroppo, nonostante parecchie ore trascorse insieme, non ebbi il coraggio di fargli la proposta: proposta peraltro comunicata alla Direzione a Roma e che mi avevano autorizzato. Ahimè, si fece tardi e fui costretto a spedirlo all’Ucciardone. Il Ferrante sarebbe stato il decimo dei “miei pentiti”. Ci fu un momento che fu chiesto il mio parere sul probabile pentimento di un uomo d’onore, rinchiuso a Pianosa. Mi battei con tutte le forze, riuscendo a non far accogliere il novello pentito alla DIA: motivai il dissenso, con particolare motivazione. Era uno dei più spietati killer di Cosa nostra e ancora oggi è al 41/bis.

Nel concludere, è mia intenzione ringraziare questi Uomini, perchè grazie a loro ebbi modo di “visitare” la sede della Cupola e l’intera Cosa nostra: grazie a loro scoprimmo gli “Infedeli” e “traditori”, grazie ad uno di loro venni a conoscenza del mancato attentato nei miei confronti del 1982 e di cui solo nel 1994 fui informato. Fatti, non chiacchere e distintivo caratterizzarono la mia vita professionale. Avrei potuto fare di più? Certamente si!

Tratto da 19luglio1992.it

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