Solitudine a fari spenti

amore 2

Ancora un altro novembre. (vi ricordate?)

Di Novella Rosania

Caro Tommaso

è incredibile quanto tempo sia passato da quel ‘Novembre’, l’ultima volta che ti scrissi. E ti persi.

Non c’è un attimo che passi senza ricordarmi che la tua voce è assente. Sorda. La casa rimbomba dei miei ricordi e ogni passo mi allontana da te.

Quando ti ero accanto la tua presenza mi caricava di sentimenti strani. Opposti. Rigidi.

Imbalsamati nelle monotonie ma allo stesso tempo terribilmente vivi. E volubili.

Ti convinsi ad andare via da quella città, quella che tanto odiavo. Sapevo che lo facevi solo per me ma fingevo di ignorare il senso di colpa, senza immaginare che ci avremmo rimesso in due. Sentivo il peso della scelta, non diretta, no quello no…Cercavo sempre di farti credere che le decisioni le prendessi tu, ma in realtà, come nella maggior parte delle storie che coinvolgono una donna intelligente, c’ero io alla base di tutto.

Non sopportavi di vedermi spenta. Non sopportavi ogni mio lamento, ogni turbamento che quella stanzetta pallida, la nostra stanzetta pallida, mi provocava. Eravamo tanto felici lì, anche quando i rumori dei vicini diventavano insopportabili. Mi piaceva vederti indaffarato, preso nel tuo lavoro, dove la tua vivida intelligenza spiccava nella notte, come fari accesi in abbagliante splendore. Eri tu colui che abbagliava, che faceva impallidire e raggelare l’intelletto più sveglio.

Eri il mio egocentrico, scontroso, genio con una matita sempre tra le mani.

In tutto questo io scomparivo. Letteralmente. Sprofondavo dietro l’ombra che proiettavi.

Provavo a scrivere di tanto in tanto.

Mi ero liberata dal fardello della dottrina. Avevo preso il mio freddo e stolido pezzo di carta con su scritto “laurea” e chiuso le porte di un passato che a dir poco non condividevo. Si apriva una nuova era per me.

Ero coraggiosa. Fiera di ciò che avevo fatto. Allo stesso tempo terrorizzata, traumatizzata e LIBERA. Finalmente sciolta dal ‘ciò che dovevo’ e pronta per iniziare il ‘ciò che volevo’.

I primi entusiasmi mi avevano portato a inviare curriculum in ogni dove. Ma quella città mi stava sempre più stretta e io non riuscivo ad accettare che tu vedessi solo te stesso, i tuoi palazzi, i tuoi progetti senza considerare i miei.

Avevo iniziato a crearmi alibi per evitarti, per stare lontano da noi, ogni giorno un po’ di più e trovare un equilibrio solo mio, come individuo se non completo, per lo meno in fase di completamento. Mancavo da casa sempre più spesso, il giusto per sperare che a mancarmi fossi tu. Ero profondamente convinta che per poter mantenere l’amore avrei dovuto mantenere le distanze. Fare i giusti calcoli geometrici. Seno, coseno, tangenti. Avrei dovuto crearmi il mio cerchio, senza che questo coincidesse con il tuo.

Ci provavo. Ci provai per un po’. Ma più mi allontanavo, più sentivo che potevo vivere senza di te. Questa cosa mi terrorizzava ed eccitava terribilmente, come la dose di cocaina che prendemmo al nostro anniversario. Sapevo che il filo poteva tendersi fino a un certo punto, passato il quale avresti ceduto tu.

Lo ruppi io.

Sparii per 6 mesi. Senza un biglietto, un numero di telefono, un indirizzo alcuno. Sparii e basta. Non so che cosa provasti in quei mesi. Se fosse accaduto a me ti avrei odiato alla follia, avrei bruciato tutti i tuoi vestiti e avrei messo in moto quella maniacale manipolazione della mente che mi permetteva di eliminarti dalla testa ogni volta che non ti sopportavo. Avrei fatto sparire ogni tua traccia. Perdonami. Io avevo solo bisogno di ritrovare me stessa e di riequilibrare un baricentro che per troppo tempo era stato spostato verso di te. Rinunciare a te per salvare me. Mors tua vita mea. Mi annientavi. Il nostro amore mi annientava. Era cosi folle, pazzo, disperato, violento e pieno di gioia che c’era solo quello e niente più. Fino a quando di me non rimase solo che l’ombra del mio amore.

Quando ti rividi, per strada, una sera di novembre, erano ormai trascorsi mesi. Eri bello come sempre. Magro. Pallido. Quasi sbiadito. Ti avevo tolto il colore dal volto. Il tuo dolore si era trasformato in  una solitudine a fari spenti.

Ciao, mi dicesti.

Tornare a parlarti assomiglia  paradossalmente al sentirsi sicuri sopra una corda tra due grattaceli.

E quanto ti amavo… (to be continued…)

Aurora

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