Sabir, il festival delle culture mediterranee

Sabir

 

di Rossella Vigneri (Arci Bologna)

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

“Oggi è un giorno di speranza”, annuncia un uomo seduto al bar. “O un giorno di disperazione”, risponde ridendo un compaesano che attraversa via Roma, la strada dello struscio di Lampedusa.

Il 3 ottobre per i lampedusani è un giorno di contraddizioni, di rabbia e di dolore.

C’è chi chiude i negozi in segno di lutto e chi presidia un banchetto addobbato con bandiere leghiste e tanti slogan: “mai più clandestini” – si legge – “stop agli sbarchi”, che negli ultimi anni avrebbero causato un “calo del 40% del turismo sull’isola”.
C’è chi accompagna sotto la pioggia battente, insieme ai bambini, i parenti delle vittime del naufragio che un anno fa ha causato 368 morti, e chi guarda dalla finestra, in un silenzio che dissente.

Sono le contraddizioni di un’isola che è l’ultimo confine a Sud dell’Europa e il primo approdo per chi fugge dal Sud del Mondo; terra brulla e sferzata da venti africani lambita da un mare che racchiude tutte le sfumature del blu; cuore del Mediterraneo, margine di un’Italia che resta a guardare, da lontano.
A Lampedusa non ci sono un ospedale né una sala parto; i 6.000 abitanti che vivono sull’isola non hanno un parco giochi, un cinema, un teatro. Lampedusa si sente dimenticata per poi tornare sotto la luce dei riflettori quando i migranti sbarcano, il mare inghiotte i morti e ricominciano le “passerelle delle Autorità”. Se il 3 ottobre a Lampedusa c’è chi antepone il proprio diritto sacrosanto a vivere una vita dignitosa al diritto dei migranti a essere accolti con uguale dignità – come se esistesse una scala di priorità dei diritti umani – la colpa è innanzitutto nostra, di chi in tanti anni non ha dato risposta ai bisogni di questa come di tante altre città di confine.

Sabir, il festival delle culture mediterranee organizzato da Arci insieme a Comitato Tre ottobre e Comune di Lampedusa, ha avuto innanzitutto il merito di rimettere i margini al centro, di riconnettere le culture, le lingue, le rivendicazioni sociali dei paesi che si affacciano nel Mediterraneo, superando finalmente la logica dell’emergenza e dell’assistenzialismo che caratterizza il discorso politico e mediatico sull’immigrazione.
Migliaia di persone, organizzazioni e associazioni, artisti e musicisti si sono dati appuntamento dall’1 al 5 ottobre a Lampedusa per ricordare le stragi del Mediterraneo (3.000 morti dall’inizio del 2014) e per capire insieme cosa si può fare per mettere fine a questa immane tragedia umanitaria. Con Sabir – la lingua franca (un misto tra italiano, francese, spagnolo e arabo) parlata in tutti i porti del Mediterraneo – si è aperto il dialogo tra l’Europa, principale responsabile delle attuali politiche sull’immigrazione fondate sulla sterile strategia del respingimento, e le realtà che in tutti i paesi mediterranei tentano di tutelare i diritti dei migranti e chiedono un impegno comune, l’apertura delle frontiere e la libera circolazione, nuove forme di collaborazione e di sostegno.

Nel tempo della globalizzazione abbiamo chiuso la finestra sulla storia” – ha detto Gianmarco Tosatti, artista che ha donato una sua installazione, “The Kingdoms of Hunger”, agli abitanti di Lampedusa. Ci siamo aggrovigliati su noi stessi, per proteggerci dall’altro, abbiamo eretto frontiere e gridato all’invasione, abbiamo voltato le spalle a chi ci chiedeva aiuto e ci siamo accontentati di una rappresentazione mediatica patetica e superficiale (nei giorni di Sabir le troupes televisive in diretta dal cimitero delle barche, pronte a catturare un lacrima dei superstiti o un abbraccio).

Abbiamo chiuso la finestra all’altro e alla storia che si portava dietro.

“Sugnu nuddu miscatu a nenti. Sono nessuno”, urla a Polifemo il naufrago Ulisse nell’Odissea del cantastorie palermitano Mimmo Cuticchio, in scena durante Sabir. Per quanto tempo ancora i migranti che approdano sulle nostre coste saranno “nessuno”, numeri identificativi, impronte digitali, letti in più nei centri di detenzione? 

La speranza è nel dialogo, nel confronto ma soprattutto nelle nuove generazioni, in quei ragazzini lampedusani che con un lenzuolo in testa sono entrati in mare per ricordare i morti del Mediterraneo nel flashmob organizzato il 3 ottobre insieme alla compagnia teatrale Cantieri Meticci. La speranza è nella cultura, nel teatro, nell’arte che può creare ponti nel Mediterraneo e riaprire una finestra sul futuro.

 

Comments are closed.