Mare Nostrum e Triton: una scelta politica contro gli aiuti umanitari

mare nostrum

 Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

di Valeria Grimaldi

Tutto ebbe inizio il 3 ottobre 2013.

A poche miglia dall’isola di Lampedusa, da sempre uno dei primi approdi per lo sbarco di migranti che fuggono da zone devastate da guerre e miseria, un’imbarcazione naufraga. Il bilancio sarà spaventono: 366 vittime accertate e 20 dispersi presunti; 155 i superstiti. L’immagine di quei teloni verdi, lì sulla banchina, e il giorno dei funerali tutte quelle bare in fila, risulta difficile da dimenticare.

Dopo quella che verrà ribattezzata come “Tragedia di Lampedusa”, la più grave catastrofe marittima avvenuta nel Mediterraneo dall’inizio del XXI sec., il governo italiano, allora presieduto da Enrico Letta, decide di attivarsi: è qui che comincia l’operazione Mare Nostrum.

Come descritto dalla rivista geopolitica Eurasia Mare Nostrum, una missione militare ed umanitaria la cui finalità ufficiale è di prestare soccorso ai clandestini prima che possano ripetersi altri tragici incidenti. L’obiettivo sarà quello di intervenire in loro aiuto, avvicinandosi il più vicino possibile ai porti dei Paesi nordafricani dai quali salpano i barconi fatiscenti che li traghettano in Europa.”. Il dispiegamento di forze (soprattutto aeree e navali) sarà notevole e effettuato su più punti: inquadramento a livello europeo è l’agenzia Frontex, per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione Europea. Un’attività, quella della Frontex, non solo di tipo militare, ma anche politica, per riuscire ad arrivare ad un nuovo disegno complessivo sul fronte dell’assistenza e degli aiuti in operazioni di rimpatrio (per maggiori info consigliamo la lettura integrale della rivista Eurasia —> http://www.eurasia-rivista.org/loperazione-mare-nostrum/20335/ ).

Al termine della sua valenza, Mare Nostrum sarà riuscito a portare in salvo almeno 127 mila persone (dati del rapporto sull’esperienza della stessa operazione). A partire da novembre 2014, su spinta del governo italiano affinché l’Europa si mobilitasse in materia di immigrazione e sbarchi, il commissario europeo per gli affari interni Cecilia Malmstrom annuncia l’operazione “Triton di Frontex”, stavolta coordinata dall’agenzia Frontex, e non solo un semplice inquadramento.

Cosa cambia rispetto a Mare Nostrum?

Secondo quanto riporta il sito di Amnesty International (contraria al passaggio a questa nuova operazione e che ha infatti scritto una lettera aperta all’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi) Mare Nostrum si estendeva per 400 miglia nautiche a sud di Lampedusa. Triton coprirà solo 30 miglia nautiche.Mare Nostrum costava 9 milioni di euro al mese. Triton ne costerà 2,9.Mare Nostrum impiegava 900 persone. Triton ne impiegherà 65.“. Insomma, si tratta di un’operazione a costi ridotti, personale ridotto, e che sicuramente andrà a pattugliare un’area molto più ristretta che quindi, logicamente, andrà a diminuire le possibilità di salvataggi a favore delle imbarcazioni come quelle messe in atto dalla precedente operazione. Dichiara sempre Amnesty Le nostre organizzazioni sono seriamente preoccupate per l’impatto umanitario di questa decisione, perché Triton non avrà il mandato di svolgere attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, ma di pattugliare i confini marittimi e costituirà una risposta soltanto parziale al problema.“. Triton, dunque, è un’operazione di semplice monitoraggio, e non di salvataggio.

In realtà la decisione di chiudere definitivamente l’operazione Mare Nostrum, e della sua completa sostituzione da parte dell’operazione Triton, è stata una decisione tutta italiana: infatti è stato il ministro dell’Interno Angelino Alfano a dichiarare questa presa di posizione da parte del governo. Una decisione in netta collisione con Gil Arias Fernandez, direttore esecutivo di Frontex, che ha specificato che il compito primario dell’agenzia è quello di proporre programmi di cooperazione tra gli Stati, ma non di imporre una specifica operatività sul controllo delle frontiere da parte di ciascuno Stato.

Allora viene da chiedersi perché si è voluto sostituire un’operazione che ha salvato centinaia di migliaia di vite con una che riduce, se non addirittura cancella, la possibilità di monitorare e rafforzare il salvataggio di persone che fuggono da paesi invivibili e che tentano con enormi sforzi e sacrifici si sbarcare su un Paese definito civile. E che costituiscono una risorsa immensa per il nostro Paese, riequilibrandolo sotto tantissimi punti di vista. Noi, per tutta risposta, rinchiudiamo in celle nemmeno fossero dei criminali (perché si, i CIE non sono dei centri di accoglienza ma delle vere e proprie carceri dove le persone vengono portate senza mai sapere quando potranno uscire).

Si ritorna sempre al solito punto: è stata una decisione politica. Si è volutamente scelto tra il rafforzamento delle frontiere al posto della cooperazione e dell’aiuto, a favore del primo. Si è implicitamente scelto di portare avanti e ancora la paura del diverso, dello straniero che viene solo a delinquere nel nostro paese, a rubarci il lavoro, a stuprare le nostre moglie e le nostre figlie. Dimenticando come una volta fummo noi italiani ad essere lo straniero. Ad essere discriminati, marchiati a fuoco con l’idea della “mafia, pizza e mandolino”.

Si dovrà aspettare un’ ennesima tragedia come quella di un anno fa per renderci conto di quanto chi ha in mano il potere non lo usa mai a favore di tutti, ma per innalzare barricate di odio. E cioè noi. Piangeremo lacrime di coccodrillo ancora una volta, e poi si tornerà alla vita di tutti i giorni. Mentre il Mar Mediterrano si tinge di rosso, e urla di dolore.

E quelle 366 vittime saranno solo una bolla in fondo al mare.

 

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