Il covo segreto della ’ndrangheta

In un’officina le riunioni tra cosche e narcos sudamericani. Tre arresti, sequestrati 280 chili di coca

di Enrico Barbetti (Tratto da Il resto del Carlino)

 

Una carrozzeria di Calderara era l’insospettabile ‘sala riunioni’ in cui si incontravano i rappresentanti dei cartelli sudamericani e quelli delle ’ndrine calabresi, per organizzare l’importazione di quintali di cocaina in Italia attraverso i porti di Genova e Gioia Tauro. La circostanza è emersa nell’ambito dell’indagine denominata ‘Gufo 2013’, del Gico di Firenze e coordinata dalla Dda del capoluogo toscano. L’operazione conferma una volta di più, dopo il clamoroso maxi-blitz di Aemilia, la presenza consolidata della ’ndrangheta in regione e anche nel Bolognese.

Ieri mattina i finanzieri hanno eseguito 16 ordinanze di custodia cautelare in carcere per il reato di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, con l’aggravante dell’agevolazione ad associazioni mafiose. Le famiglie calabresi di riferimento erano quelle degli Avignone e dei Paviglianiti, alleate nel traffico.

Tre sono gli arrestati all’ombra delle Due Torri. Secondo gli investigatori, Giuseppe Pellicanò, 39 anni, residente a Castenaso, era il referente dei Paviglianiti in territorio bolognese. A suo carico sono stati sottoposti a sequestro preventivo due immobili, ovvero la sua villetta e una dependance, due automobili e una moto. Oltre a Pellicanò sono finiti in carcere i fratelli Rosario e Giuseppe Galati, titolari di un’autocarrozzeria in via Serra, a Calderara, in cui si sarebbero tenute alcune riunioni tra gli associati. L’officina era considerata un luogo sicuro e lontano da occhi indiscreti, ma forse non abbastanza, e per questo i finanzieri l’hanno indicata come una delle basi operative del gruppo.

Nel corso dell’indagine, in quattro operazioni, sono stati sequestrati 280 chili di cocaina pura per un valore di 42 milioni di euro. Secondo la ricostruzione della Dda fiorentina, le rotte predilette dai narcotrafficanti erano quelle che partivano dai porti di Callao in Perù e Guayaquil in Ecuador, per transitare poi dagli scali di Panama e Santo Domingo. I container con lo stupefacente venivano quindi smistati su altre navi dirette a Genova e Gioia Tauro. Le comunicazioni relative alle transazioni venivano scambiate con un linguaggio criptico, decifrato con non poche difficoltà dagli investigatori, che si sono avvalsi di osservazioni, pedinamenti e sofisticate metodologie di intercettazione.

di Enrico Barbetti

 

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