Beni confiscati, un’opportunità di crescita umana ed economica

beni confiscati

di Antonio Cormaci

  Dal nostro mensile di aprile “21 marzo, sempre”

Quella dei beni confiscati è certamente una delle battaglie più difficili del mondo dell’antimafia sociale e, soprattutto, normativa. Libera è stata il fil rouge di questo tortuoso percorso normativo, un percorso che ancora non ha forse sortito gli esiti sperati e che rimane, al momento, un sogno che nella sua completezza è parte più dei progetti della politica sociale, che di quella reale.

Di beni confiscati si è parlato domenica 21 marzo, una data importante non solo per il ricordo, ma perché spesso, attraverso la ricchezza delle sue attività pomeridiane, diventa sempre più una tavola rotonda, un luogo di dialogo.

Il seminario “I beni confiscati per l’inclusione sociale, il lavoro vero e lo sviluppo sostenibile” è stato un ricchissimo luogo di confronto sulla materia. Ad aprire i lavori, la prof.ssa Stefania Pellegrini, titolare della cattedra di “Mafia e Antimafia” presso la Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, la quale in una fase introduttiva ha sottolineato l’importanza, appunto , del dialogo, poiché “non si può essere voci solitarie”, poiché la tematica dei beni confiscati comprende diverse voci, “si tratta di una questione sociale, di una questione normativa, di una questione di diritto del lavoro”.

Su questa poliedricità della tematica hanno insistito tutti i relatori della giornata; Fabio Giuliani, referente di Libera Campania, ha sottolineato l’importanza non solo della confisca in sé del bene, ma anche della restituzione del maltolto, di una sorta di risarcimento del danno, che non può avvenire in altro modo se non attraverso una riassegnazione che contempli un rapido riutilizzo in un’ottica anche sociale, considerata la vita che alcuni ragazzi di strada – per esempio in Campania – sono costretti a fare, senza strutture sociali di riferimento; una riassegnazione giusta del bene “libera il welfare”, ne aumenta l’efficienza, diventando un mezzo per lo sviluppo di una civiltà condivisa.

Condivisione e rete, due termini importantissimi all’interno del mondo dell’antimafia. Ne è convinto Luca Grosso, dell’Agenzia Cooperare con Libera Terra, il quale ha più volte sottolineato, all’interno della sua relazione, come una strutturazione razionale nel lavoro all’interno delle cooperative che gravitano intorno a Libera Terra possa essere motivo per infondere quella “qualità imprenditoriale” che a dire il vero è stata carente nei primi anni di storia del recupero del bene confiscato. Una verità, in questa affermazione, c’è e lo testimonia il fatto che il Nero d’Avola prodotto dai vitigni dei beni confiscati è stato decretato come secondo miglior vino italiano. Occorre pertanto un’organizzazione, una sorta di collante con la realtà industriale ed imprenditoriale già presente nel territorio, al fine di creare un sistema economico che prenda spunto dalla realtà dei beni confiscati.

Uno che di beni confiscati se ne è intende è Antonio Maruccia, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Lecce ed ex commissario dei beni confiscati, una figura che esisteva prima dell’istituzione dell’Agenzia. Come conclusione ideale del percorso tracciato fino a quel momento, Maruccia, più che parlare propriamente di beni e recupero, ha insistito sull’importanza della conoscenza del fenomeno in senso ampio, dell’informazione, poiché “la mafia agisce attraverso diversi modelli operativi e la corruzione è uno di quelli, ma non il solo”. Serve pertanto “un monitoraggio”, uno sforzo collettivo, così come è stato fino ad ora, attraverso l’ausilio non solo dell’attività dei tribunali ma anche, per esempio dei sindacati. Ma deve esserci anche uno sforzo da parte della politica: la proposta di legge Mattiello, sull’estensione dell’incandidabilità dei sindaci, potrebbe essere utile in tal senso.

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