Non me lo posso permettere

clochard

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Di Micol Gennaro

A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io.
A modo mio avrei bisogno di sognare anch’io.

Esiste una piramide, detta piramide di Maslow dal nome dello psicologo statunitense che la concepì, che raggruppa gerarchicamente i bisogni fondamentali dell’uomo in differenti livelli. Maslow distinse i bisogni fra essenziali alla sopravvivenza e immateriali: bisogni come la fame, la sete, il sonno sono elementari; mentre il bisogno di autorealizzazione, che consiste nel voler realizzare la propria personalità e allo stesso tempo occupare un ruolo sociale è di un ordine superiore. Secondo lo psicologo un uomo non potrà mai soddisfare i suoi bisogni superiori se sarà costretto a convogliare tutte le sue energie per provvedere ad esigenze inferiori, come procurarsi del cibo, un riparo e dei vestiti.
Appena sopra il gradino dei bisogni fisiologici si trova la categoria del bisogno di sicurezza che ha come fondamento la necessità di trovare dei punti di riferimento certi come una casa sicura, un lavoro stabile, un’assistenza sanitaria, la possibilità di nutrirsi.
Esiste però un mondo che nella lotta alla sopravvivenza è rimasto bloccato in prossimità del gradino del bisogno di certezze, ed è stato automaticamente tagliato fuori dal sistema. Un mondo fatto di possibilità negate e di diritti vagheggiati, un mondo che ha perso la normalità del quotidiano, posto in antitesi con il mondo dell’agio e del lusso. Un mondo che certe sicurezze non può permettersele.  Cadere oggi nella fascia della povertà assoluta corrisponde ad essere relegato ai margini di una comunità che non si rivela affatto democratica, dal momento in cui non tutti hanno gli stessi diritti perché non tutti hanno gli stessi poteri, che sostanzialmente si riducono a uno solo, quello economico. Chi non può permettersi il potere non può permettersi tutto il resto, in primo luogo i diritti. Chi, agli occhi della società, ha fallito è costretto a vivere nella marginalità, destinato a non essere incluso in quella comunità che invece dispone di istituzioni nate per accogliere, supportare e promuovere lo sviluppo personale.
La realtà di chi ha perso tutto, di chi non può permettersi ogni giorno di avere la certezza di un tetto sotto il quale dormire ha sempre camminato di fianco all’altro mondo più fortunato. L’aver rallentato il passo ha fatto sì che ci si abituasse molto più facilmente al problema. È molto più semplice far finta di non vedere che porsi delle domande. Forse non ci saremo mai domandati se un senzatetto è considerato giuridicamente e socialmente un  cittadino come tutti gli altri, oppure non ci sarà mai capitato di riflettere sulle circostanze che hanno portato un uomo a perdere tutto e andare a vivere sulla strada. Probabilmente non ci saremo posti la questione della mancanza di diritti fondamentali costituzionalmente tutelati, non siamo a conoscenza di cosa comporta effettivamente perdere la residenza, di quali servizi può o non può usufruire un senzatetto.
Un senzatetto non potrà permettersi alcune certezze che noi possiamo invece dare per scontate. Non potrà permettersi la sicurezza di un riparo e di servizi igienici. Nella scala dei bisogni non potrà che soddisfare quelli relativi alla sopravvivenza fisica, non potendo auspicare a realizzare obiettivi più alti.  Eppure ignorare che un problema esista non porterà il problema a risolversi da sé; ed è per questo motivo che informarsi diventa ineludibile se si vuole mettere in moto un sistema, in particolar modo quando interessa quelle realtà che tendono maggiormente a restare escluse dalla società.

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