Dalla casa alla strada: Marco alla ricerca della normalità

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Di Giulia Tosti

Questa è la storia di Marco.

Immaginate di trovarvi nel 1900, che Samuel Beckett sia il regista e che lui sia più o meno fermo su un palco in cui invece di esserci un albero spoglio ci siano tanti portici. Immaginate che sia solo, come Estragon e Vladimir, e che invece di aspettare Godot stia aspettando, aspettando, aspettando. Cosa?

Marco è un senzatetto, un uomo che vive un interminabile oggi in cui sera e mattina sono potenzialmente uguali, in cui il tempo sembra non scorrere, e tutto è uguale a se stesso. Mattina sera notte, mattina sera notte.

A questo punto lui potrebbe irrompere con un’allegria sorprendente, dicendo che non è vero, e che le sue giornate sono piene di eventi, così come la sua pancia che raramente è vuota: la mattina la colazione offerta da qualche associazione bolognese, il pranzo o la cena offerti dall’Antoniano, il pomeriggio ricco di incontri a teatro, e la sera destinata alla ricerca di un giaciglio, un letto mobile dove dormire.

Eppure quello lì non è Marco, o almeno, è una versione di Marco che lui non vuole essere. Marco è fermo sotto i portici ad aspettare il ritorno alla normalità, quel frame narrativo che riempie la nostra vita e che la fa apparire a noi sensata e ordinata. Se non c’è normalità, c’è solo fragile ostile sopravvivenza. Questa è la storia di sopravvivenza di Marco e la sua vita è ferma sotto i portici accanto a lui, ad aspettare di essere vissuta.

I senzatetto sono pellegrini non per scelta: viaggiano lungo strade asfaltate e la loro casa è il grande zaino che portano sulle spalle.

Marco era un uomo normale, o almeno si credeva tale. La sua vita era come un’altalena che lo spingeva su e lo riportava giù, quotidianamente. Un’oscillazione continua fatta di errori e orrori quali la droga e il carcere, contratti di lavoro a tempo determinato, rapporti di amore e odio con la famiglia. Ma anche nella confusione questa vita aveva un senso, una routine, un abbozzo di normalità. Fino a quando…

“Marco, devi andare via!” “Perché signore?” “Non possiamo più pagarti!” “Ah”.

“Marco, devi andare via!” “Capisco.” “Scusami, ma non puoi più pagarmi l’affitto, quindi… scusami”.

Primo treno della mattina, da Faenza a Bologna, senza una casa, senza una reale direzione, ma con il solo obbiettivo di resistere. Marco non stava fuggendo dalla realtà, ma al contrario stava cercando un nuovo se stesso, lontano da quello che un tempo, in quel luogo e fra quella gente, era caduto nel vizio. Così, tutto è cominciato.

“Qual è il ricordo più bello che hai e che ti fa sorridere gli occhi?” “Mio padre, il giorno in cui è venuto a trovarmi in comunità”. Parlando con Marco ho immaginato due uomini che avevano smesso di fare a pugni l’uno contro l’altro e, prendendosi le mani ferite,  avevano iniziato a camminare, insieme. Da quel giorno, dice Marco, nessuna situazione lo avrebbe più fermato…quel giorno in cui un padre smette di vergognarsi di suo figlio e inizia ad essere orgoglioso di lottare con lui e non contro di lui. Quel ricordo è la forza che gli apre gli occhi la mattina, ma che soprattutto gli fa credere che c’è speranza.

Mettendo piede a Bologna, Marco trova nella sua testa un interruttore che non pensava esistesse, e lo accende. Improvvisamente, scompaiono del tutto quei pensieri futili che affannano quotidianamente le nostre vite, per lasciare posto ad altre domande: dove dormire, dove mangiare, dove lavarsi.

Quando incontri il suo sguardo ti rendi conto che è un’esplosione, un ossimoro vivente: ti fa ridere perché è seriamente comico e i suoi occhi non smettono mai di essere lucidi, espressivi, pesanti, mentre lui vuole trasmettere leggerezza. Ma quello che più colpisce è la voglia di riappropriarsi della sua posizione sociale, di dimostrare che con le sue qualità può porre fine a questa tragica commedia. Marco si muove mentre tutto scorre più velocemente di lui. E’ facile immaginare la scena. Basta sedersi per terra, come lui o altri fanno giornalmente, e guardare di fronte a sè: non si vedranno che una miriade di gambe che velocemente passano vicino con la loro storia… e poi vanno via. Seduti, guardano dal basso i passanti, parte di una società che li guarda dall’alto.

Marco mi ha raccontato tutto ciò ad Arte Migrante, una comunità dove la parola d’ordine è condivisione. Di cosa? Di se stessi, semplicemente e solo di se stessi. Per lui questo gruppo rappresenta la luce alla fine di un lungo tunnel: e non perché vi trovi da mangiare o da bere, ma per la presenza di persone con cui parlare, con cui sentirsi a casa. Nelle sue parole c’è calore umano.

Quando gli ho chiesto cosa gli avrebbe fatto vincere questa battaglia, mi ha risposto: riappropriarmi della mia normalità. Arte Migrante è per lui un’occasione per sentirsi parte di un gruppo in cui la ricchezza risiede nella diversità. Un uomo che non vuole fermarsi al mero ricordo del passato ma che desidera scacciare la tristezza e la delusione, il fallimento, l’anonimato. Un uomo che è in grado di dare speranza e gioia agli altri. Un uomo che sa davvero apprezzare la vita perchè l’ha persa e riconquistata troppe volte.

La speranza regna sovrana nell’esistenza di questi individui così forti e così fragili, rendendoli capaci di avere fiducia in se stessi e negli altri. Viene allora spontaneo citare un verso tratto dalla poesia “Prima di tutto l’uomo” di Nazim Hikmet, che riassume in pochissime parole un messaggio che, trascendendo lo status sociale, proclama: “Ama le nuvole, le macchine, i libri, ma prima di tutto, ama l’uomo”.

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