La politica dell’occhio per occhio e il cambiamento interiore

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Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE, “Guerra e pace” (scarica)

 

di Giulia Silvestri

 

“Jan chiedeva con amarezza: cosa spinge l’uomo a distruggere gli altri? E io: gli uomini, dici, ma ricordati che sei uomo anche tu. E inaspettatamente, quel testardo, brusco Jan era pronto a darmi ragione. Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi e non altrove”. Etty Hillesum

 

Fare la nostra parte dentro di noi. Potrebbe suonare scontato o quantomeno inefficace nel risolvere il problema immediato delle guerre, dei bombardamenti contro civili, degli uomini, delle donne che muoiono ogni giorno a causa di ogni violenza, psicologica o fisica, ma credo davvero che senza un cambiamento interiore non si possa arrivare a concepire un mondo senza conflitti, perché tutto nasce dalla bramosia del potere, che è la vera radice di ogni guerra e che cresce fino a diramarsi nella punizione del capro espiatorio, nella condanna a morte degli infedeli, nella rivendicazione di un territorio come proprio.

È inutile raccontare una storia diversa e distorta: se gli uomini non fossero mossi da aneliti di onnipotenza e di prevaricazione sulla natura e sugli altri esseri umani, non saremmo mai arrivati a questo punto; in un tempo nel quale la guerra è una quotidianità che non percepiamo come nostra,  fino a quando non arriva alle nostre porte.

Non sono un’idealista che vive nel mondo dei sogni, sono convinta che sia fondamentale agire ora e un cambiamento interiore, se non è avvenuto nel corso di secoli di generazioni, non può certo realizzarsi dall’oggi al domani. Tuttavia la risposta giusta agli atti di violenza non sarà mai un altro atto della stessa matrice e questo è ampiamente dimostrato dal passato e dalla storia che studiamo (in fondo senza impararla davvero): gli atti terroristici sono arrivati in Europa per una ragione più profonda e che va al di là della “guerra agli infedeli”, gli occidentali hanno iniziato una guerra in medio-oriente uccidendo innocenti con la scusa della lotta al terrorismo e per pura vendetta contro coloro che hanno provocato l’abbattimento delle torri gemelle, quegli attacchi a loro volta sono stati perpetrati da uomini indotti dagli americani a combattere una battaglia che non gli apparteneva, per poi essere abbandonati in un territorio ostile. La violenza causa violenza, l’odio logora i popoli per secoli, ce lo insegnano Israele e Palestina: un popolo cacciato dal proprio territorio, che dopo secoli fa ritorno nella terra promessa e per realizzare questo esilia un altro popolo.

La politica dell’occhio per occhio non ha mai funzionato, ma ha solo portato il mondo alla cecità, parafrasando Gandhi, dunque non può essere la risposta.

È necessario scoprire un modo di agire che non contempli la violenza, che sia non violento. Ciò non significa non fare nulla: anche Martin Luther King non era solo un semplice visionario, ma un uomo concreto che ha trovato il modo più adatto di rispondere alla brutalità bianca in quel periodo e in quel contesto. Ogni realtà può farlo: anche in Italia ci sono movimenti che riescono a vincere battaglie senza armi e senza morti. La strada c’è, va trovata e percorsa, da tutti.

 

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